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Vi racconto ...: L’isola misteriosa: quando la nobiltà è una virtù

Redazione
Queste le parole scelte per il titolo del suo ultimo romanzo dallo storico Roberto de Mattei, accademico, già vice presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e presidente della Fondazione “Lepanto”.
Il prof. de Mattei è erede d’una nobile famiglia siciliana da sempre distintasi per l’eccellenza nel mondo accademico, vissuta a Catania nell’ultimo secolo ma ormai trapiantata a Roma da tre generazioni. Eppure, l’ancestrale legame con l’Isola del Sole cantata da Omero si avverte ancor oggi come vibrante linfa in questo ultimo testo, edito da Solfanelli, nelle cui fitte 137 pagine, si respira profumo di zagara e d’incenso.
Il romanzo, infatti, grazie ad estetismi stilistici e percezioni sensoriali che solo la prosa intrinsecamente sicula possiede, ha il pregio di proiettare il lettore con vibranti suggestioni nella Sicilia orientale degli ultimi sospiri dell’Ottocento e nei vivaci primi decenni del secolo breve, avendo l’abilità di passare dai raffinati salotti di Palazzo Asmundo a Catania alle macerie del terremoto di Messina del 1908, attraverso pennellate biografiche (tutte assolutamente storicamente fondate, come si può leggere nella nota di chiusura) di personaggi di altissimo profilo che hanno solcato la storia contemporanea dell’amata terra di Sicilia.
Il tono del testo è elegante, a tratti descrittivo, a tratti profondamente analitico, denso, gravido di riflessioni di carattere storico, clinico-medico, teologico, e soprattutto altamente etico più che religioso, come potrebbe indurre a pensare erroneamente una lettura superficiale. L’autore riesce a sviscerare e a dar forma, con la consueta lucidità riflessiva nota a chi non lo legge per la prima volta, a concetti di altissimo livello, come il problema del male, della sofferenza umana, passando anche attraverso la descrizione di delicate fasi di transizione storica in anni che furono di grande fermento sociale, politico e religioso; egli però non si ferma né al mero dato di cronaca né a una impersonale trattazione accademica, che potrebbe risultare asettica, bensì riesce a offrire, attraverso la tratteggiatura dei profili dei personaggi che animano le pagine, una chiave di lettura onesta e concreta, disvelando così al lettore delle personalità che, ignote ai più, proprio perché realmente esistite, si smarcano da un’aura mitologica ed assumono le fattezze d’un vero e proprio esempio tangibile di esperienza di vita.

