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Umanistiche: La frattura epistemica nel sistema di Giovanni Gentile e la svolta filosofica del 1928. Il sentimento come categoria dello spirito

Redazione
I libri di testo liceali e universitari spesso tendono a confondere e sovrapporre le ricostruzioni quando non storicizzano adeguatamente ed anzi rappresentano in modo indistinto, unitario ed organico il pensiero di un autore che attraversa invece varie fasi, sviluppa diverse posizioni e le va via via revisionando e superando. dialetticamente. Anche le migliori e più documentate storie della filosofia, come per esempio quella classica di Nicola Abbagnano, non possono evitare di cadere nel solito vizio della continuità interna ad uno stesso pensatore per farne un modello chiaro e coerente. E Giovanni Gentile, che è un pensatore pieno di ripensamenti e autorevisioni, dev'essere sempre e in ogni luogo quel filosofo che porta risolutamente a compimento la tesi prospettata da Fichte nella Dottrina della scienza di una rigorosa e totale immanenza di ogni realtà nel pensiero pensante e di un pensiero "sciolto" nell'atto del soggetto trascendentale, cioè del pensiero prodotto dall'Io universale o infinito. Il pensiero pensante sarebbe perciò il vero protagonista della filosofia gentiliana a condizione però che lo si consideri non atto e fatto concluso, bensì "atto in atto", che non si può assolutamente risolvere e trascendere perché esso, come dice Gentile nella Teoria generale dello spirito come atto puro del 1917, "è la nostra stessa soggettività", tutta la razionalità possibile, tutta la realtà in atto. Il caposaldo attuali stico sarebbe quindi dato dal fatto che " non ci sono molti concetti, ma ce n'è uno solo, perché non ci sono molte re. ltà da comprendere, ma una sola, pur nella sua molteplicità di momenti" (G. Reale-D. Antiseri, Storia della filosofia. Da Nietzsche al neoidealismo, IX, Bompiani 2008, p. 628). Nell'attualismo di Gentile, quindi, non vi sarebbero, e non potrebbero esistere, fratture e discontinuità e tutto il processo teoretico scorrerebbe limpido e veloce nel pensiero in atto della soggettività pura. Quella che lo stesso filosofo siciliano considera una "svolta" con la scoperta successiva o, se vogliamo, con la rivalutazione abbastanza imprevedibile del sentimento, non sarebbe tale giacché apparterrebbe allo stesso ordine sostanziale di discorso nella dinamica del soggetto trascendentale, l'unico e vero protagonista dell'atto.

Evidentemente non è così, e il sentimento si presenta alla ribalta potente e prepotente come nuova e autentica categoria dello spirito nel primo numero di gennaio 1928 del Giornale gentiliano : "Così la filosofia postaristotelica si muove tutta nel cerchio che Platone e Aristotele avevano descritto, lavora a cancellare dal quadro del mondo, , che la filosofia saccheggia e si prova e riprova sempre a raffigurare, il sentimento"(Giovanni Gentile, Il sentimento, in Giornale Critico della Filosofia Italiana, gennaio 1928, p. 3). E ancora, più espressamente sotto il profilo storiografico, egli proclama l'irriducibilità del sentimento, attribuendo a Kant il merito della prima rivoluzione teleologica : "Quando con Vico si comincia a sentire la funzione e il valore dell'animo perturbato e commosso da cui sgorga il canto e nel canto tutta una forma essenziale e interna dello spirito e della umana civiltà, quando coi filosofi tedeschi della seconda metà del Settecento si comincia ad avvertire l'irriducibilità del sentimento, quando Kant dopo la Critica della ragion pura e quella della Ragion pratica sente il bisogno di una terza Critica perché intravvede la necessità di una forma spirituale mediatrice tra il concetto della vita quale si può ricavare dalla pura ragione teoretica e il concetto opposto della vita derivante dalla natura della ragion pratica, e postula quella facoltà di giudicare che è la funzione spirituale valutatrice onde si trasfigura l'aspetto non pur del mondo umano, ma dello stesso mondo della natura, e l'universo agli occhi dell'uomo s'illumina di quella teleologia che è l'essenza della spiritualità, come si svela in ogni opera d'arte, la classica opposizione di teoria e pratica, intelletto e volontà comincia a crollare. . . e si lavora a rincalzare il terreno in cui affonda le sue radici il sentimento"(ibidem, p. 5).

