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Domenica 12 Luglio 2026 | Informazione, comunità e innovazione per la scuola. Dal 1998 la scuola italiana in rete.
Informazione, comunità e innovazione per la scuola. Dal 1998 la scuola italiana in rete.
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Aggiornamento

ADi Associazione Docenti Italiani- IL NUOVO CORSO DI VIALE TRASTEVERE

ADi Associazione Docenti Italiani

 

 

 

 



I
L NUOVO CORSO DI VIALE TRASTEVERE

La
presidente dell’ADI
ne
discute
con
N.
Bottani
e
C.
Marzuoli

 

“C’è
qualcosa
di nuovo
oggi
nel
sole
anzi
d’antico”

 



I
l


nuov
o


cors
o
e

l
e

tr
e

priorit
à


dell’ADi

 

 

A.
Cenerini:
La
funzione
dell’ADi
è
sempre
stata
quella
di
analizzare
criticamente
le
politiche
scolastiche
dei
vari governi,
al
di
sopra
e
al
di
fuori
di
qualsiasi
schieramento,
e
insieme
di
affiancare
alle
critiche
proposte
costruttive.
Con
questo
stesso
metodo,
dunque,
vorrei
insieme
esaminare
il
nuovo
corso
del
ministro
Fioroni.

 

Con
il
seminario
internazionale
del
febbraio
2006,
Tre nodi da sciogliere per la
nuova legislatura
,
al
quale
voi
avete
fattivamente e
generosamente
collaborato,
l’ADI
ha
indicato
tre
priorità:

 

1.
la
decentralizzazione
dell’istruzione
,

 

 

2.
l’istruzione
e
formazione
dai
14
ai
21
anni
,
con
specifica
attenzione
all‘istruzione
tecnica
e
professionale
,

 

3. 
 
lo 
 stat
 giuridic
 de
 docent
 
 dirigent
 scolastici

 co
 particolar
 riferiment
 a
reclutamento
e
carriera
docente.

 

Sono
questioni
intrecciate,
che
hanno
segnato
la
storia
della
scuola
italiana. E
proprio
dalla
storia
passata e
dalla cronaca
recente
sappiamo
quanto
sia
difficile
sciogliere
questi
nodi.

 

Sappiamo
anche,
però,
che
si
tratta
di
temi
oggi
presenti
nell’agenda
politica
di
quasi
tutti i
Paesi, e
alcuni
di
essi, come
la
decentralizzazione,
si
presentano
come
processi
irreversibili.
Tutto
questo
richiederebbe,
come
voi
avete
tante
volt
e sottolineato,
la
capacità
e
la
volontà
di
gestire
con
tempestività
e
lungimiranza
la
fase
di
transizione.

 

Gli
atti
di
indirizzo e i
decreti
firmati
dal
ministro
sembrano
invece
ispirarsi a
quel
diffuso
conservatorismo
che
aleggia
sulla
e
nella
scuola,
e
che
è
assolutamente
trasversale,
a
destra,
a
sinistra
e
al
centro.
“Quaeta
non movere,
mota
sedare

pare
la
linea
intrapresa
dal
nuovo
ministro,
instaurando
quello
che
lui
stesso
ha
definito
il

“metodo
del
cacciavite”,
con
il
quale
ha,
in
verità,
molto
“svitato
(sospensioni,
disapplicazioni,
proroghe),
poco,

per
ora,
avvitato.

 

Rispetto
alle
tre
priorità
indicate
dall’ADi,
la
situazione
pare
immobile ,
anzi
a
tratti
regressiva.
Di
questo
vorrei discutessimo
insieme,
cominciando
dalla
prima
priorità
insieme
indicata:
la
“decentralizzazione”.

 

 

 

La
decentralizzazione
nel
nuovo
corso:

autonomia
scolastica
versus
regioni

 

 

A.
Cenerini:
Nei
documenti e
negli
atti
finora
prodotti
dal
ministero
il
ruolo
delle
Regioni,
definito
dal
nuovo
Titolo

V, è
ignorato, anzi
scongiurato.
Ci
sono
costanti
richiami
all’unità
del
sistema
che,
in
una
situazione
come
quella
italiana
di
perdurante
centralismo
statalistico,
suonano
come
moniti
contro
la
decentralizzazione.
Ad
esempio, la

Direttiva
generale
per
l’anno
2006
recita
ai
primissimi
punti”:
a
ssicurare
(…)
un
sistema
educativo
unitario,
di validità
 nazionale,
 senza
 rischi
 di
 segmentazione
 territoriale
 che
 produrrebbe
 insostenibili
 diseguaglianze
 dei
giovani
e
delle
famiglie
nell’accesso
all’istruzione
e
nella
qualità
dei
suoi
processi
e
dei
suoi
risultati”.
E l’antico
slogan
contro
la
decentralizzazione,
pur
sapendo
che
il
centralismo
non
ha
sanato,
ma
mantenuto e
accentuato,
le differenze
fra
Nord
e
Sud
(v.
dati
MPI
su
ritiri
e
abbandoni)

 

E
ancora,
si
interviene
sugli
Istituti
professionali,
ignorando
che
il
Titolo
V
assegna
l”istruzione
professionale
(non solo
la
“formazione
professionale”)
alla
legislazione
esclusiva
regionale.
Non
si
coinvolgono
le
Regioni
sul
tema
della
valutazione,
né
su
nessun
altra
delle
questioni
trattate.
Si
rafforza
il
ruolo
degli
USR e
dei
CSA.

