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Voce alla Scuola: UN TRISTE MERCOLEDI' DA PRECARI

Opinioni
Cyrano de Bergerac 20 02 2002 Un mercoledì da precari Eccolo qui il mio mercoledì mattina... Come tutti i mercoledì dal 17 settembre 2001.Due ore di latino e una di storia in una seconda liceo scientifico,un’ora di lezione di italiano agli alunni stranieri,più un’altra ora di latino in una quarta liceo linguistico. Ore 8.05 (dopo essermi svegliata alle 6.05 ed aver percorso un meraviglioso tratto di strada pieno di curve – 35 chilometri per essere esatti – per giungere al mio luogo di lavoro): – Profe,non ho fatto il commento della poesia. – Baracchi,perché non l’hai fatto? – Non me lo sono ricordato. – Insomma,esiste un registro di classe sul quale io segno i compiti che dovete fare.Non potete venire a dirmi che ve li siete dimenticati! Non ne posso più di questa storia.Quattro,questo è un quattro... mi dispiace ma non posso fare altrimenti.Dovete prendervi le vostre responsabilità! – Profe,ma un quattro a tutti? Io l’ho fatto il commento! È la prima volta che faccio i compiti,l’hanno scorso non facevo niente! – Tinozzi,cosa c’entri tu! Sempre nel mezzo,stavo parlando con Baracchi! – No... è che ha detto “dovete”e io ho pensato... – Non pensare niente e taci.Alberici,leggici il tuo commento della poesia. Mentre una serie di parole altisonanti accompagnava la voce melodiosa dell’alunna Alberici (la più brava della classe) la mia mente vagava sempre più lontana da lei e da Montale con il suo male di vivere.Pensavo a quei ragazzi e ai loro perché.Cosa gli stavamo dando? Cosa gli stavo dando... Dopo così tanti anni di incertezze lavorative non sapevo neppure io se ero più la stessa giovane insegnante motivata che aveva spronato i suoi tanti alunni a credere in loro stessi e nelle loro capacità,quando que sti non erano neanche in grado di guardarsi dentro.Certo,tanto giovane non lo ero più.Neppure vecchia però.Non certo da mettermi in pensione... ma quale pensione? Se non ero ancora di ruolo! Dodici anni di precariato.Tre concorsi superati.Uno ordinario e due riservati.Alcune libere docenze all’università.Laurea in lettere classiche.Archeologia greca. Perfezionamento in archeologia.Pubblicazione della tesi.Ed eccomi qui. In un liceo scientifico,incluso in una modernissima scuola-polo,nel cui edificio compaiono i più disparati indirizzi di studio, sperduto nella campagna.Con davanti un cimitero. Memento mori.Ma morirò precaria? Gli ultimi sondaggi in materia fanno propendere per il sì.Se avessi dei figli cosa mangerebbero oltre al pane della cultura? Fortunatamente, ho soltanto un gatto. Grasso però. Che mangia tre volte al giorno (compresa la merenda). Ed eccolo lì che ritorna lo spettro della collega Martinelli che è entrata di ruolo alla tenera età di sessantatré anni... Finirò così.Forse dovrei cambiare lavoro.Ma cosa faccio? Ecco... la scuola privata.La scuola di qualità. Quella dove non ci sono gli alunni come Tinozzi ma solo Alberici,tanti Alberici puntuali nei compiti,con voti altissimi e non vestiti come i figli dei fiori.Sento che gli occhi mi brillano al solo pensiero.Poi mi sembra di sentire urlare nelle orecchie la voce squillante della collega Patassi che,dopo 12 anni di privata,è passata alla pubblica.“Sì,scuola di qualità... È uno schifo, lotte per farli passare anche se sono tutti ciuchi.E poi dormono,non gliene frega niente.Tanto pagano e passano.E a noi ci danno due lire.Col cavolo che mi ci rivedono alla scuola di qualità!” Vedo gli occhi tondi dell’alunna Alberici guardarmi con impazienza. – Brava,ottime riflessioni. Il suono della campanella. Stavo perdendo colpi.Questo non mi piaceva affatto.L’Alberici poteva non avere il dono della simpatia ma aveva il diritto di farsi ascoltare.E io non riuscivo a staccarmi dai miei problemi che diventavano come il cane che si morde la coda.La scuola era il mio problema e il mio problema era la scuola.Il cerchio si chiudeva sempre lì.Su quei registri rossi che