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Costume e società: Divagazioni inattuali senza rete di protezione ...

Redazione
Ho avuto sempre un certo imbarazzo a soffermarmi su alcuni problemi morali e di bio-etica in particolare, perché non mi sento, anche ora che ho deciso di farlo, sufficientemente preparato per confrontarmi con temi che implicano un profondo coinvolgimento personale. In genere rifuggo dal "compromettermi", senza potere indicare precise ragioni. Non so se a prevalere sia un sentimento di inadeguatezza o il timore di dovermi in qualche modo pronunciare su temi aperti e difficili da affrontare. Sono problemi che mi creano uno stato di disagio e neanche per me stesso ho parole rassicuranti.

Da tanto tempo penso che di certi argomenti per la problematicità e la delicatezza ad essi connesse non dovrebbe occuparsi la politica o meglio che su di essi non si dovrebbero costituire schieramenti politici come avviene con altre questioni. E penso anche che con troppa facilità ci si voglia sbarazzare delle perplessità e dei dubbi che sorgono quando si cerca di stabilire un nuovo quadro di principi che vanno al di là dei valori, delle consuetudini e delle tradizioni in cui si riconoscono molte persone. Si cerca di cambiare, ma senza curarsi fino in fondo di sapere quali possano essere le conseguenze di certe innovazioni di costume.

Negli ultimi tempi sono stati tracciati nuovi confini tra etica e politica, sono emerse nuove generazioni di problemi per la vita pubblica per i quali mi sembra che non ci siano stati la riflessione e l'approfondimento necessari. Si continua con l'abitudine di regolamentare comportamenti e scelte di cui non si è definito con chiarezza lo statuto etico e sociale e che se incidono nella sfera giuridica di altre persone rimangono tuttavia entro la sfera individuale di ognuno di noi. Almeno così a me sembra.

Ogni società tende a conservarsi con adeguata legislazione, stabilizzando i principi morali e le regole di comportamento pubblico e privato che sono ritenuti necessari per la salvaguardia fisica e morale della propria comunità e per la tenuta della coesione sociale. Questa funzione normativa della legislazione si sviluppa sempre più spesso in contrasto con la sensibilità, gli interessi e i bisogni umani che si vengono a determinare in conseguenza dei continui, rapidi e profondi mutamenti della cultura e degli stili di vita. La questione diventa di essenziale importanza nel momento in cui si è dilatata, è esplosa una crescita imponente delle libertà individuali, che si esprime sempre più spesso come consapevolezza di potere e volere auto-determinare ogni fase e ogni decisione della propria esistenza. In moltissime vicende attuali si possono individuare una fuga di massa dalle consuetudini che hanno costituito i tratti abituali della pubblica morale e un rifiuto netto di fare delle regole pubbliche e delle tradizioni i criteri di giudizio delle proprie scelte personali. Tra i problemi controversi che incrociano etica e politica e che suscitano ondate di polemiche, più che di riflessioni va annoverata la procreazione assistita; questione che affonda le radici nelle più recondite profondità della vita e che non meritava come altri di questo genere di essere preso a pretesto per definire impropriamente i tratti identitari di formazioni e di maggioranze politiche.

Penso che se i convincimenti religiosi in materia possono essere formulati al riparo di riserve e di dubbi,le decisioni politiche per loro natura in una società democratica e pluralistica devono essere discutibili e contrattabili, su questo come su qualsiasi altro tema, e non possono essere affidate a convincimenti dogmatici. La logica delle scelte pubbliche in questo genere di società è in qualche modo autonoma rispetto agli argomenti trattati e segue sempre le stesse procedure. La questione della procreazione assistita può essere trattata e considerata da un punto di vista etico-religioso, ma può anche essere "elemento" costitutivo di una moralità pubblica più vasta e condivisa se a suo fondamento vengono poste premesse che si reggono da sé, da sole: queste premesse condivise dovrebbero stabilire i confini dello spazio delle libertà individuali, della ricerca scientifica, delle applicazioni tecnologiche nel campo biologico, della tutela della vita e delle sue forme e dei suoi gradi.

Su un tema come questo le leggi non possono essere il frutto di un solo orientamento culturale,filosofico o morale: ci si dovrebbe muovere con razionalità scansando sia i rischi del delirio di onnipotenza di certe forme di individualismo e di libertarismo, sia le spontanee espressioni di orrore e di condanna di quanti ritengono immodificabili le regole del passato, non negoziabili i propri valori e principi di riferimento. Il problema di fondo è questo: può una minoranza imporre una propria visione della vita, una propria concezione morale? In questo campo ci si può muovere a colpi di maggioranza? A proposito della procreazione assistita qualcuno parla di libertà procreativa. Ho qualche dubbio in proposito. Mi pare di individuare in questo genere di affermazioni una concezione spiccatamente individualistica, un' nsoffferenza nei confronti dei limiti della natura che non riesco a comprendere o meglio che mi riesce difficile accettare. Il figlio a qualsiasi costo, il possesso del figlio comunque concepito non mi pare che realizzi o meglio che sia l'unico modo di realizzare la dimensione della socialità e dell'amore, come se non potessero esserci altre forme di espansione, di realizzazione della propria umanità. Se così solo dovesse essere, ci si troverebbe di fronte ad una certa forma di regressione morale e culturale, ad una concezione chiusa e vitalistica di familismo.