 

Ora,
vorrei
chiedere
in
primo
luogo a
Carlo
Marzuoli
se
tutto
questo
sia
compatibile
con
la
Costituzione
vigente.

 

C.
Marzuoli
:
No.
Le
indicazioni
del
ministro sono
concepite
per
un
sistema
“statale
di
gestione
dell’istruzione.
Con

il
nuovo
Titolo
V ,
invece,
statali
sono
alcune
regole
(le
norme
generali
sull’istruzione
i
livelli
essenziali
e
 “i
principi
fondamentali
),
ma
queste
non
sono
il
servizio
dell’istruzione.

 

Le
 norme
 sono
 prescrizioni
 di
 carattere
 generale,
 sono
 un
 “prevedere”.
 Il
 servizio
 è
 un
 fare
 in
 concreto,
 un

“provvedere”:
servizio
vuol
dire
organizzare,
erogare
prestazioni,
rilevare
e
soddisfare
bisogni.
Con
il
Titolo V
la gestione
del
servizio e
quindi
del
personale
è
quasi
per
intero
regionale
(e
locale),
ma
questo
richiede
un
quadro
d’insieme
che
ora
non
c’è,
e
che
non
pare
essere
voluto.

 

A. Cenerini:
nell’impostazione
del
ministro
Fioroni
c’è,
a
parole,
un’esaltazione
dell’autonomia
scolastica
che
pare
posta
in
contrapposizione
alle
nuove
competenze
regionali.
Vorrei
chiedere
a
Norberto
Bottani,
per
la
conoscenza
comparata
che
ha
dei
diversi
sistemi
scolastici,
se
poteri
regionali e
autonomia
delle
scuole
siano
in
contrasto o
se
invece
debbano e
possano coesistere.

 

N. Bottani:
ci
sono
diverse
configurazioni
di
decentralizzazione e
autonomia
scolastica
a
livello
internazionale.
In
alcuni
Paesi
sono
più
accentuati i
poteri
delle
Regioni
e
degli
Enti
Locali,
in
altri
quelli
delle
scuole
autonome,
in
altri
ancora
i
due
poteri
sono
in
equilibrio.
Rispetto
al
quadro
internazionale
l’Italia
è
un
caso
di
ermafroditismo bizzarro:sulla carta
massima
decentralizzazione
(v.
Titolo
V
del
2001)
e
massima
autonomia
scolastica
(v.
DPR

275/1999),
nella
pratica e
nella
politica
degli
apparati
minima
decentralizzazione e
minim
a autonomia delle scuole.
Infatti,
da
un
lato
si
promuove a
parole
e
in
modo
demagogico
l’autonomia
degli
istituti
scolastici,
perché
non
si
stanziano
 né
 si
 prevodono
 i
 mezzi
 e
 le
 risorse
 necessari
 per
 sostenerla,
 dall’altro
 si
 pers
iste
nell’ignorare
la questione
della
governabilità
locale,
territoriale,
delle
scuole.

 

Ora
 d
 eve
 essere
 chiaro
 che
 l’autonomia
 va
 sostenuta,
 promossa,
 monitorata,
 e
 che
 in
 Italia
 un
 impegno
 del
gener
e
non
può
più
essere
assunto
dall’amministrazione
centrale
e
dai
suoi
apparati
decentrati
(USR
e
CSA
da
pochi
 giorni
 USP,
 Uffici
 Scolastici
 Provinciali).
 Una
 delle
 funzioni
 vitali
 degli
 assessorati
 regionali
 potrebbe
 e
dovrebbe
proprio
essere
il
sostegno
all’autonomia.
Prendiamo
la
questione
della
“quota
flessibile
del
curricolo.
La norma
che
il
ministro
Fioroni
ha
ripreso
dal
decreto
sul
2°
ciclo
prevede
l’attribuzione
alle
istituzioni
scolastiche
del

20%
 dei
 piani
 di
 studi
o  “nell’ambito
 degli
 indirizzi
 definiti
 dalle
 regioni”.
 Ora
 sarebbe
 grave
 che
 le
 Region
i

rinunciassero
 a  questa
 competenza.
 Fino
 ad
 oggi
 le
 scuole
 non
 hanno
 utilizzato
 nemmeno
 il
 15%
 di
 cui
dispongono
dal
2000.
E
più
che
mai
urgente
una
politica
che
sostenga
questa
flessibilità
e
che
solo
le
Regioni
possono
promuovere.
Vorrei
concludere
dicendo
che
chi
continua
a
contrapporre
l’autonomia
scolastica
a
quella regionale
 e  degli
 enti
 locali,
 in
 realtà
 ha
 una
 sola
 finalità:
 perpetuare
 il
 centralismo
 statalistico,
 bloccare
l’innovazione
e
mantenere
lo
status
quo.