ogni anno si aprivano con il nome di una scuola diversa. Ore 10.45.La ricreazione.Mi dirigo attraverso il chilometrico corridoio verso l’aula insegnanti. – Enrica,dobbiamo fare qualcosa:stasera c’è una riunione per organizzare un comitato precari.Ci vieni? – Loretta,ho una pila di compiti da correggere e poi dovrei preparare alcune cose per la lezione di domani. – Ma è importantissimo,ne va del nostro futuro.Dobbiamo lottare,qui ci stanno passando davanti tutti,quelli delle private,quelli delle scuole di specializzazione... e noi? Dopo tutti questi anni di servizio dove ci posizionano? La nostra esperienza sul campo dove la vogliono buttare? Che cosa ti succede Enrica,non ti ho mai vista così... Cosa rispondere a lei,che aveva i miei stessi problemi... Di lasciarmi stare... E invece dovevamo lottare per i nostri diritti e per quelli dei ragazzi,che meritavano tutta la mia attenzione.Quella che gli avevo sempre tributato in dodici anni di onorato servizio come supplente nella scuola pubblica. – Enrica,ti occupi tu del ragazzino egiziano,vero? Già il ragazzino egiziano... Avevo fatto come il Baracchi.Mi ero dimenticata del mio compito.Avevo dato il mio consenso per insegnare l’italiano, nelle mie ore a disposizione,a un alunno egiziano che non spiccicava una parola nella nostra lingua.Dovevo controllare l’agenda per riguardarmi i giorni delle lezioni.Accanto al suo nome figuravano,il pomeriggio seguente,quello di altri tre (italiani) che sarebbero venuti a ripetizione.Mi sarei sparata.Mi sarei sparata perché non potevo dire di no agli alunni pomeridiani che mi invadevano casa.Non potevo dire di no perché il 30 giugno, data fatidica del licenziamento,si avvicinava a grandi passi.E io dovevo pagare l’affitto anche nei mesi di luglio e agosto (perché lo Stato non si occupava di me in quel periodo,ero una profestagionale,modello autunno,inverno,primavera,ma non estate!). Ore 11.05.Fine della ricreazione.Corridoio centrale. – Professoressa senta,io ci voglio bene a questi ragazzi ma non ne posso più! Mi stava davanti,con la sua faccia rubiconda,in tutto il suo metro e cinquanta,Nello,il custode dello scientifico. – Mi dica Nello,cosa è successo? – Senta,quell’alunno,Tinozzi,ha rovesciato il cestino della carta dalla finestra.Io glielo faccio pulire a lui il piazzale! – Mi sembra giusto.Adesso vado in classe,ci penso io,stia tranquillo. Come capivo in quel momento l’alunno Tinozzi e tutta la sua energia esplosiva! Avrei preso volentieri anche io il cestino della carta,anzi non solo quello,tutti i cestini di tutte le classi,e i banchi e le sedie e li avrei scaraventati dalla finestra.Mi sentivo come uno straccio usato (ma tanto usato) e poi gettato via.Avrei preso volentieri anche quella cattedra che tanto agognavo e con lei mi sarei innalzata in volo come su di un magico tappeto. Perché era quella che io volevo.Più di ogni altra cosa.Volevo poter dare certezze ai miei ragazzi di una continuità didattica,di un percorso insieme che doveva durare molto di più di un solo anno scolastico.“Gliela compriamo noi una cattedra,profe! ”,mi hanno detto un giorno.E io mi sono commossa perché,come dice l’alunno Tinozzi,sono una sentimentale e vorrei poterli salutare almeno una volta con la precisa consapevolezza di vederci ancora l’anno successivo. Ore 12.45.Ripercorro il lungo corridoio con la testa piena delle domande dei ragazzi,dei loro interrogativi,delle risposte che ho saputo e non ho saputo dare loro.E con quest’inquietudine che mi accompagna,e mi accompagnerà per gli altri 35 chilometri,che devo fare per tornare a casa... Il resto della giornata è scandito dai volti stanchi e annoiati degli alunni della ripetizione che, appena seduti davanti alla traduzione da fare, già guardano l’orologio... “Quo usque tandem abutere,[Moratti],patientia nostra?...” [N.d.A.]Sono passati tre anni... E nulla è cambiato!








Postato il Martedì, 06 dicembre 2005 ore 00:05:00 CET di Silvana La Porta
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