Siamo ben lontani dalle opere sistematiche e razionalizzanti scritte dal 1912 al 1923 da Gentile, e soprattutto siamo molto distanti da quella concezione negativa dell'intuito e di ciò che appartiene al "basso e volgare" mondo emozionale e sentimentale: "L'intuito, cioè, a differenza di ogni altra cognizione che importa un'operazione del soggetto, il quale perciò coopera alla formazione dell'oggetto e del suo conoscere, non è azione del soggetto, è una sua ricettività e passività, come quella dello specchio in cui si riflettono le forme e i colori degli oggetti. Il pensiero vede perché ha gli occhi, non perché guardi. Esso, come pensiero, ha questa sua originaria natura di vedere. [L'intuito è]marmo liscio in cui l'acqua scorre e non ne resta goccia" ( G. Gentile, Sistema di logica come teoria del conoscere, Laterza, Bari 1923, p. 191). Da questo rifiuto pregiudiziale non può certo nascere un'estetica attualistica, se l'intuizione è tenuta fuori dall'atto. Non è dunque inopportuno chiamare "svolta" la nuova fase che inizia nel 1928, cioè con la pubblicazione del saggio sul Sentimento, che diventa addirittura funzione e forma della rinnovata teoresi. A questa si deve l'intuitività dell'arte, che si caratterizza non solo per la sua immediatezza, ma anche per la sua cognizione oscura e contratta, come risultato della forza imponente ed impressionante delle passioni, pure di quelle più raffinate ed elevate. Il sentimento è dialettico: "Il sentimento insomma, quando pare già morto, ucciso dal pensiero, è più vivo di prima, ed è quasi la vita segreta dello stesso pensiero che lo ha ucciso" (G. Gentile, Il sentimento, saggio cit., p. 8). E non è neppure un caso se a questa "svolta" partecipa ed è determinante la dimensione sentimentale in tutte le sue tonalità e se da essa prenda avvìo la soggettività dello spirito, cioè il processo che parte e trae impulso dal sentire e dalla passionalità, dal soffrire e dall'amare, come avviene nel Simposio platonico con l'Eros che ama e soffre. E altresì proprio da questa fonte di "eroico furore" platonico-bruniano nasce l'arte: "E' fuor di contestazione che l'arte è intuizione. Ma è anche fuor di discussione che intuizione è pure il pensiero [ . . . ] E' stato altresì sufficientemente chiarito il carattere lirico dell'arte in quanto l'intuizione sarebbe la forma adeguata del sentimento, della passione, dell'elemento soggettivo dello spirito. L'intuizione non è altro che la posizione immediata dello spirito nella sua soggettività;quel che d'inafferrabile e pur sempre presente che può dirsi essenza del sentimento" (ibidem, pp. 13-14).