 

C.
Marzuoli:
 
In
materia
di
“autonomia
scolastica
vale
anche
la
pena
ricordare
sia
la
sentenza n.
13/2004
della
Corte
 costituzionale,
 che
 ha
 ben
 chiarito
 che
 l’autonomia
 non
 può
 risolversi
 nella
 incondizionata
 libertà
 di
autodeterminazione
delle
scuole,
sia
le
dichiarazioni
della
Conferenz
a
Unificata
delle
Regioni
che
nel
documento del
 14
 luglio
 2005
 hanno
 sottolineato
 che
 per
 “esprimere
 compiutamente
 la
 sua
 potenzialità
 ed
 il
 suo
 valore,

 

 

 

l’autonomia
scolastica
necessita
del
pieno
esercizio
da
parte
delle
Regioni
della
funzione
di
governo
territoriale
del

sistema,
articolato
nelle
diverse fasi
di
programmazione,
di
indirizzo,
di
coordinamento,
di
allocazione
delle
risorse,

di
 valutazione,
 a
 garanzia
 della
 crescita
 e
 dello
 sviluppo
 di
 una
 rete
 di
 relazioni
 sul
 territorio
 che
 consentano
l’affermarsi
dell’autonomia
in
un
sistema
organico”.

 

A.
Cenerini
:

Vorrei
chiedere
ad
entrambi
perché
le
Regioni
non
rivendicano
con
più
forza
i
loro
poteri.

 

C. 
 Marzuoli
 
I 
 motiv
 son
 molteplic
 
 son
 stat
 be
 evidenziat
 dall‘ 
 
Indagine 
 
prodotta
 dall’ADi:
 c’è
impreparazion
e
ad
assumere
questi
compiti
e,
poi,
vi
è
la
questione
del
finanziamento.
Finché
non
sarà
risolto questo
 problema
 è
 
politicamente
 più
 “vantaggioso
 per
 le
 Regioni
 porsi
 insieme
 alle
 scuole
 in
 posizione
rivendicativa
 nei
 confronti
 dello
 Stato
 anziché
 di
 governo
 del
 sistema,
 un
 esempio
 per
 tutti:
 la
 questione
 degli
organici.
Ma
è
un’impostazione
priva
di
respiro
istituzionale
e
dunque
consentirà
solo,
al
massimo,
di
rallentare
il declino

 

N.
Bottani:
 
Carlo
ha
toccato
un
nodo
fondamentale:
la
gestione
del
personale.
E
questa
sicuramente
una
delle
questioni
più
spinose
in
Italia.
Come
risulta
dai
dati
internazionali,
ampiamente
convalidati
da
almeno
una
decina
d’anni,
l’Italia
ha
uno
dei
sistemi
scolastici
più
“onnivori
tra
quelli
dell’OCSE,
nel
senso
che
utilizza
una
grande quantità
di
personale
senza
che
ciò
si
traduca
né
in
buoni
risultati
scolastici,
né
in
soddisfazione
del
personale,

in
una
diminuzione
equamente
distribuita
del
numero
di
alunni
per
classe,
che
in
molti
casi
continua
ad
essere superiore
a
25.
La
questione è
pertanto di
assoluta rilevanza,
tenuto
conto
che
la
spesa
per
il
personale
assorbe
oltre
 il
 95%
 del
 bilancio
 del
 Ministero
 dell’istruzione
 a
 
danno
 degli
 investimenti,
 mentre
 le
 retribuzioni
 si
mantengon
o  basse,
 perché
 “vaporizzate
 su
 un
 numero
 larghissimo
 di
 addetti.
 La
 decentralizzazione
 può
rappresentar
e
un
modo
per
uscire
da
questo
circolo
vizioso,
purché
non
si
decentralizzi
solo
la
capacità
di
spesa,
mantenendo
 centralizzato
 il
 finanziamento.
 Non
 si
 può
 cioè
 rendere
 le
 amministrazioni
 locali
 politicamente
responsabili
dell’erogazione
dei
servizi,
senza
renderle
anche
fiscalmente
responsabili.

 

Sono
anche
d’accordo
con
Carlo
quando
dice
che
non
c’è
convenienza
per
le
Regioni
ad
essere
attive
nel
campo dell’istruzione.
In
Italia
le
politiche
educative
non
sono
politicamente
gratificanti,
non
portano
voti.
E
questa
una questione
 culturale
 grave.
 Se
 l’impegno
 a
 rendere
 l’istruzione
 più
 equa,
cioè
più
giusta
socialmente,
portasse riconosciment
 
 
vot
 a
 dirigent
 politici
 avremm
 già 
 politich
 scolastich
 regional
 dinamiche
 visibili,
pubblicizzate.
 Nulla
 di
 tutto
 ciò.
 La
 scuola
 è
 l’ultima
 ruota
 del
 carro,
 non
 la
 priorità
 numero
 uno
 come
 lo
è
in
Inghilterra,
in
Francia,
in
Spagna,
in
Svezia.

