Quella di ieri,
10 ottobre, è stata davvero una giornata orribile per la scuola
pubblica italiana. La proposta di legge 953, la miniriforma Aprea, che
concretizza definitivamente il processo di privatizzazione della
scuola, aprendo le sue porte a “soggetti esterni” (sia come
finanziatori che come membri degli organi collegiali) e che impone ad
ogni scuola uno statuto autonomo (a cui vengono affidate competenze in
materie assai delicate, senza garanzia e possibilità di controllo a
livello nazionale), ha ultimato il suo iter alla Camera per approdare
all’esame del Senato, dove rischia di arrivare all’approvazione
conclusiva prima della fine di questa legislatura; legislatura
che – non possiamo fare a meno di notarlo - si sta rivelando, per
l’intero sistema di istruzione del nostro paese, quasi più funesta
della precedente. E siccome il sacrificio fin ora imposto alla scuola
pubblica italiana (che - lo ricordiamo – in questi anni ha subito
tagli per oltre 9 miliardi di euro ed è stata privata di circa 140 mila
lavoratori), non è bastato a saziare la sete di sangue di questo
governo, è di ieri la notizia che la nuova Spending review approvata
dal Consiglio dei Ministri conterrà altre misure altamente lesive dei
diritti degli insegnanti e degli studenti stessi, le vittime
sacrificali di scelte politiche miranti esclusivamente a tagliare fondi
a detrimento della qualità del sistema di istruzione. Infatti gli
insegnanti italiani, che hanno stipendi di gran lunga inferiori alla
media degli altri paesi dell’OCSE, che non hanno avuto rinnovi
contrattuali dall’ormai lontano 2009, a cui sono stati anche bloccati
gli scatti di anzianità dal 2010 al 2012, ora sarebbero chiamati a
subire un’altra assurda vessazione: l’aumento dell’orario di lavoro
nelle scuole secondarie a parità di stipendio. Risulta evidente che un
provvedimento di tale genere, oltre a determinare un’inevitabile
scadimento della qualità dell’offerta formativa, dal momento che pone
oneri insostenibili sulle spalle dei docenti, già sfiancati dagli
esecrabili effetti della Controriforma Gelmini, comporterà anche
la totale esclusione da ogni possibilità lavorativa di quegli oramai
pochi precari sopravvissuti alla mannaia dei tagli di posti di lavoro
operati dal 2007 ad oggi; ci riferiamo in particolare a quella
categoria di docenti abilitati che, pur non avendo ancora
ottenuto la stabilizzazione, in modo irriverente e paradossale, mentre
continuano a rendere possibile con il loro lavoro il funzionamento di
un sistema scolastico minato dalle fondamenta da una serie di
interventi nefasti, vengono chiamati, attraverso il DM 82 del 24
settembre, a sostenere un concorso (che peraltro hanno già
sostenuto) con prospettive di immissione in ruolo sempre più aleatorie.
Ci chiediamo infatti: come fa questo governo a parlare di
rinnovamento della classe docente, di prospettive occupazionali nel
settore dell’istruzione, se continua a operare interventi che aumentano
l’orario di lavoro settimanale del personale attualmente in servizio,
ritardandone intanto i tempi per la quiescenza?Ci sembra giunto il momento di chiamare l’opinione pubblica a riflettere seriamente su quali siano le reali criticità del sistema scolastico italiano, partendo proprio da un’attenta analisi dell’effettivo carico di lavoro richiesto agli insegnanti. Se si è disposti a discutere con onestà intellettuale, si dovrà innanzitutto ammettere che le misure fin qui adottate, dal precedente e da questo governo, hanno determinato un progressivo e sostanziale peggioramento delle condizioni di un’intera categoria di lavoratori: sempre più classi, ma sempre meno ore di insegnamento in ogni classe, spesso soli anche in presenza di alunni bisognosi dell’insegnante di sostegno, mortificati nella loro professionalità perché costretti già dalla spending review approvata in agosto a riciclarsi su materie per cui non sono in possesso neanche del titolo abilitante, costretti a transitare obbligatoriamente nei ranghi degli ATA se divenuti inidonei all’attività di insegnamento. E non si potrà fare a meno di ammettere che il disagio e le difficoltà concrete nello svolgere il proprio lavoro che gli insegnanti hanno fin ora affrontato e saranno costretti ad affrontare in misura di gran lunga superiore, qualora gli scellerati obiettivi di questo governo dovessero in porto, si ripercuoteranno negativamente sulla qualità dell’insegnamento e, a farne le spese, saranno ancora una volta i nostri studenti, cioè i giovani, sui quali si ripongono le nostre ultime speranze di vedere realizzata una società più equa e capace di rispettare diritti e bisogni dei suoi cittadini.
Noi continueremo a fare quanto in nostro potere per ostacolare l’approvazione sia della legge Aprea in Senato che di questa nuova Spending review non ancora arrivata all’esame del Parlamento, nella consapevolezza che, se quest’ultimo provvedimento dovesse effettivamente contenere ulteriori misure di tagli insostenibili per la scuola, rappresenterebbe un chiaro messaggio dell’assoluta noncuranza di questo governo rispetto ad un’istituzione fondamentale qual è la scuola pubblica e rispetto alle esigenze dei suoi lavoratori. Non possiamo permettere che un disegno così pericoloso per tutta la società, cioè quello che noi consideriamo a tutti gli effetti il programma di distruzione della scuola pubblica, venga realizzato nell’indifferenza generale o con la resistenza di pochi, isolati oppositori, consci della drammatica deriva verso la quale stanno precipitando gli eventi. Aiutateci e sosteneteci in questa lotta.
Letizia Bosco e Ilaria Persi - Responsabili nazionali Scuola IdV

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