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Dirigenti Scolastici: Un sistema di formazione professionale in Sicilia improduttivo e insostenibile da rifondare.

Recensioni

Il sistema degli “accreditamenti” degli Enti finanziati, “sostanzialmente funzionale all'allargamento della platea»,  fa riferimento non solo ai dipendenti degli Enti ma alle dinamiche  per cui risulta un “esercito di oltre 10mila dipendenti assunti con regole e filtri facilmente aggirabili e attraverso un  «accreditamento lacunoso».    
Si tratta del settore della formazione professionale,  concorrente  allo sviluppo e alla crescita di una regione, perché dovrebbe sostanzialmente interpretare i bisogni di formazione collegati alle politiche regionali e trasversalmente di interesse di tutti gli assessorati,  eppure i tassi di disoccupazione in Sicilia sono elevatissimi,  i livelli socio-culturali sono quelli che ci fanno attestare agli ultimi posti tra le regioni, a fronte di investimenti piuttosto notevoli che forse altre regioni non hanno elargito.
Tutto ciò preoccupa, non solo per i comportamenti amministrativi ma soprattutto per gli effetti di sfiducia e di svilimento del valore “scuola-istituzioni-formazione-lavoro”.
I dati statistici rilevati dalla lettura della relazione tecnica, presentata all’ARS nel dicembre 2011,  di per sé sono una sorgente di riflessioni, sia che si tratti del costo dei corsi di formazione professionale, del loro numero negli anni che degli operatori impegnati, all’interno del quale  i formatori non risultano tutti forniti di laurea, addirittura solo due su tre.
Ma non solo.
Abbiamo inteso valutare anche il dato relativo agli utenti nel quadro dei processi culturali formativi tesi a recuperare dall’abbandono le intelligenze giovanili, ormai fuori dal circuito scolastico ma purtroppo ancora dentro un circuito che non garantisce integrazione e occupazione, dunque non stimola motivazioni all’esercizio della cittadinanza sana ma dipendenza dal bisogno.
Ci siamo  chiesti se siamo di fronte ad uno degli ennesimi sprechi e quanto danno può avere arrecato tale sistema da 6 anni, lungi dal presupposto dell’esclusività del sistema scolastico statale e piuttosto in direzione di un piano integrato che sia efficace e non discriminante.

Tutto ciò emerge dal confronto con le cifre pubblicate che si riferiscono agli ultimi sei anni, dal 2004 al 2010:
Le somme impegnate nei PROF regionali, alle quali dovrà ancora essere aggiunto l’impegno di spesa tratto dai POR, negli anni dal 2004 al 2010, risultano rispettivamente di euri 263.557.997,46  +181.896.583,20 +240.147.067,58  +263.029.649,23 +256.323.215,64  +260.045.383,62  +241.094.858,63.  
Si tratta di investimenti ingenti, specie se sommati, a fronte delle quali non si registrano in Sicilia sviluppo né crescita, anzi. La percentuale dei disoccupati continua ad aumentare.
Le  risorse impegnate per il finanziamento dei soli progetti di “Sportello multifunzionale”,  dal 2005 al 2010 sono state calcolate rispettivamente  in  euri  48.435.994,11   +51.991.957,00    +57.499.550,67    + 64.019.128,22    + 67.570.122,80    + 50.116.407, 93   + 40.253.101,98  per il PIANO TRIENNALE PO FSE 2007-2013 e 28.623.800,88  per il PIANO TRIENNALE PAR FAS 2007-2013.
Tali dati, forniti alla Commissione dall’amministrazione, risultano in parte difformi da quelli accertati dalla stessa commissione,  di euri 49.185.000,00 nel 2005 a 59.829.089,49 nel 2009 e ad uno stanziamento attuale di  51.405.473,17 nel 2010.
Ci si chiede se ci sono i report dai quali poter registrare quella mole di lavoro utile  a tracciare risultati. 
E’ stato un investimento  efficace?
Il numero dei corsi finanziati a livello territoriale registra situazioni molto particolari negli stessi anni.  
Sono aumentati quasi del triplo:

  • Ad Agrigento                             da  110     con 1.592   allievi nel 2004              a 312 con 4.637 allievi nel 2010
  • A Caltanissetta                            da   98     con 1.387   allievi nel 2004              a 204 con 3.073allievi nel 2010
  • A Catania                                    da  221    con 3.185   allievi nel 2004               a 445 con 6.667allievi nel 2010
  • Ad Agrigento                              da  110    con 1.592   allievi nel 2004               a 312 con 4.637 allievi nel 2010
  • Ad Enna                                      da    81    con 1.287   allievi nel 2004               a 194 con 3003 allievi nel 2010
  • A Messina                                   da    42    con    701   allievi nel 2004               a 522 con 7656 allievi nel 2010
  • A Palermo                                   da  320    con 5.517   allievi nel 2004               a 976 con 14284 allievi nel 2010
  • A Ragusa                                    da   63      con    966   allievi nel 2004               a 249 con 4321 allievi nel 2010
  • Ad Enna                                      da   79     con  2.087   allievi nel 2004               a 127 con  1.921  allievi nel 2010
  • A Trapani                                   da   210    con  3.166   allievi nel 2004               a 337 con 4.878 allievi nel 2010