 

 

 

 

Il
segmento
1421
anni
nel
nuovo
corso

 

 

A.
Cenerini:
 
E
noto
che
il
solo
segmento
dell’istruzione
che,
da
Gentile
ai
giorni
nostri,
non
ha
mai
avuto
una riforma 
 organic
 è 
 quell
 dell’istruzion
 secondari
 superiore
 d
 cu
 l’istruzion
 tecnic
 
 professionale
rappresenta
la
parte
più
rilevante.

 

E
su
questo
segmento
che
si
intrecciano
alcune
questioni
cruciali,
dai
nuovi
poteri
regionali
all’obbligo
scolastico
fino
all’istruzione
terziaria
non
universitaria.

 

Il
Ministro
Fioroni
pare
voler
confermare
lo
status
quo,
anche
se
per
ora
il
dlgs
226/05
è
solo
prorogato.

 

Si ripropone, pur con molte ambiguità,
l’obbligo
scolastico

ai
16
anni,
si
dichiara
di
valorizzare
l’istruzione
tecnica
e
professionale,
m a
semplicemente
consolidando
l’esistente
(gli
istituti
professionali
quinquennali
nell’alveo
statale
e con
sbocco
all’università),
mentre
la
formazione
professionale
mantiene,
separata
dall’istruzione
professionale,il
su
 caratter
 addestrativo
 Infin
 l’istruzione 
 tecnicoprofessional
 postsecondari
 (
 terziari
 com
 è
internazionalment
e
definita)
non
universitaria
pare
non
andare
oltre
gli
attuali
IFTS.
L’ADi
criticò
profondamente
la

riforma
 Moratti
 del
 
 ciclo
,
ma
certo
non
per
mantenere
lo
status
quo.
Vorrei
allora
chiedere
in
primo
luogo
a

Norberto
Bottani
che
di
questi
problemi
si
è
a
lungo
occupato e
continua
ad
occuparsene a
livello
internazionale,
cosa
pensa
in
proposito.

 

N.
Bottani:
 
innanzitutto
una
considerazione
di
carattere
generale.
Le
politiche
scolastiche
in
Italia
non
sono
mai pilotate
sulla
base
di
dati,
ma
di
principi
generalgenerici
che
il
più
delle
volte
sono
clamorosamente
contraddetti
dalla
realtà.
Non
ci
sono
elaborazioni
rigorose
sulle
transizioni
orizzontali e
verticali
nei
sistemi formativi
e,
ancor più
importanti,
sulla
transizione
al
mondo
del
lavoro.
Se
non
si
collega
il
diritto
allo
studio
al
diritto
al
lavoro
e
non

si
pilotano
insieme
queste
due
politiche,
non
si
possono fare
operazioni
autenticamente
democratiche. I
dati
per
l’Italia
sono
assolutamente
allarmanti,
come
ci
indicano
una
serie
di
elaborazioni
statistiche
prodotte
da
ISTAT, ISFOL,
da
specifici
lavori
del
ministero
del
lavoro
e
da
enti
privati .
Ma
di
questo
non
ci
si
preoccupa. E
si
rimane
attaccati
al
principio
che
un’istruzione
democratica
deve
offrire
percorsi
scolastici
uniformi
il
più
a
lungo
possibile,
impostati
su
una
cultura
di
tipo
liceale,
considerata
la
sola
cultura
degna
di
questo
nome,
e
tutti
rigorosamente
sfocianti
nell’oceano
universitario.
Non
importa
se
tutto
questo
produce
una
vera
e
propria
ecatombe. I
principi
sono
salvi.

 

A.
Cenerini
:

Rientra
in
questa
filosofia
anche
l’obbligo
scolastico
a
16
anni?

 

N. Bottani:
 
La
faccenda
dell’obbligo
scolastico è
in
Italia
un
inciampo che
condiziona
pesantemente
il
dibattito
politico
con
il
richiamo a
posizioni
di
principio
di
valore
simbolico
ma
ormai
prive
di
significato,
superate
come
sono
dalle
scelte e
dai
comportamenti
delle
famiglie e
dei
giovani.
Il
fatto
eclatante è
che
non
ci
si
concentra
su
cosa
sia
importante
 e
 indispensabile
 che
 tutti
 i
 ragazzi
 apprendano
 e
 su
 come
 riuscire
 a
 farlo
 apprendere,
 ma
sull’istituzion
e
che
impartisce
l’istruzione:
gli
istitut
i
scolastici
e i
centri
di
formazione
professionale.
Va
detto
allora
con
 grande
 chiarezza
 che
 questo
 conflitto
 non
 ha
 nulla
 a
 che
 vedere
 con
 questioni
 educative,
 pedagogiche
 o
formative,
è
solo
una
faccenda
corporativa,
di
soldi,
di
interessi
divergenti,
di
monopoli.
Così
come
la
perdurante gravissima
assenza
in
Italia
di
un’alta
formazione
tecnicoprofessionale
non
universitaria
è
dovuta
al
monopolio
accademico
che
ne
ha
ostacolato
e
impedito
la
diffusione.
Fin
quando
non
si
chiarirà
questo
punto
non
si
verrà
mai
a
capo
di
contrasti
puramente
interpretativi
e
cavillosi.

