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Voce alla Scuola: Invasioni: l’Intervista a Piero Ristagno fondatore Associazione culturale Neon

Istituzioni Scolastiche
In occasione dello spettacolo Invasioni, Piero Ristagno,  fondatore con Monica Felloni  della compagnia teatrale Nèon, ospite dell’Istituto Mario Rapisardi Liceo delle Scienze Umane di Biancavilla, per incontrare gli studenti e parlare dello spettacolo Invasioni, in scena dal 6 febbraio al Teatro Stabile di Catania. Spettacolo oltre sessanta  studenti  hanno scelto, per i loro abbonamento a teatro.
Piero è un artista, un poeta come lui stesso si presenta, semplice e sempre. Dopo averci raccontato, l’esordio e la storia trentennale di Neon ci ha concesso una chiacchierata, come tra buoni amici di sempre, perché è cosi che ci si sente con Piero Ristagno. Un’ora di generosa conversazione per parlare di poesia, bellezza e felicità, si proprio felicità e lo scandalo che provoca il volerla pretendere.

Perché Invasioni? Com’è nata l’idea di quest’opera?
Invasioni è un azione violenta, è un azione che normalmente è stata fatta nei confronti dell’Africa in particolare. Come gestire il problema dell’immigrazione è un’altra cosa, ma quello che si mette poi in atto è un clima di paura, di tensioni. La paura ci impedisce di gestire le relazioni come è necessario che sia. La parola “invasione” è stata utilizzata come un deterrente alla capacità dell’ospitalità, la quale va gestita politicamente, culturalmente. La dimensione di paura che si è determinata è stata proprio da questa parola “invasioni”. Dicono “ci stanno invadendo” come se fossimo difronte a delle invasioni barbariche. A partire da questa suggestione abbiamo pensato ad uno spettacolo in cui noi dichiariamo che “gli invasori siamo noi”. Danilo è invasore, Angelo è invasore, Monica Felloni è quella che dirige l’invasione. Perché gli invasori siamo noi, dunque trattateci da invasori. Ma la nostra invasione è musica, è canto, è bellezza dello stare insieme, in una composizione verbale in cui l’invasione è un invasione d’amore, di arte, di corpi. La nostra violenza è violenza d’amore ed in questo abbiamo trovato una grandissima alleanza in Mustafa Sabbagh fotografo di fama mondiale, ritrovando nella sua poetica la poetica di Nèon. E in questo confluire di poetiche, questo riconoscersi poeticamente è venuto fuori “Invasioni” che è dedicato a Mustafa Sabbagh, regia di Monica.

In che misura il teatro può garantire il coinvolgimento delle persone diversamente abili in una società dominata dal narcisismo e dall’idea di perfezione?
La parola “perfezione” è molto interessante. C’è un ragionamento che vi propongo a proposito della perfezione. Avete presente il pecorino romano, bello, compatto? Ora pensate al formaggio svizzero pieno di buchi. Qual è il formaggio perfetto? In quanto svizzero è quello svizzero. In quanto pecorino è quello pecorino. Cioè un formaggio pieno di buchi non è meno formaggio; ha un sapore diverso. Alcuni preferiscono lo svizzero, altri il pecorino. La perfezione è di quella natura, è in quell’essere. Non c’è una perfezione astratta. Danilo Ferrari è perfetto, Piero Ristagno è perfetto, ed è perfetto a quest’età perché ha quest’età, perché gli mancano i capelli, perché comincia ad essere pieno di rughe. La perfezione è quella di quell’età. Di quella persona dentro la sua vita. Ognuno di noi è perfetto nella natura che è. Il teatro non rende una persona perfetta, perché è già perfetta. Tutti noi siamo perfetti così come siamo, nelle esperienze che facciamo, con tutte le fragilità che abbiamo dentro, perché se non le avessimo non saremmo noi. Ognuno di noi non è quella cosa alla quale manca qualcosa per essere completi. Tutte le persone sono complete avendo quei difetti, quelle mancanze, quei deficit. La nostra ricchezza è deficit. Il nostro handicap personale è la ricchezza che abbiamo, perché su quella cerchiamo e abbiamo voglia e volontà di miglioramento, di vittoria su di noi. Poi normalmente quello che succede è che questa vittoria, stando ad un sistema che comunica “invasioni” quando non ci sono, diventa competizione, lotta e sopraffazione. E la competizione è contro natura, non è vero che gli esseri umani sono competitivi; le cose si fanno bene quando si fanno insieme e ci si aiuta a vicenda. 

Quante volte le è capitato di assistere ad un pubblico che non è stato capace di lasciarsi emozionare da una persona che è perfetta così com’è?
Al pubblico che non piace il nostro lavoro, gli piacerà. La prima volta magari ne esce turbato, ma quel turbamento gli ha sicuramente segnato la vita, dunque ci ripenserà. Il teatro ha una grandissima forza: si imprime attraverso gli occhi sull’anima delle persone. Quando vedi uno spettacolo che ha una sua potenza comunicativa non lo dimenticherai mai più. Questo accade con il teatro, più che con qualunque altra arte. Perché il teatro è un rapporto corpo a corpo: la fisicità, la corrispondenza tra i corpi, segna i corpi per sempre. La nostra compagnia ha sempre lavorato nel rispetto assoluto del pubblico. Abbiamo sempre avuto questo senso del teatro che è “fatto per gli spettatori”, in cui c’è sempre quest’attesa del pubblico. Durante le prove prima dello spettacolo si respira un clima frizzante ed emozionante. Sono tutti carichi e pronti ed è come prepararsi ad una festa: una cosa fatta per gli altri, che adesso arriva. I ragazzi della compagnia hanno tutti una cura incredibile.  

Si serve di strategie o di metodi legati al teatro dell’oppresso che vede il teatro come conoscenza della realtà interiore e sociale?
Il teatro dell’oppresso è una delle esperienze teatrali più straordinarie, come tanti altri linguaggi, altri approcci, altre arti. Perché tutto quanto il teatro si relaziona con i corpi, con le fantasie e le emozioni delle persone. Noi siamo più un teatro di tradizione, non siamo un teatro terapeutico, che cura. Noi sappiamo di avere cura: abbiamo a cuore la presenza degli spettatori, abbiamo a cuore il lavoro con gli attori e di avere delle relazioni tra di noi e con gli altri. Lo scavo psicologico e la dimensione terapeutica è molto importante, però non è il nostro campo d’azione. La nostra è più una dimensione del “piacere di fare teatro”, dell’inventarsi nel fare teatro.

Nel concedarsi, Piero ci regala un altro sorriso e una raccomandazione
Ragazzi pretendete sempre la felicità, inseguite la vita che si manifesta in ogni sua form, amatela senza mai subirla.  Siate invasori,  “siate umani che camminano su questa Terra accanto ad altri umani’’. Non dimenticare è l’XI comandamento di Sabbagh. Non dimenticare la tua umanità.


Oriana Mazzarino classe VB
Liceo delle Scienze Umane IIS "M. Rapisardi"









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Postato il Sabato, 10 febbraio 2018 ore 08:00:00 CET di Michelangelo Nicotra
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