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Dispersione scolastica: Dispersione o selezione?

Redazione
Dispersione scolastica? Una volta si usava un termine più preciso come selezione. Sembra quasi che si tratti di un fenomeno naturale, che si verifichi a prescindere dalle decisioni degli uomini, dalle scelte fatte dagli uomini.
 Che la dispersione scolastica (ci atteniamo alla vulgata ministerial-pedagogica)   continui a verificarsi  nonostante le lotte che le sono state dichiarate è un fatto grave sul quale è giusto soffermarsi a ragionare. Senza dimenticare che nel fenomeno della dispersione oltre agli abbandoni bisogna includere ripetenze e scarso livello di conoscenze e competenze.

A determinarla nelle proporzioni che vengono messe in luce dalle statistiche ministeriali  non sono solo le scelte di parte  del corpo docente  professionale, arroccato a difesa di procedure di valutazione che non hanno alcun valore pedagogico e docimologico, ma  soprattutto la stessa scuola come sistema. La scuola come istituzione con le sue regole, con la sua organizzazione, con i suoi codici di valore,con la sua identità   culturale contribuisce anch'essa alla nascita di questo fenomeno sociale.
L'apertura della scuola a tutti, il sostegno economico, ma sempre in crescente riduzione (esenzione tasse, libri gratis, borse di studio, trasporto gratuito) non hanno realizzato le condizioni per godere pienamente  il diritto allo studio, di avere le stesse chances di successo. I pierini fino a qualche anno di studio si trovano accanto i gianni come compagni di classe, ma i primi concludono gli studi, fanno carriera si inseriscono  nel mondo del lavoro, gli altri si disperdono, incespicano e a parità di talento fanno meno strada.

A scuola non si riesce a compensare lo squilibrio del patrimonio  culturale ereditato dagli alunni; non ci si riesce perchè alla fine non si comprende il meccanismo, la logica che impedisce l'integrazione dei "nuovi" alunni con la  scuola e quali nodi della struttura scolastica vadano sciolti  per consentirla.
Il problema  non è di facile soluzione perchè  non si dà una sola ipotesi interpretativa di questo  fenomeno sociale, e non c'è una sola causa di inconciliabilità tra   istituzioni scolastiche e nuova popolazione scolastica, peraltro accresciuta dalla presenza di centinaia di migliaia di ragazzi di famiglie di recente immigrazione.

Sono varie le  forme di disagio, scaturite  dai contesti umani e culturali di provenienza degli alunni che si riversano sulla scuola e con cui si dovrebbero fare i conti. E' importante considerare (e questo lo fa dire l'esperienza diretta della vita scolastica) che ad una certa età scolare, per lo più dopo il biennio delle superiori, non è tanto il possesso di specifici saperi di famiglia  a determinare un migliore rendimento scolastico, ma la percezione del valore sociale dell''investimento in cultura, la conoscenza della profittabilità del sapere in tutto l'arco della vita, la pratica quotidiana dell'importanza delle competenze, della professionalità nella vita.
Nel processo di formazione il giovane che  conosce il guadagno ricavabile dallo studio è in grado di  sostenere   la sfida quotidiana tra soddisfazione immediata e sacrificio, di intendere  cioè il senso dello scambio tra sacrifici attuali ed eventuali vantaggi futuri.

Questo tipo di alunni conoscono le ragioni  più rilevanti che motivano   nello studio, conoscono i tempi, i ritmi e le difficoltà del percorso da compiere. Questo sapere esperenziale che la scuola possiede non sempre viene messo a disposizione di quei gruppi consistenti di giovani, che dal proprio ambiente non riescono ad avere questo importante sostegno.
Vi è, inoltre, un problema di corrispondenza tra  comportamenti individuali, acquisiti in ambienti sociali deprivati, e regole interne della scuola. La formalità dei comportamenti esigiti  per assicurare un regolare svolgimento delle attività didattiche contrasta  con le abitudini di molti alunni, soprattutto nella scuola dell'obbligo, molto vicine all' indisciplina  e questo impedisce spesso l'accettazionne della scuola e del suo mondo.
Il gruppo più numeroso di problemi è costituito, però,  dal contrasto forte  tra  le procedure naturali di apprendimento e  i processi di astrazione, di formalizzazione delle procedure  d'apprendimento richieste dai saperi scolastici e dai linguaggi in cui questi si esprimono. In una  parola dal contrasto tra cultura giovanile e cultura scolastica. Rendere il processo di apprendimento attraente per le nuove generazioni è la sfida più impegnativa da affrontare a scuola.
In questa contraddizione si concentrano gli insuccessi, i ritardi; si forma la consapevolezza della propria incapacità e matura molto spesso  la decisione di abbandonare. E allora quali saperi? Quali metodi? Quali tempi ? Quali metodi di valutazione? Come recuperare?

La scuola non può essere ritagliata su misura del primato logico-linguistico o peggio ancora sulla  particolare figura di studente, estratta dall'ambito sociale che sul possesso del codice linguistico, ampio e ricco ha fondato e legittimato le proprie posizioni sociali. La scuola si deve misurare con la pluralità dei linguaggi, dei saperi e delle intelligenze e dare a questa complessità il rilievo che merita e trarne le conseguenze.
Per gli alunni che si sentono fuori casa, estranei nel mondo scolastico è importante partire dai problemi che danno un senso al sapere che bisogna acquisire. Bisogna adottare metodologie attive e realistiche che lancino un ponte con le pratiche sociali in cui gli alunni sono immersi. Bisogna tentare, nei limiti in cui è possibile, andare oltre l'aula per ritrovare tutti gli elementi possibili di contiguità tra saperi scolastici e  i processi della vita quotidiana.
Non si recupera  lo svantaggio che denunciano molti alunni con l'aggiunta di ore di attività, che ripetono quelle che l'insuccesso hanno determinato, ma col cambiamento delle relazioni docente-sapere-alunno; con l'implementazione del patrimonio linguistico, chiave di accesso ai saperi; con metodologie dove il parlare abbia la stessa importanza del fare, il muoversi la stessa importanza dello stare fermi.

L'aula non è un auditorium  e la cattedra un palcoscenico dove qualcuno recita la parte del sapere; l'aula deve essere un laboratorio che deve impegnare tutte le energie degli alunni, suscitare emozioni e il piacere della scoperta personale, attivare l'immaginazione. L'alunno deve rapportarsi al sapere con spirito amichevole e curiosità (D. Nicoli).
Bisogna lavorare per enigmi, con dibattiti, con situazioni-problema, con esperimenti, con progetti di ricerca; bisogna dare spazio al dialogo, alla negoziazione, alla riflessione. Non  si può avere  paura di attivare processi di partecipazione e di coinvolgimento

A scuola si deve lavorare senza rassegnarsi ai dati acquisiti della "dispersione" come se fossero naturali e immodificabili. La scommessa è quella di condurre i giovani alla conquista  del sapere; una scommessa che va fatta ogni giorno e in ogni lezione. Ma senza amore, senza passione per il sapere e per il proprio mestiere non puo' essere vinta. Testimoniare concretamente l'amore per il sapere che si vuole far possedere agli altri è la regola aurea per superare a scuola molte difficoltà nel lavoro di insegnamento.
Lunga è la via dei precetti; corta e infallibile quella degli esempi (Seneca).

Prof. Raimondo Giunta





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Postato il Domenica, 16 novembre 2014 ore 06:30:00 CET di Nuccio Palumbo
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