 

C.
Marzuoli:
Vorrei
aggiungere
una
considerazione
sulla
decisione
assunta
di
mantenere
gli
istituti
professionali
in
capo
 allo
 stato.
 Su
 questa
 scelta
 ha
 pesato
 senza
 dubbio
 la
 resistenza
 degli
 insegnanti
 al
 passaggio
 a
 una
gestione
regionale,
considerata
marginalizzante
rispetto a
quella
di
tutti
gli
altri
docenti.
Si
può
allora
affermare
che finchè
la
gestione
di
tutti
gli
insegnanti
non
diventerà
regionale,
il
dilemma
dell’istruzione
tecnica
e
professionale non
verrà
sciolto.
La
prospettiva
si
porrà
allora
solo
in
termini
di
mantenimento
dello
status
quo
o
di
licealizzazione anche
degli
istituti
professionali
come
è
avvenuto
per
gli
istituti
tecnici.

 

A. 
 Cenerini
 
Una 
 considerazione
 pe
 concludere,
 sull’alta
 formazione
 tecnicoprofessionale
 terziaria
 non
universitaria.

 

N.
Bottani:
 
E
 noto
 che
 il
 Presidente
 del
 Consiglio,
 Romano
 Prodi,
 è
 stato
 il
 primo
 in
 Italia
 a
 parlarne
 con
cognizione
 di
 causa
 fin
 dall’inizio
 degli
 anni
 Novanta
 ,
 
e  l’ha
 ripetuto
 con
 convinzione
 in
 questa
 campagna
elettorale.
 A
 
Viale
 Trastevere,
 però,
 si
 continua
 a
 
non
 avere
 percezione
 dell’importanza
 strategica
 di
 questo
segmento
alto
dell’istruzione,
che
è
presente
da
oltre
trent’anni
negli
altri
Paesi.
Si
continua
a
pensare
che
l’alta

 

 

formazione
tecnico
professionale
terziaria
non
universitaria
coincida
con
gli
IFTS,e
che
sia
sufficiente
intervenire
(

non
si
sa
come)
su
questi
corsi.
Ma
non
è
assolutamente
così,
gli
IFTS
sono
un
aborto, che
nulla
hanno a
che
fare
con
percorsi
strutturati e
stabili
di
alta
specializzazione,
collegati
alla
ricerca
applicata.

 

 

 

Lo
stato
giuridico
nel
nuovo
corso

 

 

A. Cenerini:
su
questa
materia
abbiamo
la
fortuna
di
discutere
con
un
giurista,
che
di
questo
si
è
personalmente
occupato.
Mi
rivolgo
pertanto,
in
primo
luogo, a
Carlo
Marzuoli.

 

L’ADi
ha
indicato fra
le
tre
priorità
di
questa
legislatura,
il
varo
di
un
nuovo
stato
giuridico
degli
insegnanti.
E
noto
che
il
precedente
governo
non
ha
affrontato
la
questione
per
non
scontrarsi
con
le
Organizzazioni
Sindacali,
e
il
tema
 è
 
stato
 unicamente
 oggetto
 di
 iniziativa
 parlamentare
 di
 singoli
 deputati
 del
 centrodestra
 ,
 
mentre
 il
centrosinistra
si
è
allineato,
in
posizione
subalterna,
ai
sindacati.
Ora
negli
atti
del
nuovo
ministro
non
solo
non
cè

il
minimo
cenno
alla
questione
dello
stato
giuridico,
ma
addirittura
sono
state
disapplicate
con
accordi
sindacali
norme
di
legge
riguardanti i
docenti.
Che
dire?

 

C.
Marzuoli:
Vale
la
pena
andare
subito
al
cuore
del
problema:
legge
o
contratto?
E
opport
uno
ancora
una
volta
ricordare 
 l’art
 9
 dell
 Costituzione
 L
 norma
 d
 grand
 riliev
 da
 punt
 d
 vist
 dell
 democraticità
dell’ordinament
o
costituzionale
della
Repubblica,
vuole
che
le
linee
essenziali
delle
organizzazioni
e
delle
attività
pubbliche
siano
regolate
con
legge
o
sulla
base
della
legge.
La
ragione
è
evidente:l’Amministrazione
è
volta
a perseguire
l’interesse
della
collettività,
interesse
che
può
essere
in
contrasto
con
le
richieste
dei
suoi
dipendenti,
e
dunque
il
potere
pubblico
deve
poter
operare,
se
indispensabile,
anche
in
via
unilaterale
e
autoritativa
(come
si
fa,

ad
esempio,
nel
caso
dell’espropriazione
per
pubblica
utilità).
Occorre
dunque
liberarsi
dell’idea
che,
nei
rapporti
con
la
P.A.,
la
contrattazione
collettiva
sia
necessariamente
sinonimo
di
maggiore
democraticità
dell’ordinamento. Nel
caso,
poi,
dell’istruzione
e
del
personale
docente,
la
specificità
del
servizio
e
la
necessità
di
garantire
la
libertà
d’insegnamento
 esigono
 che
 lo
 spazio
 attribuito
 alla
 contrattazione
 sia
 rivisto
e
ridotto
rispetto
alla
disciplina
vigente
e
alle
prassi
che
ne
sono
seguite.
Soprattutto
perché
la
contrattazione
collettiva
ha
invaso
spazi
che
non
le
competono,
neppure
ai
sensi
della
legislazione
vigente

 

A. Cenerini:
In
che
rapporto
si
pone
un
nuovo
stato
giuridico
con
la
legge
di
privatizzazione,
in
particolare
con
il
d.lgs
165/2001?