La valorizzazione del sentimento nella sua radicalità fondativa della soggettività profonda è, come si è visto, una conquista faticosa e luminosa di Gentile che si riavvicina con la sua intuizione estetica a Benedetto Croce, anch'egli del resto debitore di Vico e di Hegel. Colpisce adesso il linguaggio poetico del filosofo siciliano in alcuni passi di più diretta ispirazione vichiana: " Ma non c'è astratta meditazione in cui il cuore dell'uomo non batta, in cui non fiammeggi una passione, in cui non sia il soggetto a soffrire e gioire, egli, col suo dolore, col suo bisogno, col suo amore, o tendenza ad essere, affermarsi, spiegarsi nel pensiero, onde l'uomo si eterna" (ibidem, p. 14). E colpisce inoltre l'idea nascosta del corso e quella non evidente del ricorso nella loro applicazione dialettica al campo dell'estetica soggetta pur sempre all'attualità totale dello spirito. La totalità dell'arte richiede corsi e ricorsi conoscitivi e sentimentali stretti nella loro natura specifica di intuizione estetica. La Filosofia dell'arte, pubblicata nel 1931, è la conseguenza logica del saggio che finora si è tentato di illustrare. In netta opposizione al razionalismo fino a Cartesio e Spinoza, anche qui viene indicata nella dimensione sentimentale la radice di tutta la vita spirituale, che si attiva immediatamente nella soggettività dell'atto estetico :"Così dedotta la dialettica dell'autocoscienza, rimane chiarito il concetto di dialetticità dell'arte come forma soggettiva dello spirito[. . . ]Questa interna irrequietudine, questa vita intima a questa forma dell'arte, per cui l'arte, questa infanzia dello spirito, non può non progredire e risolversi gradatamente nella maturità del pensiero, questa evidentemente è una dialettica che contiene l'arte e non vi è contenuta; e può assomigliarsi alla vita che fa battere il cuore e mette in moto il sangue, ma non è tutta chiusa e circoscritta dentro gli organi della circolazione e neppure nel sangue né in altra parte del corpo vivente, ma circola per la totalità dell'organismo, tutta nel tutto e in ogni singola, anche minima, parte"( G. Gentile, La filosofia dell'arte, Sansoni, Firenze 1937, pp. 158-159).

Il Gentile insiste nel dire che la nuova visione è collegata intimamente al sistema attualistico già da lui elaborato in altra epoca, ma in effetti qui la prospettiva cambia e ci troviamo di fronte ad un nuovo punto di vista che fa del sentimento la "base inconcussa e incrollabile del nostro stesso essere", oltre che dell'infinita natura. Pur destinato ad essere risoluto nel pensiero, esso resta la sorgente da cui sgorga tutto, e la forza che lo sorregge. Perciò il pensiero stesso è sorretto dall'energia sentimentale, se non vuole precipitare nel vuoto e nel nulla. Vero è che l'arte vive dentro il tutto, e che essa non si può concepire priva di pensiero, ma di nuovo essa è frutto di un atto estetico e di un sentimento fondamentale che, come in Rosmini, designa il "senso che l'anima, in questo soggetto, ha del corpo, le cui modificazioni si rispecchiano quindi nelle modificazioni del sentimento fondamentale dando luogo alle sensazioni particolari"( ibidem, p. 190). Nel volume La filosofia dell'arte rimane l'acredine nei confronti di Benedetto Croce, quello delle "quattro parole" che costituiscono tutta la sua filosofia, ma di questa estetica crociana, "opera di decadentismo e dilettantismo", il filosofo di Castelvetrano non riesce a liberarsi. Il principio trascendentale dell'arte non ha la forza per scardinare l'intuizione estetica di Croce, che nel frattempo, dopo l'intuizione lirica, ha introdotto in un saggio del 1917 inserito poi nella seconda edizione del Breviario di estetica il concetto di "totalità" nell'opera d'arte : " In ogni accento di poeta, in ogni creatura della sua fantasia, c'è tutto l'universo destino, tutte le speranze, le illusioni, i dolori e le gioie, le grandezze e le miserie umane, il dramma intero del reale che diviene e cresce in perpetuo, su se stesso, soffrendo e gioiendo (Benedetto Croce, Il carattere di totalità dell'esperienza artistica, in Breviario di estetica, seconda ediz., Laterza, Bari 1962, p. 135). E Gentile chiude il suo libro su La filosofia dell'arte con un elogio al "Maestro" Francesco De Sanctis, dopo aver esaltato per l'ennesima volta la dimensione sentimentale : "Il pensiero, sì, è la realtà del mondo;ma l'Atlante che regge questo mondo in cui si vive e in cui vivere è gioia, è il sentimento che ci fa talora cercare le maggiori opere d'arte come fonti di vita, ma ci fa rientrare sempre in noi stessi ad assicurarci che il mondo si regge saldamente sulle sue fondamenta"( G. Gentile, La filosofia dell'arte, cit., p. 373). L'intuizione lirica, il carattere di totalità e la circolarità della vita dello spirito racchiudono l'espressione estetica che nella sua autonomia, secondo Croce, contiene però il mondo mediato e addomesticato nell'arte. A questa interpretazione progressivamente completata e gradualmente perfezionata Gentile ha poco d'aggiungere e da opporre, tranne la sua dialetticità, la sua grande competenza storiografica e la sua vivacità linguistica e teoretica che effettivamente si ritrovano nella Filosofia dell'arte rendendo prezioso questo saggio.

