Il Ministero interviene sull’abitudine di assegnare esercizi e attività attraverso il registro elettronico nel pomeriggio, la sera o durante il fine settimana. I compiti a casa non vengono aboliti: dovranno essere programmati e comunicati durante l’orario scolastico. Richiamata anche la necessità di evitare l’accumulo di verifiche nella stessa giornata. Una scelta condivisibile, purché non si trasformi in un’ingerenza nell’autonomia didattica dei docenti.
La campanella suona, gli studenti tornano a casa, ma la scuola continua ad arrivare sullo smartphone.
Una notifica alle quattro del pomeriggio, un esercizio aggiunto sul registro elettronico alle sei, una consegna comunicata la sera per il giorno successivo. Talvolta perfino durante il fine settimana.
È contro questa sorta di “scuola a connessione permanente” che interviene il Ministero dell’Istruzione e del Merito con le nuove indicazioni sull’assegnazione dei compiti a casa.
Il principio è semplice: i compiti devono essere assegnati durante l’orario delle lezioni e gli studenti devono sapere, quando escono da scuola, quale lavoro dovranno svolgere a casa.
Non si tratta dunque – è bene chiarirlo – di abolire i compiti a casa.
Al contrario, il ministro Giuseppe Valditara ne ribadisce esplicitamente il valore educativo: servono a consolidare ciò che è stato appreso in classe, favoriscono lo studio personale e contribuiscono allo sviluppo dell’autonomia dello studente.
La questione riguarda quando e come vengono assegnati.
Basta compiti che arrivano sul registro nel pomeriggio
La nota ministeriale del 28 settembre interviene soprattutto sull’utilizzo del registro elettronico.
Le consegne devono essere comunicate entro il termine dell’orario delle lezioni, evitando nuovi inserimenti nel tardo pomeriggio, in serata o durante il fine settimana.
Il problema prodotto dalla digitalizzazione è infatti evidente.
Il registro elettronico, nato come strumento di semplificazione e trasparenza, rischia di trasformarsi in una sorta di prolungamento indefinito della giornata scolastica.
Lo studente non sa più con certezza, uscendo dall’aula, quale sarà il proprio carico di lavoro: deve controllare il registro anche dopo pranzo, magari nuovamente la sera, per verificare se qualche docente abbia aggiunto nuove consegne.
E insieme agli studenti vengono inevitabilmente coinvolte le famiglie.
Si determina così una sorta di reperibilità scolastica permanente che non aiuta né l’organizzazione dello studio né la progressiva responsabilizzazione degli alunni.
Tre studenti su quattro ricevono compiti fuori dall’orario scolastico
Il fenomeno sembra tutt’altro che marginale.
Secondo un monitoraggio di Skuola.net richiamato nel dibattito seguito alla circolare, soltanto il 24% degli studenti dichiara di ricevere le consegne esclusivamente durante le lezioni.
Il 62% riferisce invece di ricevere spesso compiti fuori orario attraverso registro elettronico, mail o altri strumenti digitali, mentre per un ulteriore 14% questa modalità sarebbe addirittura abituale.
In altre parole, circa tre studenti su quattro hanno sperimentato assegnazioni successive alla conclusione della giornata scolastica.
Il fenomeno avrebbe riguardato perfino le vacanze estive, con consegne digitali comunicate quando le lezioni erano già terminate.
È un effetto paradossale della digitalizzazione: uno strumento creato per semplificare l’organizzazione scolastica finisce per rendere più difficile stabilire il confine tra tempo della scuola e tempo personale.
Torna il diario. Ma non è una battaglia contro la tecnologia
Da qui il recupero del diario personale, particolarmente importante nel primo ciclo.
Il significato pedagogico dell’indicazione è forse più importante dello strumento in sé.
Annotare personalmente il compito significa ascoltare la consegna, comprenderla, registrarla e organizzare il proprio lavoro.
Il diario diventa così uno strumento di responsabilizzazione.
Non dovrebbe quindi essere interpretato come un nostalgico ritorno alla scuola di carta contrapposta alla scuola digitale.