 

C. Marzuoli: La
legge
di
privatizzazione
affida
alla
contrattazione
collettiva
la
disciplina
del
rapporto
di
lavoro
e
i
minori
atti
di
organizzazione.
Dunque
la
contrattazione
collettiva
dovrebbe
rimanere
in
detto
ambito.
Così
non
è.

Ad
esempio,
la
definizione
della
funzione
docente
non
è
materia
di
rapporto
di
lavoro
ma
di
determinazione
di
quel
compito
 pubblico
 che
 (per
 di
 più)
 caratterizza
 la
 pubblica
 istruzione
 
(equivale a
stabilire
la
competenza
di
un ufficio) e
che
è
investito
direttamente
da
aspetti
di
costituzionalità
(la
libertà
d’insegnamento).
Di
funzione docente parla
 infatti,
 correttamente,
 l’art.395
 d.lgs
 n.297/1994.
 Ma
 di
 funzione
 docente
 parla
 anche
 lart.
24
del
CCNL

20022005 .
Il
che
puo
determinare
il
seguente dilemma:
nell’ipotesi
di
contrasto
fra
l’art.
395 e
l’art.
24
chi
vince
e

chi
perde?

 

A. Cenerini:
Mi
pare
indubbio
che
secondo
l’impostazione
del
ministro Fioroni
vinca
il
contratto,
visto
che
con
un accordo
sindacale
ha
disapplicato
norme
di
legge
quali
la
funzione del
tutor,
i
contratti
di
prestazione
d’opera
non
riconducibili
a
profilo
docente,
la
mobilità
legata
ai
periodi
dei
cicli
.

 

C. Marzuoli: 
 
E
 purtroppo
 così,
 secondo
 le
 prassi
 prevalenti
 .
 Ma
 tutto
 questo
 è
 molto
 preoccupante.
 La disapplicazione
della
norma
che
limitava
la
mobilità
annuale
dei
docenti
e
garantiva
la
continuità
didattica
almeno
per
i
singoli
periodi
dei
cicli
è
un
esempio
lampante
di
come
la
contrattazione
possa
andare
contro
l’interesse
della
collettività.
 Una
 vicenda
 che
 coinvolge
 in
 modo
 centrale
 il
 diritto
 all’istruzione
 di
 tutti
 i
 
cittadini
 (e
 che
 certo
interessa
 ancor
 più
 i
 meno
 abbienti)
 è
 stato
 tratta
 come
 un
 problema
 aziendale,
 nel
 chiuso
 di
 un
 rapporto
 fra
da
tore
di
lavoro
(che
 
 
non
 si
 dimentichi
 
 
è  naturalmente
 spinto
 a
 conquistare
 il
 consenso
 politico
 dei
 suoi
dipendenti,
diversamente
da
ciò
che
accade
nei
rapporti
di
lavoro
fra
privati)
e
sindacati.
In
un
simile
contesto,
è
difficile
immaginare
che
si
pos
sano
avere
esiti
differenti.
Ma
un
sistema
giuridico
che
si
presta
a
tutto
ciò,
a
mio avviso,
è
costituzionalmente
inaccettabile
e
ciò
in
nome
del
principio
democratico
e
dei
diritti
dei
cittadini.

 

A.
Cenerini
:

Come
è
potuto
accadere
che
una
norma
di
legge
si
a
disapplicata
da
un
accordo
sindacale?

 

 

 

 

 

C.
Marzuoli:
 
E
 avvenuto
 in
 forza
 di
 una
 disposizione
 che
 aggrava
 il
 quadro
 che
 ho
 sopra
 descritto.
 Si
 tratta

dell’art.2,c.
 2,
 d.lgs
.  n.
 165/2001,
 che
 consente
 di
 disapplicar
e  specifiche
 disposizioni
 legislative
 in
 base
 a
successivo
accordo
sindacale.
E
ciò
che
ha
fatto
il
ministro
in
carica:
ha
cancellato
una
serie
di
disposizioni
con
valore
 e
 forza
 di
 legge
 semplicemente
 mediante
 accordo
 con
 soggetti
 privati
 (
 il
 sindacato),
 senza
 bisogno
 di
ricorrer
e
ad
alcuna
procedura
quantomeno
altrettanto
pubblica
e
trasparente
e
più
immediatamente
riconducibile
alla
sovranità
popolare
come
quella
che
si
esprime
con
la
legge e
con
il
decreto
legislativo.

 

A.
Cenerini
:
E
allora
che
fare?

 

C.
Marzuoli:
 
Se
non
si
affronta
questo
problema è
inutile
parlare
di
condizione
giuridica
del
personale
docente come
 problema
 che
 coinvolge
 profili
 indisponibili
 ad
 opera
 di
 chiunque
 o
 
come
 problema
 che
 coinvolge
direttamente
tutti
i
cittadini
e
non
solo
i
rapporti
fra
Governo
e
Sindacati.