La "svolta" del 1928 non produce effetti importanti sul terreno oggettivo e soggettivo della storia dell'estetica, ma ne produce nel campo dell'ontologia, nel momento in cui Gentile affida l'essere al sentimento fondamentale e non più al pensiero in atto creatore e costruttore del reale. La verità è adesso riposta nell'Essere divino dal quale dipende l'essere umano, qualunque sia la forma in cui il divino si presenti ed i modi in cui esso agisca nell'universo. Ma, se l'uomo acquista eternità, e si può eternare solo per grazia di Dio, e perciò "la fede in Dio è la sostanza della religione", la quale è "un germe che matura, germoglia e si sviluppa negli animi ben disposti. E i dommi o sono generati dalla fede fecondata dall'amore, e allora sono cose vive e vitali, o sono gettati lì come formule vuote:parole esanimi, facce di farisei, sepolcri imbiancati"(G. Gentile, La mia religione, Sansoni, Firenze 1943, p. 20). E se l'uomo è un essere spirituale oltre che biologico, lo si deve proprio ancora all'intervento superiore di Dio, "questo divino essere la cui immediata presenza nel fondo della nostra coscienza costituisce l'ineffabile sentimento umano di Dio, suprema certezza in cui è la radice di ogni certezza[. . . ] onde l'uomo trasumana ad ora ad ora nell'eterno"(ibidem, pp. 37-38). Questo sentimento di Dio costituisce e svela la presenza dell'essere umano che ha possibilità di muoversi nell'eterno e nell'infinito, ma che non è in sé né l'Eterno né l'Infinito.

La Svolta" rappresenta dunque l'inizio della seconda fase nella biografia intellettuale del Filosofo siciliano, che scrive non per mera premonizione, non potendo immaginare la morte prematura a Firenze il 15 aprile 1944 per mano di alcuni gappisti guidati da Bruno Fanciullacci, le due ultime opere più significative, entrambe del 1943, quali sono La mia religione e Genesi e struttura della società. Quest'ultima opera, scritta velocemente tra l'agosto e il settembre 1943, verrà pubblicata postuma da Sansoni nel 1946 e assume il valore definitivo di un punto di arrivo dell'itinerario filosofico attraversato da una tensione teologica e ontologica e dalla ricerca del vero essere dell'uomo nella certezza di Dio: e, se la fede nella scienza non è sufficiente ad appagare il cuore umano, "ebbene, venga la religione con la sua fede ad assicurarci questa esistenza futura e indefinitamente duratura di cui l'animo nostro non può fare a meno. Che se la stessa religione ci desse un Dio alieno dal garantircela, essa si spoglierebbe del suo maggior pregio e lascerebbe indifferente il cuore dell'uomo"(G. Gentile, Genesi e struttura della società, Sansoni, Firenze 1946, p. 143). Il linguaggio si fa più cauto e meno aggressivo e l'accento viene riposto più sul cuore che sulla mente, più sul sentimento fondativo dell'essere che sul pensiero creativo del reale perché il pensiero è la realtà, il mondo ma l'Atlante che regge questo mondo è il sentimento.

prof. Salvatore Ragonesi








Postato il Giovedì, 18 febbraio 2016 ore 04:30:00 CET di Michelangelo Nicotra
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