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Voce alla Scuola

Un signore eritreo, la metropolitana di Stoccolma e sei parole della Costituzione: cosa vuol dire accogliere

Ventotto giorni a Stoccolma, un vagone della metropolitana che arriva da Solna, un signore eritreo che si avvicina e comincia a parlare in italiano. Un ricordo di mobilità che sull’accoglienza dice più di molti discorsi.
Ci sono porte che ti accorgi di avere attraversato soltanto dopo, quando ti volti e scopri che qualcuno, senza dire niente, le stava tenendo aperte per te…..
Per capire cosa significa essere accolti bisogna, almeno una volta, essere stati lo “straniero”.
A Pietro è successo qualche anno fa, a Stoccolma. Lo chiameremo Pietro, come abbiamo già fatto una volta su queste pagine: il nome è di fantasia, tutto il resto no.

Lo “straniero”, questa volta, era lui
Pietro non era mai uscito dall’Italia, non aveva mai vissuto lontano dalla sua famiglia, non aveva mai preso un aereo. È partito da una scuola ai piedi dell’Etna insieme ai compagni di classe e ai suoi insegnanti, per ventotto giorni di formazione  scuola lavoro in una delle città più avanzate d’Europa.
A Stoccolma Pietro era, tutto in una volta, ciò che di solito guardiamo dall’altra parte della cattedra: quello arrivato da lontano, quello che la lingua del posto non la conosce, quello che parte da molto indietro rispetto a chi lì è nato e cresciuto.
Poteva andare in due modi. È andata che ha trovato fiducia, quella che la società svedese ripone nei più giovani. E ha trovato persone.

Un signore, in metropolitana
Una l’ha incontrata in metropolitana, sul tragitto che il gruppo faceva da Solna a Stoccolma.
Un signore di mezza età, ben vestito, barba e occhiali, si è avvicinato e ha cominciato a parlare. In italiano. Era eritreo.
Aveva sentito il bisogno di farlo e, una volta cominciato, non voleva più smettere: raccontava la sua fanciullezza, la scuola ad Asmara, e in quel viaggio nella memoria si è portato dietro tutti, al punto che i ragazzi sono riusciti a sentire sulla pelle una vita che non era la loro.
Li ha lasciati con una frase: “Siate fieri di essere italiani“.
Pietro lo era. Dopo quell’incontro, un po’ di più.

Fermiamoci un attimo, perché questa scena è capovolta rispetto a come ce la raccontiamo di solito. Chi accoglieva non era il padrone di casa. Era un uomo venuto anche lui da un’altra parte del mondo, che a un gruppo di ragazzi siciliani ha offerto la sola cosa che in quel momento aveva con sé: una lingua. E quella lingua gli veniva da una scuola: l’aveva imparata da bambino, sui banchi, ad Asmara.
Una scuola, tanti anni prima, aveva aperto una porta a un bambino. Quel bambino, diventato uomo, la teneva aperta per degli sconosciuti, tra una fermata e l’altra…..

Non è stato l’unico. C’era il pizzaiolo mauriziano, un giovane un po’ dimesso: si vedeva che una sicurezza economica non l’aveva ancora raggiunta. Aveva lavorato a Palermo, a Roma e a Bologna e aveva ancora nelle orecchie il vocìo della Vucciria: le parole siciliane le ripeteva di continuo, come si fa con le cose care. A Palermo era stato lui quello venuto da lontano. Evidentemente qualcuno gli aveva fatto posto, se quel dialetto se l’era portato fino in Svezia.
Un uomo ben vestito e un ragazzo che ancora faticava. Nessuno dei due ha aspettato di avere qualcosa in più per aprire.
Cu nesci, arrinesci, dicono i nostri vecchi: chi esce, riesce. È vero a metà. Chi esce riesce se dall’altra parte trova qualcuno che apre.
Altrimenti resta sulla soglia, con tutto quello che sa fare e che nessuno vedrà mai.

Il banco accanto
Pietro, dopo ventotto giorni, è tornato a casa. Nelle nostre classi c’è chi a casa, dopo ventotto giorni, non ci torna: è arrivato da lontano per restare, e quello spaesamento se lo porta ogni mattina fino al banco. E c’è chi non ha attraversato nessun confine, eppure parte più indietro di tutti.
“La scuola è aperta a tutti“. Sono sei parole, le prime dell’articolo 34 della Costituzione, e non hanno note a piè di pagina. “Tutti” vuol dire chi ha una disabilità, chi è straniero, chi è fragile. Vuol dire chi ha bisogno di sostegno, chi deve imparare una lingua nuova, chi porta ferite che non si vedono, chi non ha alle spalle una famiglia in grado di aiutarlo.
È a scuola, prima che altrove, che un Paese dimostra se vuole davvero essere giusto: se crede nella dignità delle persone, se considera l’istruzione un diritto oppure un premio da assegnare a pochi. La scuola accoglie perché questo è il suo compito: aprire possibilità, non misurarle. Creare futuro, non selezionarlo.

Chi pensa di escludere, di discriminare, di decidere chi “merita” e chi no, ha dimenticato cosa significa educare. Dovrebbe tornarci davvero, in una scuola. Sedersi tra quei banchi, ascoltare una lezione, guardare negli occhi chi ogni giorno lotta per imparare qualcosa di nuovo. Oppure dovrebbe fare quello che ha fatto Pietro: partire, ritrovarsi una volta dalla parte di chi non conosce la lingua, e aspettare che qualcuno si avvicini.
Perché si educa essenzialmente con l’esempio, e l’esempio, quella volta, lo ha dato uno sconosciuto.

Le porte di un vagone si aprono e si chiudono da sole, a ogni fermata. Quella di una scuola no: non è un cancello che scatta a orario, è una porta che qualcuno, ogni mattina, decide di tenere aperta.

Per tutti. Sempre.

michelangelo.nicotra(at)gmail.com

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