Il romanzo si apre con una riflessione esistenziale che condurrà come un file rouge l’intero robusto messaggio, e legherà tutti i personaggi storici di cui l’autore farà esplicita menzione, come ad esempio il canonico messinese Annibale Maria di Francia, oggi canonizzato, e l’oggi santo Luigi Orione, e poi donna Angelina Auteri e il marito, Ignazio Paternò Castello, il Cardinal Giuseppe Francica Nava – successore del Beato card. Dusmet come Arcivescovo di Catania – l’architetto Salvatore Sciuto Patti, la baronessa Anna Zappalà, e moltissimi altri munifici personaggi che hanno illustrato la storia di Catania e della costa ionica.
Significativa è l’attenzione che l’autore rivolge alle figure femminili e al loro amplissimo impegno sociale, dando così ulteriore prova dell’infondatezza storica della scarsa considerazione delle donne nel meridione e nella società cattolica tradizionale.
Protagonista discreto e anello di congiuntura tra tutte queste luminose figure è un professore di Igiene di Catania, molto caro all’autore ma di cui, però, non si dice mai il nome (e noi, avendo compreso, ne rispettiamo l’elegante reticenza), che quasi come un anfitrione del romanzo, accompagna garbatamente l’anima del lettore a scoprire nel divenire degli eventi, sociali, personali, intimi, un progetto metafisico; e la cosa sorprendente è che sia proprio un uomo di scienza, innominato ma realmente esistito, a far giungere a certe conclusioni, che specie nell’ora presente, immersi in profondi sconvolgimenti sociali e provati dalla pandemia, assumono toni di vibrante attualità.
Il lettore certamente non può, ad esempio, che uscire edificato dal profondissimo contenuto etico che emerge dal plastico dialogo in cui si ritrovano seduti a un tavolo il nostro protagonista insieme al famosissimo patologo Antonio Cardarelli e un giovanissimo Giuseppe Moscati (ora Santo); così come anche non si può restare indifferenti alle suggestioni della amabile conversazione sul popolo siciliano tra il professore e lord Alec Nelson Hood (discendente dal famigerato Ammiraglio Horatio Nelson) che trasvola dalle lunari sciare di Bronte ai sinuosi e verdeggianti strapiombi di Villa Falconara a Taormina, paradigma perfetto della complessità della millenaria essenza siciliana.
E forse anche per questo l’autore ha voluto che il lussureggiante panorama del promontorio dove il maestoso scenario dell’Etna innevato si confonde con le rovine romane fosse l’elegante copertina di questo suo romanzo, quasi a volerlo collocare nell’alveo di quei “journal de voyage” che i tanti viaggiatori del Grand Tour hanno composto visitando la misteriosa Isola, trovandovi “la chiave di tutto”.
Un viaggio spirituale, a tratti sentimentale ma niente affatto melenso, quello di de Mattei, che inizia con imprevisto dialogo esistenziale sul ponte del “ferribotte” che collega la Sicilia al continente, e che prosegue, nell’Isola, sulla scia dei ricordi familiari e storici, permettendo che il romanzo possa in qualche modo richiamare anche quell’apprezzata memorialistica siciliana tanto cara ad una certa élite di lettori, non già per una forma di strabismo intellettualoide, quanto perché per apprezzarla appieno si necessita di possedere categorie interiori ed estetiche di cui, nella realtà, solo un siciliano potrà realmente usufruire.
De Mattei, dunque, ha il merito di riuscire a trasfondere nel testo, rendendole spontanee, categorie di cui è maestro: filosofia e teologia della storia s’intrecciano nelle vite di uomini e di donne della terra di Sicilia che sembra, grazie alle loro parole, alle loro azioni infiammate e ai loro sguardi vivaci, voler comunicare parte di quel arcano che, poi, è il segreto dell’uomo.
Il mistero dell’isola è dunque un mistero antropologico, e sebbene ancora una volta incompreso dal mondo perché insondabile senz’anima, diviene riconoscibile a chi s’abbandona in esso.
Nel maggio 1942 il padre dell’autore, Rodolfo de Mattei, docente di storia delle dottrine politiche a Roma, dedicò alle sue radici una fortunata pubblicazione che volle intitolare “Isola segreta”, nella cui “Introduzione alla Sicilia” si coglie pienamente il filo di continuità tra il passato, il presente e il futuro di questa terra che è isola non solo geograficamente ma soprattutto metafisicamente: autonoma e autosufficiente, essa è fiera fino allo sdegno, indifferente fino all’indolenza nei confronti del “divenire alieno”, forse semplicemente perché consapevole della sua unicità e della sua robustezza, ovattata dal Mare nostrum. In essa, ciascun isolano è, a sua volta, un’isola a sé, senza però che quell’insularità si tramuti in individualismo. Placida, la Sicilia dorme sonni eterni, nel continuo – e quasi ossessivo – desiderio di oblio, pur di non esser disturbata. Questo sonno, però, non è torpore narcotizzante, ma fertile e fecondo divenire: nei secoli, infatti, è questo assopimento che le ha permesso di sviluppare una identità irripetibile nella quale ha saputo assorbire in modo armonico – come fa una creatura nel grembo materno – persino gli elementi più improbabili, declinandoli fino alla perfezione. Una forma unica di “convivenza identitaria” che non subisce ma accoglie ciò che riceve, facendolo proprio, interpretandolo con le categorie che le vengono dai greci e dai romani, modellandolo poi su se stessa. A fronte di ciò il risveglio non può che essere solo azione traumatica, violenta, innaturale per l’Isola arcadica che vive serenamente nel suo sonno beato. “Siamo vecchi, vecchissimi, Chevalley” tentava inutilmente di spiegare il Principe di Salina al seduttore liberale dell’aristocrazia siciliana, prodigo di promesse per la “nuova Italia”, che ingenuamente riteneva di barattare secoli di storia mitologica con un seggio senatoriale del nuovo gracile regno. Alla luce di ciò può e deve comprendersi l’oggi fin troppo abusata espressione “I siciliani non vorranno mai migliorare, perché sono dei”: essa non è una bestemmia né professione di neopaganesimo, ma la conferma di ciò che si evince anche dal romanzo di de Mattei, e cioè che l’impronta divina della Sicilia, il soffio paterno e creatore di Dio, risiede nella sua eccezionale identità, che è un dato metafisico, trascendente, e al tempo concreto e tangibile, quasi una forma di peculiare e insolita “unione ipostatica” tra l’essere e l’apparire, in un’armonica unità tra anima e corpo che nessuna rivoluzione potrà mai sradicare o mutilare. Ecco dunque che la vera isola misteriosa è il cuore di ciascuno, che difficilmente si apre ma se lo fa è per sempre: lacerato dai conflitti dell’oggi che sono anche i conflitti di ieri, viene però arricchito dagli esempi di virtù e dal sovrano disprezzo, quasi tracotante, verso ciò che è alieno a quella identità.
Ancora una volta, dunque, Roberto de Mattei, come già in Trilogia romana, ci sa garbatamente insegnare che solo nel solco della Tradizione possono disvelarsi i torpori dell’oblio razionalista che soffoca gli aneliti spirituali, e che solo nella Tradizione è rintracciabile la vera risposta saggia e prudente al funzionalismo d’oggi e alla società materialista; e lo fa permettendoci d’incontrare uomini e donne, laici ed ecclesiastici, che sono siciliani degni della loro sicilianità, che hanno saputo incarnare ideali e valori eroicamente cristiani in epoche di grandi prove per lo spirito, con un profondo senso di appartenenza e di responsabilità nei confronti dei doveri che discendevano dal cognome che portavano o dal ruolo che ricoprivano, e così ci offre l’esempio della consapevolezza della dignità di dover essere gattopardi piuttosto che iene o sciacalletti.

Fabio Adernò








Postato il Venerdì, 05 giugno 2020 ore 08:10:00 CEST di Andrea Oliva
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