 

A.
Cenerini:

Intravedi
possibili
soluzioni
al
problema?

 

C.
Marzuoli:

Si
può
intraprendere
una
delle
strade
seguenti:

 

Soluzione
radicale
 

a)
Si
rovescia
il
sistema delineato
dalla
normativa
vigente
(v.
art.
2
d.lgs.
n.165/2001) e
si
determinano,
con
elenco
tassativo,
le
materie
affidate
alla
contrattazione;
b)
si prevede
 che
 comunque
 le
 disposizioni
 adottate
 con
 legge
 (legge
 nazionale)
 prevalgano
 su
eventuali
contrastanti
norme
contrattuali,
anche
quando
il
contrasto
sia
implicito,
salva
diversa indicazione
di
legge.

 

Soluzione
meno
dirompente,
ma
più
praticabile
a)
non
si
toccano le
linee
del
sistema
quale

in
generale
risultante
dal
d.lgs.
n.
165/2001,
salvo
la
necessità
di
escludere
l’operatività,
almeno nel
 settore
 in
 oggetto,
 del
 citato
 art.
 2,
 c.2,
 d.lgs
.  n.
 165/2001,
 per
 evitare
 troppo
 facili
disapplicazion
i
ed
una
specie
di
delega
in
bianco;
b)
si
interviene
con
legge
sugli
specifici
aspetti
che
 interessano,
 con
 ciò
 automaticamente
 sottraendo
 spazio,
 pur
 se
 per
 singoli
 aspetti,
 alla
contrattazion
e
collettiva.

 

 

 

 

LE
PROPOSTE
ADi

 

 

 

 

L’ADi e
la
decentralizzazione

 

A.
Cenerini:
cerchiamo
ora
di
mettere
sinteticamente
in
fila
le
proposte
dell’ADi
rispetto
alle
tre
priorità
indicate,
proposte
che
voi
avete
in
grandissima
misura
contribuito
a
elaborare.
Ricominciamo
dalla
decentralizzazione.

 

N.
Bottani: 
 
Non
 ci
 sono
 dubbi
 sul
 fatto
 che
 alcune
 riforme
 fondamentali,
 come
 quella
 del
 secondo
 ciclo
 e
dell’istruzion
e terziaria
non
universitaria
saranno
possibili
solo
se
si
procederà
ad
una
seria
decentralizzazione
del
sistema
istruzione.

 

A.
Cenerini: 
 
Abbiamo
 visto
 però
 con
 l‘ 
 
Indagine 
svolta
 in
 15
 Region
 un
 campione
 quindi
 assolutamente
significativo
che
le
Regioni
non
sono
ancora
preparate
ad
assumere
questi
compiti.
Nella
maggioranza
dei
casi
non
ci
sono
competenze
adeguate,
mancano
elaborazioni,
progetti,
e
non
si
percepisce
nemmeno
la
volontà
di
assumere
nuove
pesanti
responsabilità.
Sembra
tutto
ancora
sospeso.

 

C.
Marzuoli:
 
In
 parte
questo
 è
 
dovuto
 al
 fatto
 che
 il
 Titolo
 V
 
non
 è
 
stato
 attuato
 e
 
che,
 dopo
 la
 bocciatura
referendaria
della
riforma
costituzionale
del
centrodestra,
è
in
corso parrebbe
un
lavoro
volto
ad
“aggiustare
la
riforma
costituzionale
del
2001.
E
anche
vero,
però,
che
sono
trascorsi
cinque
anni
dall’entrata
in
vigore
del
nuovo
Titolo
V,
e
che
le
norme
in
esso
contenute
erano
state
in
parte
già
anticipate
dalla
legge
59/1997
e
dal
d.lgs.
n.112/1998.
 In
 questa
 situazione
 le
 Regioni
 hanno
 lo
 spazio,
 se
 vogliono,
 per
cominciare
ad
attrezzarsi
e
ad esercitare
le
funzioni
e
le
responsabilità
che
loro
competono.
Appare
dunque
singolare
che
sia
stato
possibile emanare,
ieri,
un
atto
come
il
D.P.R.
n.319/2003,
con
cui
si
stabilizza
la
gestione
centralistica
dell’istruzione
e
si
rafforzano
i
poteri
degli
Uffici
Scolastici
Regionali,
e,
oggi,
un
atto
come
la
recentissima

Direttiva
sul
ruolo
e
sui
compiti
degli
Uffici
Scolastici
Provinciali”,
firmata
dal
ministro
Fioroni
il
7
settembre
2006,
con
cui
si
sono
di
fatto
riesumati
i
vecchi
Provveditorati.
Senza
un’azione
convinta
delle
Regioni
volta
a
rivendicare
i
propri
poteri
e
gli
strumenti
 per
 realizzarli,
 la
 decentralizzazione
 dell’istruzione
 non
 può
 decollare.
 L’autonomia
 è
 come
 la
 libertà:
controvogli
a
non
si
è
liberi,
e
nemmeno
autonomi.