Da una parte milioni di bambini muoiono di fame, sono senza famiglia, aspettano sostentamento ed affetto e non sono molti quelli che li cercano ,da un'altra persone disperate che accettano la fecondazione eterologa pur di avere un figlio. Che senso ha? Si ama l'infanzia solo se prodotta in proprio e con qualsiasi mezzo? Bambini cercati e voluti in qualsiasi modo e bambini allo stesso modo non voluti e rifiutati. Gli estremi del movimento di un pendolo fissato al chiodo di una concezione di libertà individuale che non vuole avere limiti e regole; la vita al servizio dell'individuo e della sua discutibile onnipotenza e non l'individuo al servizio della vita. L 'uomo padrone assoluto del proprio destino, della vita e della natura: creatore anche lui seppure con l'ausilio della tecnologia ... Mi riesce difficile essere d'accordo sulla bontà di qualsiasi intervento sulle forme di produzione della vita umana e trovo mal concepite le discussioni,in qualche modo collegate a questo tema, su quando comincia la vita e la sua necessaria difesa. Non c'è ragionamento forte che possa dirimere la questione e dissolvere i dubbi:ci porteremo sempre appresso una buona dose di incertezza, di timori, di inquietudini e di preoccupazioni. Ci sono temi di frontiera che sembrano andare oltre le tradizionali divisioni tra laicità e confessionalismo e sui quali la prudenza mi pare necessaria. L'inviolabilità e la sacralità della vita seppure in modo confuso costituiscono ancora principi largamente condivisi. Si potesse costruire su queste basi una nuova morale pubblica.. E' mia convinzione che il dominio dell'uomo sulla natura debba avere un limite. Le posizioni che esaltano l'assoluta libertà di sperimentazione scientifica, anche a prescindere da qualsiasi vincolo morale che una società si è dato, sono incomprensibili e insostenibili per moltissime persone. 'idea di avere a portata di mano il figlio quando e come lo si vuole e la cura per ogni tipo di malattia è il sintomo del rifiuto di accettare i propri limiti e la propria condizione umana. L'infelicità e la sofferenza che nessuno è tenuto a subire non sono solo il prodotto della natura, ma anche degli egoismi dell'uomo (guerre, distruzione, violenze, genocidi etc).

Altri problemi di frontiera sono quelli dell'eutanasia e del mantenimento in vita delle persone in stato vegetativo con l'alimentazione artificiale. Sono problemi che sollecitano una profonda riflessione sul senso della vita e della nostra libertà. In questo campo si sono tramandate convinzioni e principi che in qualche modo vengono ritenuti da alcuni movimenti di opinione privi di legittimazione e comunque incongruenti con il nuovo modo di vivere nella nostra società .In questi casi il senso della vita che si vuole difendere e che si tende in qualsiasi modo ad esaltare deve fare i conti con la profondità del dolore e della disperazione delle persone che vi sono implicati. Credo che non sia per nulla facile dare una risposta per tutti convincente alla domanda se in alcune situazioni umane valga sempre e comunque la pena di vivere e di far vivere. Come si fa a chiamare vita certe forme prolungate di esistenza biologica ,mantenuta solo artificialmente? Che tipo di vita si intende difendere ? Perchè è insensato l'accanimento terapeutico e non l'accanimento alimentare? Se l'individuo non può essere considerato il padrone della propria vita perchè può esserlo lo Stato? Mi chiedo anche se appartenga alla concezione cristiana della vita la ricerca ossessiva di allontanare la morte in tutti i modi e a tutti i costi. La vita appartiene ad ogni individuo e non per tutti è un dono di Dio, indisponibile alle proprie scelte. La vita per tanti non è obbligatoriamente e necessariamente per gli altri: questo è il dramma che si sta vivendo. Posso volere la morte piuttosto che la vita e non tocca agli altri stabilire la soglia di sopportabilità della mia sofferenza e della mia disperazione. L'uomo è l'unico vivente che può darsi la morte, che può sfuggire alla necessità della continuazione della vita, per qualsiasi motivo ritenuto importante. Lo sconfinamento dei limiti è una tendenza naturale della libertà e la sua più tragica e smisurata conquista può essere il convincimento della liceità dell'autodeterminazione del proprio tempo di vita.