Registro elettronico e strumenti digitali restano utilissimi.
Il problema nasce quando lo strumento tecnologico sostituisce completamente la responsabilità dello studente e determina una dipendenza continua dalla piattaforma digitale.
Digitalizzare la scuola non significa obbligare studenti e famiglie a essere connessi ventiquattr’ore su ventiquattro.
Anche le verifiche devono essere coordinate
La nota ministeriale interviene su un’altra vecchia questione della vita scolastica: la concentrazione delle verifiche.
Può accadere che, per mancanza di coordinamento tra i docenti, nella stessa giornata uno studente debba affrontare due o perfino tre prove scritte o interrogazioni.
Il Ministero invita pertanto i consigli di classe e i team docenti a una maggiore programmazione collegiale, distribuendo in maniera equilibrata le prove durante la settimana.
È un principio di buon senso.
Una verifica dovrebbe accertare seriamente ciò che lo studente ha appreso, non misurare la sua capacità di sopravvivere a una maratona di interrogazioni e compiti in classe concentrati nelle stesse ventiquattr’ore.
Una questione, però, rimane aperta: l’autonomia dei docenti
La finalità della circolare appare condivisibile.
Occorre però evitare un rischio opposto: trasformare una corretta indicazione organizzativa in una regolamentazione minuziosa dell’attività didattica.
La Costituzione tutela la libertà di insegnamento e l’ordinamento scolastico riconosce ai docenti autonomia nelle scelte metodologiche e didattiche.
Non può essere una circolare ministeriale a stabilire quanti esercizi debba assegnare un insegnante di matematica, quante pagine debbano essere studiate o quale debba essere la quantità ideale di lavoro domestico.
Queste decisioni appartengono alla professionalità docente.
Altro è chiedere che tale autonomia venga esercitata attraverso programmazione, coordinamento e rispetto dei tempi degli studenti.
Ed è precisamente su questo terreno che la nuova indicazione ministeriale può avere un effetto positivo.
Il vero problema non sono i compiti, ma la loro qualità
Il dibattito sui compiti a casa accompagna la scuola italiana da decenni.
Da una parte c’è chi ne sottolinea l’utilità per consolidare conoscenze, esercitare abilità e acquisire metodo di studio.
Dall’altra c’è chi denuncia carichi eccessivi che occupano interi pomeriggi e finiscono per penalizzare soprattutto gli studenti più fragili o quelli che non dispongono a casa di adeguato sostegno.
Entrambe le posizioni contengono una parte di verità.
Il problema non può essere risolto contrapponendo semplicemente “compiti sì” e “compiti no”.
La domanda dovrebbe essere un’altra:
quali compiti, quanti, con quale finalità e con quale coordinamento tra gli insegnanti?
Un esercizio assegnato con uno scopo preciso può essere molto più utile di dieci pagine date automaticamente.
Una lettura ragionata può essere più formativa di un lungo elenco di attività ripetitive.
E soprattutto lo studente deve avere il tempo necessario per studiare seriamente.
Aetnanet: bene porre un limite alla scuola sempre connessa
La posizione di Aetnanet è favorevole al principio introdotto dal Ministero.
Il registro elettronico rappresenta una delle innovazioni più importanti introdotte nella gestione quotidiana della scuola, ma non può diventare il guinzaglio digitale che tiene studenti e famiglie permanentemente collegati all’istituzione scolastica.
Quando termina la lezione, lo studente deve conoscere gli impegni che lo attendono ed essere messo nelle condizioni di organizzare autonomamente il proprio pomeriggio.
Anche questo significa educare alla responsabilità.
Nello stesso tempo sarebbe sbagliato trasformare la nuova circolare nell’ennesimo adempimento burocratico imposto agli insegnanti.
La buona scuola nasce dall’equilibrio tra libertà di insegnamento, responsabilità professionale dei docenti, coordinamento collegiale e diritto degli studenti a tempi di studio ragionevoli.
I compiti a casa, dunque, rimangono.
Quello che dovrebbe finire è un’altra cosa: l’idea che, grazie al registro elettronico, la campanella non debba suonare mai.
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