All’inizio doveva essere quel che Luigi Einaudi teorizzò nel 1955: «Non
ordine, gerarchia, uniformità bensì varietà e mutabilità, la fine di un
mito». La fine del modello egualitarista che ancora oggi, di fronte
allo Stato, fa valere un diploma targato Bocconi come quello di
qualunque università di provincia. Poi nel governo si sono resi conto
che l’operazione era politicamente complicata. Basti pensare che i
concorsi pubblici sono sanciti dalla Costituzione o la levata di scudi
promessa dai rettori. Così Mario Monti ha chiesto ai ministri di
valutare le alternative. Francesco Profumo la sintetizza così: «Non abolire, ma che uso fare del valore
legale». Il testo che oggi, a meno di colpi di scena, confluirà
nel decreto semplificazioni risponde a questa massima. Fra le righe di
un testo che sembra fatto apposta per non essere capito, c’è più di un
ritocco. Il valore legale dei titoli
di studio resta, ma cambia e si indebolisce per favorire la
competizione fra università.
Il grimaldello è al punto «d» di un articolo al quale ieri mattina mancava ancora il numero progressivo. «Consentire l’accesso ai concorsi pubblici ai soggetti in possesso del diploma di laurea nonché, ove necessario, di ulteriori specifiche esperienze professionali». Inoltre, «qualora sia richiesto uno specifico e congruo numero di crediti formativi, questi possono essere acquisiti in soprannumero rispetto ai percorsi ordinari previsti per il conseguimento della laurea». La prosa è implicita, la sostanza semplice. D’ora in poi chi bandirà concorsi pubblici - dagli albi ai ministeri - potrà chiedere titoli diversi dalla mera laurea: master, specializzazioni, corsi post-laurea, dottorati, l’aver superato certi esami e non altri. Di più: la richiesta di un «congruo numero di crediti formativi» significafar valere il diploma di una certa università più di un altro.
Solo questo dettaglio basta a cambiare tutto: sulla base della riforma Gelmini i crediti formativi vanno ai migliori dipartimenti di ciascun ateneo. E dunque le lauree, in sede di concorso, non varranno più tutte allo stesso modo. Il governo avrebbe voluto fare di più: nella bozza di due giorni fa l’accesso ad un concorso per avvocato era permesso perfino ad un laureato in economia, purché avesse i «crediti formativi necessari». Il degli Ordini, già innervositi dall’abolizione delle tariffe, ha convinto gli estensori a soprassedere.
E’ invece confermata la norma che abroga «gli automatismi che consentono la progressione verticale di carriera nel pubblico impiego». Poiché fra gli statali la mera laurea permette carriere interne ad altri negate, negli ultimi anni c’è stata la corsa al diploma purchessia. E poiché l’esperienza professionale permette di scontare esami, sono proliferati gli studenti over-50 che con poche interrogazioni potevano ottenere insperati titoli. Il problema è che superare un esame in procedura civile o in macroeconomia in una grande università pubblica non è sempre una passeggiata. Così sono proliferate anche le università. Pur senza citare la causa di ogni male (la riforma Berlinguer) ieri lo ricordava Profumo: «il meccanismo ha creato un mercato dei titoli di studio. Non proprio una bella cosa».
Non è un caso se nel Paese delle regole intangibili sono ormai troppi i soggetti che rilasciano titoli di laurea, dal Cepu alle università telematiche a distanza. Il momento del massimo fulgore è stato con l’ultimo governo Berlusconi: l’«E-Campus» di Francesco Polidori (amico e marito dell’ex sottsegretario Catia) ha avuto l’opportunità di trasformarsi in università «non statale» alla stregua della Cattolica. Per rendere più libero il sistema occorre dunque dargli regole più certe. La lettera «a» del testo sancisce che d’ora in poi i titoli di «università», «politecnico», «istituto di istruzione» potranno essere rilasciati esclusivamente dal ministero dell’Istruzione. Sembrerà paradossale, ma finora non era chiaramente previsto dalla legge
(da La Stampa di Alessandro Barbera)
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