Questa autodeterminazione è un gesto di esclusione degli altri da una vita in cui hanno avuto una parte: parenti, figli, amici etc. Non ci sono strumenti per combattere questo genere di scelte se non la persuasione; lo Stato con le sue leggi deve difendere, proteggere ,garantire la vita, ma non può imporla a nessuno, se questi ha deciso che non ha più senso continuare a viverla. Più che il rigore delle leggi ci vuole un'infinita umanità, uno smisurato sentimento di vicinanza e di solidarietà nei confronti di quanti vengono a trovarsi nelle condizioni di ritenere opportuno fare questo tipo di scelte. Un principio morale com'è la difesa della vita, variamente difeso, protetto e giustificato nel passato, viene a scontrarsi con un forte sentimento di libertà e soprattutto con la crescente secolarizzazione che ha travolto le concezioni abituali della sacralità della vita, elaborate dal cristianesimo a difesa della persona contro ogni forma di arbitrio. Prevale l'opinione dell'irredimibilità del dolore e delle sofferenze, quale che sia il modo di subirli e di viverli; ci si rifiuta di pensare che possano avere un valore salvifico e che si debbano umanamente sopportare.

Si prediligono soluzioni che un tempo non si aveva il coraggio di pensare e che oggi si tende a rendere possibili. L'accettazione del limite, dell'ostacolo, della privazione, della costrizione e del dolore nel passato era per alcuni la premessa per aprirsi a sentimenti che nobilitano la nostra condizione umana: compassione, solidarietà, sostegno, conforto, fiducia etc. Di fatto oggi si tende a rimuovere gli aspetti della vita umana che ci riportano alla nostra condizione di "mortalità" che ci impediscono di essere sempre adeguati all'imperativo sociale di essere in forma, di essere vincenti ,di avere successo. Ma tutto quello che si ritiene dipendente solo dalla nostra volontà assume rilievo diverso se per avere compimento deve richiedere la collaborazione degli altri: in questi casi da fatto individuale la nostra scelta diventa fatto pubblico, sul quale non può non esserci una regolamentazione... Nel nuovo clima di libertà che si respira nelle società moderne è sorta la questione delle nozze gay, problema a mio parere alquanto diverso per importanza ed urgenza rispetto a quello della lotta non convenzionali. Nelle società occidentali nel tempo si è creata con l'avvento del cristianesimo e con la costituzione di società cristiane una forte e sentita avversione contro l'omosessualità; atteggiamento che è stato ereditato dall'ebraismo. Uno degli elementi di differenziazione delle due religioni nella società greco-romana è stata proprio la severa condanna dell'omosessualità. Questa tradizione ha avuto un forte consenso, che è stato rafforzato da regole di discriminazione e di condanna severe e crudeli nei confronti degli omosessuali. A loro sono state riservate pene dure e dolorose ,accompagnate da sentimenti di disprezzo e di feroce irrisione costantemente coltivati e incoraggiati. Ha giocato un ruolo l'insensibilità nei confronti dei problemi sessuali che ha caratterizzato da sempre l'etica cristiana, rigidamente procreativa.

Di tempo ne è passato e dall'intolleranza si è arrivati a diverse forme di accettazione, anche se per evitare i rischi dell'omofobia si deve pensare e ricorrere ad una legislazione di protezione. E' un bene che non ci si chieda come un tempo a proposito dell'omosessualità se si tratta di deviazione, di trasgressione, di una diversa forma di relazione affettiva; che si sia smesso di scomodare legioni di sedicenti specialisti per averne le sentenze di comodo e che si cominci a convivere con questi nuovi fatti di costume. Mi sia consentito, però, di trovare sgradevoli e irritanti certe manifestazioni di orgoglio omosessuale, certe esibizioni plateali più adatte per provocare, piuttosto che per esprimere liberamente i propri sentimenti; certe forme di confessione che vogliono essere la prova della personale noncuranza delle tradizioni e delle consuetudini e che sconfinano nella celebrazione della propria capacità di trasgressione, nell'esaltazione dell'eccezione sulla regola. Il tema delle coppie gay viene a inserirsi nel contesto degli orientamenti di una parte dell'opinione pubblica da molto tempo all'attacco della credibilità dell'istituzione matrimoniale e della famiglia, come se tutte le sventure umane e tutti i problemi sociali derivassero dall'esistenza di questi due cardini, da tempo immemorabile ritenuti imprescindibili per la tenuta delle società ("Dal dì che nozze e tribunali ed are /diero alle umane belve esser pietose...).

La storia e tante storie personali si possono leggere in altro modo e potrebbero farci capire a quanti problemi la famiglia ha dato l'unica soluzione positiva possibile nei momenti più drammatici delle vicende umane. E' stata un punto di equilibrio, di sicurezza individuale e sociale, di coesione e di sviluppo umano. Famiglia, quindi uomo e donna, come da millenni e non semplicemente coppia, comunque venga costituita. Basta avere esperienza di rapporti con le nuove generazioni per rendersi conto come la strada che si vuol fare imboccare può portare solo disagi. Quando ero ancora a scuola, i ragazzi che avevano più problemi erano quelli che non avevano dietro una famiglia: la loro infelicità si coglieva a colpo d'occhio, i più discontinui, i più disordinati, i più malvestiti, i più inquieti, i più insicuri. E questo il futuro che si vuole per le nuove generazioni?

Raimondo Giunta








Postato il Venerdì, 04 aprile 2014 ore 07:45:00 CEST di Nuccio Palumbo
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