I dati sugli studenti sono altrettanta fonte di forti perplessità.
Il numero degli studenti, si provi a sommarlo nei sei anni,  pone in evidenza la gravità della dispersione scolastica e degli abbandoni, se gli studenti sono spesso coloro che lasciano il sistema formativo scolastico, almeno in parte, e se sono i soggetti disoccupati dell’attuale panorama.
Dai dati si registra che gli alunni iscritti ai corsi di formazione professionale variano da 18.234 entità nel 2004 a 16.812 nel 2009. 
Da aggiungerne 14.129 iscritti ai corsi POR.
Una dimensione decisamente preoccupante  emerge alla voce “abbandoni” la cui percentuale si attesta dal 28,41%, al 31,79, al 28,49% nel 2010. E’ ovvio che la percentuale rimanente risulta avere raggiunto un successo formativo, come dire che ha superato il corso con una attestazione certificata dall’Ente.  Ma ha trovato lavoro?
In una relazione del 2009 risultava che solo 1 o 2 studenti trovavano lavoro ed in settore diverso da quello per cui si sarebbe formato.
Il  sistema della formazione professionale assume profili non chiari, certo discriminanti se si calcola che ciascun corso è costato alla Regione e dunque allo Stato, molto di più di una classe di scuola. Se anche non si avesse nulla da eccepire per la scelta politica, ma i risultati?
La dimensione del fenomeno si rileva ancora di più quando si legge che il personale impegnato dagli Enti di formazione in Sicilia è pari al 46% del personale che lavora in tutta Italia.
Di questi lavoratori il 45% sono amministrativi e il 55% formatori  che, ricordiamolo, non tutti sono in possesso di laurea.
Relativamente alla dimensione della docenza,  si tratta di personale con diploma di scuola media superiore nel 59% circa dei casi e di persone con il diploma di laurea nel 34% dei casi.  Di certo requisiti assolutamente difformi da quelli previsti  per la docenza nella sistema scolastico per la quale oltre alla laurea occorre una abilitazione all’insegnamento.
Inoltre, sono gli stessi Enti  che rilevano una crescita anomala  quanto meno per gli addetti agli sportelli multifunzionali se, a fronte di 252 Sportelli multifunzionali in totale, gli addetti con contratto a tempo indeterminato risultano essere 1385, e 156 assunti con contratti di diversa tipologia. 
Anche qui, un rapporto che risulta in controtendenza rispetto a quello scolastico dove anche gli amministrativi già in percentuale ridotta, diminuiscono ulteriormente per gli effetti della finanziaria, nonostante siano aumentati le mansioni e i compiti a loro assegnati, creando non pochi disagi alla gestione delle singole scuole.
Ci si chiede come gli assunti a tempo indeterminato abbiano ottenuto il “posto” e “al posto” di chi, altri soggetti probabilmente aventi titolo ma non aventi amicizie. Si vuole dire che dispiace umanamente ma che non è sostenibile comunque il sistema e che tali lavoratori forse non tutti erano legittimabili.  Si vuole esprimere la profonda preoccupazione per una cultura professionale screditata che inevitabilmente finisce con l’abbassare i livelli di fiducia di quanti sono formatori competenti  ed educatori,  e non diminuisce le percentuali del “bisogno” di chi cerca occupazione.
Regole difformi? E’ un privilegio la formazione professionale ai fini delle assunzioni ed una penalizzazione il sistema  scolastico?
Se le regole sono quelle scritte dalla stessa Regione attraverso i bandi che gli uffici dell’assessorato si sono prodigati ad elaborare, la politica ne è consapevole, se l’assessore che firma è una nomina politica così come quella del dirigente generale dell’assessorato, per evidenziare solo i vertici delle responsabilità collegabili. La stessa Commissione ha addebitato “incursioni”di settori della burocrazia e della politica,  regionali e periferici.
Tale sistema di sviluppo occupazionale non è quello che può definirsi un buon investimento per tutti.
La stessa Amministrazione ammette che fino al 2008 non esistevano regole che prevedessero un controllo da parte dell’Assessorato e solo dal 2008 si è iniziato a porre argini e preannuncia la pubblicazione di uno studio da cui risulta che le impennate nelle assunzioni coincidono con i periodi elettorali!
Ma l’esercizio del controllo in tali periodi elettorali? Chi ha consentito le impennate delle assunzioni? Vien fatto di chiedersi con quale funzionalità legittimante si è generato un tale meccanismo che ha assorbito ingenti capitali della Regione e i finanziamenti europei che dalla regione passavano, dunque denaro pubblico a fronte di insostenibili tagli alle scuole.
