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Umanistiche: L'AMORE PER LA FILOSOFIA IN DANTE

Rassegna stampa

Dante e la filosofia

di Irene Zavattero*

 

Dante Alighieri (1265-1321) non fu soltanto il più grande poeta del Medioevo ma anche un pensatore rigoroso e originale. La sua formazione filosofica non fu legata ad alcuna università; egli apprese la filosofia "ne le scuole de li religiosi e a le disputazioni de li filosofanti" (Convivio II xii 7), cioè, frequentando le scuole degli Ordini mendicanti a Firenze: quella dei Domenicani nella chiesa di Santa Maria Novella e quella dei Francescani nella chiesa di Santa Croce, che ammettevano anche frequentatori laici esterni.

Un filosofo laico

Dante, quindi, non fu ‘maestro’ di alcuna disciplina, non conseguì, cioè, il titolo di magister artium assegnato al termine del percorso di studi presso la Facoltà delle Arti, la facoltà umanistica dell’epoca, né tantomeno fu chierico (clericus), cioè non entrò in alcun ordine religioso. Egli studiò e scrisse di filosofia come laico. Questo aspetto della sua formazione culturale (sottolineato da R. Imbach, Dante, la filosofia e i laici, Genova, Marietti 2003) è della massima importanza perché non solo era abbastanza raro nel Medioevo fare il letterato restando laico – basti pensare che il termine laicus era spesso usato per indicare un non-letterato, una persona del volgo –, ma anche perché questa peculiarità caratterizzò il modo in cui Dante fece filosofia, soprattutto nel Convivio, usando il volgare italiano per essere compreso da tutti, in particolare dai laici.

 

L’amore per la filosofia

Dante si avviò alla filosofia, come ci racconta nel Convivio (II xii), dopo la morte di Beatrice (1290) per risollevarsi dalla profonda tristezza e disperazione in cui era caduto. Dedicandosi alla lettura della Consolazione della filosofia di Boezio e del trattato Sull’amicizia di Cicerone, si innamorò della filosofia che immagina come una donna gentile, "figlia di Dio, regina di tutto, nobilissima e bellissima" (II xii 9). Lo scopo perseguito da Dante nel Convivio (1304-07) è di condurre tutti gli uomini all’amore della sapienza, soprattutto chi "per cura familiare o civile ne la umana fame rimaso", vale a dire quei laici che, per provvedere al sostentamento della famiglia o per adempiere a impegni civili, non poterono saziarsi alla mensa della filosofia, e persino a coloro che per pigrizia non vi si dedicarono. Dante si propone di imbandire un pranzo, un convivio di sapienza, rivolto a tutti, dove non verrà servito "lo pane de li angeli" (I i 7), vale a dire la sapienza divina, come accade alla mensa dei chierici dove si parla latino, ma del "pane orzato" (I xiii 12), fatto cioè di un cereale grezzo che è la filosofia in lingua volgare. L’uso del volgare fu dettato dal desiderio di essere compreso da "principi, baroni, cavalieri, e molt’altra nobile gente, non solamente maschi ma femmine, che sono molti e molte in questa lingua, volgari e non letterati" (I ix 5). Dante intende quindi alla lettera la frase della Metafisica di Aristotele, citata in apertura del Convivio, secondo cui "tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere" per questo si adopera affinché il diritto alla conoscenza filosofica sia alla portata di tutti. Del resto, la posta in gioco è la felicità dell’uomo raggiungibile soltanto mediante la pratica della filosofia.

 

La filosofia conduce alla felicità

Nel Convivio Dante tesse un elogio della filosofia simile a quelli redatti dagli aristotelici parigini dell’epoca – per esempio Boezio di Dacia autore del trattato Il sommo bene (trad. it. in F. Bottin, Ricerca della felicità e piaceri dell’intelletto, Firenze, Nardini, 1989) – di cui condivide l’ideale della “felicità mentale” (secondo la definizione di M. Corti, La felicità mentale. Nuove prospettive per Cavalcanti e Dante, Torino, Einaudi, 1983), vale a dire una definizione intellettualistica della felicità perfetta. Anche secondo Dante, infatti, conoscere significa essere felici, anzi il fine della filosofia è "vera felicitade" che si ottiene contemplando la verità (III xi 14). In un capitolo cruciale del Convivio (III xv), il poeta afferma che la pratica della filosofia permette all’uomo di raggiungere la propria perfezione, cioè la perfezione della ragione che costituisce l’essenza dell’uomo. Ciò rende l’uomo "contento, che è essere beato" (III xv 3-4) poiché il desiderio umano di perfezione viene saziato. Precisamente Dante distingue tre tipi di felicità: quella 'buona' conseguita con le virtù morali caratterizzanti la ‘vita attiva’, quella 'ottima' raggiunta mediante le virtù intellettuali della ‘vita contemplativa’ – entrambe, queste, realizzabili nella vita terrena e simboleggiate dalle figure di Marta e Maria del Vangelo di Luca (IV xvii 9-12; xxii 18) –, e infine la felicità suprema raggiungibile soltanto nella vita futura beata (III xv 2). Della felicità Dante tratta anche nella Monarchia (1316-17) dove afferma che l’uomo ha due fini da raggiungere (la celebre teoria dei duo ultima,III xv 6), l’uno terreno e l’altro celeste cui corrispondono due tipi di felicità, quella terrena conseguibile mediante la filosofia, cioè praticando le virtù morali e intellettuali, e quella celeste, raggiungibile con la pratica delle virtù teologali e seguendo gli insegnamenti divini. Questa duplice finalità che l’uomo deve realizzare è il fondamento della famosa dottrina politica di Dante secondo la quale l’uomo necessita di una duplice guida: dell’Imperatore per realizzare la felicità terrena e del Sommo Pontefice per accedere alla beatitudine eterna. Secondo Dante, come non c’è subordinazione dell’Impero al Papato, così la felicità terrena, che è un fine razionale e indipendente, non è subordinata alla beatitudine eterna, ma anzi rappresenta il pieno appagamento del desiderio naturale dell’uomo di conoscere grazie alla pratica della filosofia. Una filosofia che raggiungerà il suo compimento nella dimensione pratica della Divina Commedia, vale a dire in un’analisi etico-filosofica della trasformazione degli uomini e della società, in una somma di filosofia e teologia scritta da un laico per i laici per il bene del mondo che vive male ("in pro del mondo che vive male", Purgatorio XXXII, 103).

 

*Insegna Storia della Filosofia Medievale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Arezzo della Università di Siena. Si occupa della ricezione medievale dell’Etica Nicomachea di Aristotele e ha pubblicato diversi saggi sull’etica medievale in riviste e volumi collettanei.









Postato il Giovedì, 27 marzo 2008 ore 16:23:55 CET di Salvina Torrisi
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