<<Mi chiamate “mio”. Mio corpo, mia vita, eppure io non sono mai stato solo tuo. Mi avete abitato, questo sì, ma non mi avete mai posseduto veramente.>>. Inizia così l’elaborato dell’alunna Nadia Maccarrone delle ex VC del Liceo Classico Europeo del Convitto Nazionale Mario Cutelli che si è aggiudicata il premio Nicholas Green ed. 25-26. La studentessa, mercoledì 28 ottobre, durante la cerimonia di premiazione che si è tenuta presso l’Aula Magna del Convitto Cutelli, si è aggiudicata il primo premio (700 euro) per il lavoro realizzato nel progetto La scuola come volano artistico-letterario, ideato e guidato dalla prof.ssa Giusy Gattuso.
All’evento erano presenti la Dirigente scolastica del Convitto prof.ssa Anna Spampinato, la moderatrice prof.ssa Rosalba Laudani, l’avvocato Salvatrice Feccia, presidente dell’Aido, e il preside Giuseppe Adernò oltre ad alcuni ospiti che hanno raccontato le loro testimonianze.
Una profonda riflessione, di rara intensità, quella della nostra allieva, che persegue perfettamente lo scopo del concorso ovvero ricordare il sacrificio di Nicholas Green (il bambino che il 1° ottobre 1994 perse la vita assassinato nell’autostrada A3 mentre era in vacanza in Italia), la generosità dei genitori che donarono i suoi organi e soprattutto sensibilizzare i ragazzi e le famiglie su questo tema così importante e in grado di salvare e migliorare tante vite.
L’incontro ha mirato a coinvolgere, informare, consapevolizzare i presenti sull’importanza di tale gesto con ospiti, interventi, testimonianze nonché informando adeguatamente gli astanti sulle modalità di donazione e sull’assenso che può essere dato anche durante il rinnovo della carta d’identità.
Ma davvero toccante, convincente, emozionante ed efficace è stato il testo della nostra allieva che ha scandagliato il significato del termine “corpo” analizzando l’idea che abbiamo di esso e mettendo in evidenza ciò su cui spesso non riflettiamo abbastanza. Nadia dà voce al corpo di Nicholas: “I segni, le cicatrici, i gesti ripetuti raccontano il mio vissuto anche quando le parole si perdono”.
Il corpo è il nostro filtro con il mondo: misura le distanze, le emozioni, si carica di cicatrici, è la nostra memoria del contatto con la realtà.
“Eppure, nonostante tutto questo”, scrive Nadia, “non sono infinito. Cambio, mi consumo, mi indebolisco. […] La mia fragilità non è un incidente di percorso, ma ahimè, parte della mia natura. Non è una sconfitta, ma una condizione ineluttabile”.
E proprio in questo momento, abbiamo il potere di far in modo che il corpo non torni ad essere “niente”: con la donazione possiamo fare la differenza e permettere ad un cuore di continuare a battere, ad un occhio di continuare a vedere, ecc…
“La mia morte non è stata quindi la fine del mio corpo, ma la separazione definitiva tra identità e materia, […]; il corpo, quale dimensione umana, non coincide con ciò che siamo, ma con ciò che possiamo dare!”.
Il corpo, quindi, “non è un nostro possesso assoluto, ma una responsabilità” che “apre la possibilità di uno dei sentimenti più alti dell’umanità, l’agape. Significa riconoscere che qualcosa che chiamiamo “nostro” e che amiamo, può continuare ad avere valore anche quando non appartiene più a noi. Non è la morte a farci paura, ma la rinuncia al controllo, l’idea che il corpo possa avere un destino che va oltre la nostra volontà.” E davvero allora “quando la vita finisce, il corpo può ancora scegliere di smettere di essere fine e diventare mezzo, può trasformare una perdita in continuità, una fine in un passaggio, non per sé, ma per qualcun altro”.
E allora, seguiamo il consiglio della nostra studentessa: “se un giorno non ti servirò più, lasciami andare. Non perché tu debba, ma perché puoi. Perché io non sono mai stato solo tuo”. Chapeau, Nadia.
Prof.ssa Giusy Gattuso






