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Progetti: Per i professori stage in azienda ogni cinque anni

Rassegna stampa
Le riforme, a lungo andare, stancano quanto le non riforme, specie se sono improvvisate o frutto di mediazioni estenuate o, ancora, a tutela di interessi parziali. E quelle dei sistemi d'istruzione, che si sono rincorse nel tempo, rischiano di essere ricordate, al più, come occasioni perdute proprio nel loro farsi ostinato.
Uno dei punti rilevanti dell'insuccesso è la perdurante asimmetria tra il prodotto formativo, ridotto a oggetto di interventi "istruttivi" e destinatario di una serie di conoscenze più o meno standardizzate, e la crescente deformazione attiva del mercato delle professioni di sbocco, con l'emergere di profili di bisogni articolati, in mutazione continua.
Ciò che emerge è una sistematica sottovalutazione del problema centrale nella preparazione dello studente al suo futuro lavorativo: che tipo di "testa" gli servirà, nel tempo, per misurarsi con questa mobilità di prospettive occupazionali che lo sfiderà senza tregua.                          
   La "flessibilità", tanto evocata come petizione salvifica per esorcizzare la precarietà, è, in realtà, un problema culturale, di modelli di lettura e interpretazione dei fenomeni da affrontare, prima che una pratica comportamentale di resa all'inevitabile. Una "testa ben fatta", dunque: esige dei maestri che "quella testa" sappiano aiutare a costruirla, rimettendo in discussione uno schema didattico fondato su rigidità disciplinari quasi incomprensibili e su processi di "assemblaggio" di conoscenze spesso astratte.
Su questi temi le riforme dicono poco. La sensazione fastidiosa è che, ancora una volta, tutto finisca per risolversi in un regolamento interno dei conti in sospeso, facendo leva su indirizzi ministeriali un po' confusi, limitando l'innovazione a un cambio di etichette e di nomenclature. Manca, in molti casi, una tensione progettuale per fare delle condizioni oggettive di cambiamento nel mondo dell'economia, negli assetti mondiali dei mercati, nella competizione su saperi e pratiche, l'occasione per ridiscutere un modello che stenta a tenere il passo del nuovo.
Andrebbe rivista la sensatezza di certe impostazioni accademiche e di governance, al di là delle timide aperture – per altro contestate – all'esterno; la validità di certi saperi curricolari; la stessa plausibilità di una costruzione dei corsi di laurea in cui i titolari stessi delle conoscenze da trasmettere, del mercato reale in cui gli studenti dovranno necessariamente finire, poco o nulla sanno personalmente. La "separatezza" perdurante, è molto più di una occasione mancata; a lungo andare abilita alla delegittimazione del valore di un certo sistema di istruzione e dei suoi interpreti. Se guardiamo alle critiche ricorrenti dello schema universitario del 3+2, sarà difficile uscire dall'empasse che si è creato, con l'impressione ragionevole di duplicità e perdita di tempo. I due anni finali del percorso di studio prima della laurea hanno senso solo se virati direttamente a ciò che serve allo studente per orientarsi e scegliere la sua collocazione lavorativa.
E questo comporta una diversa competenza anche dell'accademia. Non è sufficiente trasmettere conoscenze e strumenti concettuali; bisogna creare condizioni per sperimentare la loro applicazione, e avere, per esempio, consapevolezza dei contesti in cui si andranno ad applicare, sapendo che i climi, i valori, le criticità operative, i sistemi relazionali, la lettura dei segnali deboli, avranno spesso lo stesso peso, e forse anche maggiore, della stessa preparazione teorica. Per arrivare a questo, l'intreccio tra interno e esterno dell'università va forzato inevitabilmente, rendendo il più possibile porosi i loro confini, oggi ancora così ferocemente presidiati in nome di una autonomia e di una sacralità della professione accademica che oggi non ha più ragione di porsi nelle forme tradizionali.
E qui viene bene presentare una proposta che potrà apparire bizzarra: lo stage. Non è affatto detto che debba solo essere strumento di ambientamento al lavoro per gli studenti. Anche per i professori dovrebbe essere previsto ogni tanti anni – cinque? – un periodo di sei mesi di permanenza in contesti lavorativi esterni che non abbia semplicemente una valenza di studio o di ricerca. Un sabbatico di nuovo tipo, che li metta nelle condizioni migliori per capire direttamente come sta cambiando il mondo del lavoro, rendendosi conto di cosa serve di diverso, di più appropriato, o semplicemente di contorno e di supporto, per rendere il loro insegnamento all'altezza delle sfide che attendono i loro allievi.
Tenuto conto delle ore di impegno didattico dei professori, e anche considerando un auspicabile più robusto impegno nella ricerca, sei mesi in azienda o in istituzioni simili, non scardinerebbe certo la vita universitaria. Un semestre così non dovrebbe essere negato a nessuno. Gli studenti se ne avvantaggerebbero certamente. Ma, a pensarci bene, anche le aziende ne trarrebbero giovamento.   (di Pier Luigi Celli da IlSole24Ore)

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Postato il Venerdì, 23 dicembre 2011 ore 12:09:33 CET di Pasquale Almirante
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