Se non si pone in evidenza la necessità di qualificare la formazione per restituire dignità al professato intento di elevare il livello culturale, professionale, economico e dunque sociale, sembrerebbe che abbiano ragione quanti sono sorti a difensori dei lavoratori sfrattati. Qui il problema dunque non è quello dei lavoratori della formazione, ben vengano se ne posseggono i requisiti, ma quello di un sistema che con il presupposto della formazione, è stato utilizzato anche per altro, impegnando capitali ingenti senza un controllo di spese e risultati.  
Un sistema che pretendeva di essere quasi parallelo a quello scolastico che piuttosto ne viene sminuito e penalizzato perché appaiono abbassarsi i livelli di prestazione della cultura professionale se i requisiti dei suoi addetti possono declassarsi rispetto ai requisiti che il sistema di reclutamento statale impone rigidamente e se la fiducia dell’utenza nella cultura professionale diventa “trattabile” quando alla stessa si indica una strada alternativa al percorso scolastico che risulta estremamente facilitata e poco verificata.
Ci guardiamo bene dal giudicare negativamente l’operato di tutti gli enti. Certamente qualcuno avrà funzionato con buona efficienza. E’ lungi anche dal sostenere l’esclusività del sistema scolastico italiano nei processi formativi.
Ritiene  determinante piuttosto la interdipendenza del sistema della formazione con tutti gli assessorati e le scuole secondo un quadro di interventi che debba ottenere in prima istanza la qualità della formazione stessa attraverso la sua organizzazione che non può essere lasciata all’arbitrio dei soli Enti se non altro perché non sarebbe garantita, dato l’interesse degli stessi enti al finanziamento pluriennale, per ottenere e mantenere il quale ad oggi non si sono intravisti controlli di gestione se non qualche audit autocertificata.
La DIRPRESIDI,  attenta ai processi occupazionali, guarda piuttosto al problema della formazione nell’ottica dei processi didattici “finalizzati” che garantiscano professionalità quale requisito per competere nel mercato flessibile del lavoro.
Non può certo sostenere, come i politici oggi in replica alla relazione e alla cassa integrazione, solo la sofferenza di quanti dipendenti hanno perso il lavoro.  Sembra che ciascuno vada per viottoli propri e che la formazione professionale possa essere  considerata quale ammortizzatore sociale, per chi?  
Perché stiamo parlando non solo di opportunità occupazionali non certo esclusive di quegli addetti assunti dagli Enti con denaro pubblico e senza regole, ma di quegli studenti cittadini ai quali è stato somministrato un corso per la loro integrazione nel circuito lavorativo. Ma quanti occupati ha prodotto l’investimento?
Già nel 2009 l’ASASI aveva registrato un altro articolo de “la Repubblica”,  da dove risultava che solo n1 corsista otteneva lavoro e quasi mai nel settore per cui era stato formato professionalmente. 
Perché non è l’Ente di formazione che può disegnare i panorami formativi nella vision di mercato ma è il contenuto del bando che deve corrispondere a dette logiche. Lo sosteniamo da tempo.
Ci convince poco la istituzione di un “Osservatorio per la Formazione attraverso il quale sia costantemente rilevabile il bisogno formativo di ampie fasce della popolazione».
Ci si chiede se è una sovrastruttura oltre a quelle esistenti e perché non si sono utilizzati e non si utilizzano canali già operativi nel settore piuttosto che rimandare sempre ad altri, quasi si volesse prendere tempo sfiduciando le risorse già presenti. O forse non ci sono.
La politica regionale dovrebbe già sapere quali settori economici  ha deciso di finanziare e per quale sviluppo e da lì occorrerebbe ripartire per formare il personale idoneo che potrà garantire a tutti i livelli una prestazione garante di risultati.
Il risultato genera sviluppo ulteriore ed ulteriori consapevolezze professionali non solo orientate a colmare quelle deficitarie del territorio siciliano ma dirette a preparare l’utenza per quel mercato del lavoro che, è risaputo, nel prossimo decennio è rivolto quasi esclusivamente a soggetti qualificati.
Ultima considerazione: per anni la Regione siciliana è riuscita a progettare i PROF gestendo miliardi ed allargando ad una platea di clienti/utenti la propria attenzione ma  non è riuscita in altrettanti anni a darsi la legge sul diritto allo studio.
Purtroppo.

DIR-PRESIDI SICILIA









Postato il Martedì, 14 febbraio 2012 ore 23:22:40 CET di Salvatore Indelicato
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