 

N.
Bottani
:
 
Sono
 ovviamente
 d’accordo
 con
 Carlo,
 vorrei
 aggiungere
 che
 credo
 che
 si
 debba
 tenere
 vivo
 il
dibattit
o  su
 questo
 tema,
 che
 in
 Italia
 è
 assolutamente
 asfittico.
 A
 questo
 fine
 penso
 che
 l
 
Indagine 
prodotta dall’ADi
sia
molto
importante e
vada
valorizzata.
Ma
non
ci
si
deve
fermare a
quanto
è
già
stato
fatto.
L
indagine
è
stata
chiamat
a
Quick
Survey
,
perché
non è
stata
concepita
come
indagine
scientifica
vera e
propria,
pur
essendo
assolutamente
attendibile.
Si è
trattato
di
una
sorta
di
sondaggio,
che
aveva
il
duplice
obiettivo
di
verificare
la
pertinenza
dei
temi
affrontati e
degli
snodi
evidenziati
e
di
raccogliere
un
paniere
accettabile
d’informazioni
per
capire
come
le
regioni
si
stessero muovendo
in
questo
campo,
senza
la
pretesa
né
di
confrontarle
tra
loro
né
di produrre
 un
 quadro
 esaustivo
 dell’evoluzione
 in
 corso.
 Si
 tratta
 ora,
 come
 ho
 sempre
 detto,
 di
 reimpostare
 le
domande
,
alla
luce
delle
informazioni
e
osservazioni
raccolte,
e
di
procedere
in
modo
scientifico
ad
una
vera
e
propria
 indagine
 in
 tutte
 le
 Regioni.
 Questo
 è
 un
 compito
 importante
 che
 l’ADi
 può
 assumersi
 per
 favorire
 e
sostenere
il
processo
di
decentralizzazione.

 

 

A.
Cenerini:
 
E
un
lavoro
che
richiede
tempo e
molte
energie,
ma
credo
che
siamo
nelle
condizioni
di
farlo.
Ci
daremo
tempi
e
strumenti
per
realizzarlo.

 

 

 

L’ADi
e
l’istruzione
dai
14
ai
21
anni

 

 

A.Cenerini:
Le
elaborazion
i
dell’AD
i
su
l
second
o
cicl
o
son
o
numerose
.
Abbi
amo
prodotto
documentate
analisi
del
decreto
 226/05
 seguendolo
 nelle
 sue
 varie
 fasi
 di
 realizzazione,
 abbiamo
 fatto
 specifici
 convegni
 e
 anche
esaminato
in
modo
approfondito
le
riforme
e
le
tendenze
in
atto
nei
principali
Paesi
europei
(
Inghilterra;
Francia;
Spagna )
 Nell’ultimo
 convegno
 internazionale
 dell’ADi
 hai
 avuto
 tu,
 Norberto,
 il
 compito
 di
 esporre
 le
 
tesi

dell’associazione,
quindi
a
te
la
parola.

 

N. Bottani:
 
Voglio
 in
 premessa
 dire
 che
 mi
 auguro
 che
 le
 indicazioni
 del
 ministro,
 che
 tu
 illustravi
 all’inizio,
vengano
 in
 qualch
e  modo
 messe
 in
 discussion
e  dalle
 Regioni.
 Nessuno
 si
 nasconde
 che
 i
 secondo
 ciclo

 

 

costituisce
 uno
 dei
 terreni
 più
 scivolosi
 sui
 quali
 opera
 la
 politica
 dell’istruzione,
 e
 
che
 qualsiasi
 intervento
 è

destinato
 a
 suscitare
 polemiche
 e
 reazioni.
 Ma
 il
 ritardo
 culturale,
 tecnologico,
 organizzativo
 e
 pedagogico
dell’Italia
in
questo
campo
è
tale
da
non
consentire
più
rinvii
e
immobilismi.

 

A.
Cenerini
:

Non
c’è
dubbio
che
sia
così.
Ti
chiedo
allora
di
fornire
alcune
schematiche
indicazioni.

 

N. Bottani:
La
questione
dirimente
è
la
 centralità
dell’istruzione
tecnica
e
professionale,
un
obiettivo
che
è
al
primo
posto
nell’agenda
dei
governi
dei
principali
Paesi
europei,
e
che
in
Italia
può
attuarsi
solo
ad
alcune
condizioni,
e
cioè:

 

   •
 decentralizzazione
della
gestione
di
tutta
la
scuola
alle
regioni;

   •
 superamento
delle
scissioni
tra
formazione
professionale,
istruzione
professionale
e
istruzione
tecnica;

   •
 permeabilità
tra
formazione/istruzione
tecnica
professionale
e
liceale;

   • 
 costruzione
 dei
 curricoli
 di
 tutto
 il
 2°
 ciclo
 (licei
 e
 
istruzione/formazione
 tecnicoprofessionale)
su
un

“nucleo
di
competenze
essenziali
comuni
 
fino
ai
16
anni,
che
deve
coprire
almeno
il
50%
del
curricolo

(a.lettura, 
 scrittura
 comunicazion
 funzionale
 b.matematic
 funzionale
 c.TI
 funzionali
 d
 lingua

straniera,
e.competenze
trasversali); e
su
 apprendimenti
di
indirizzo,
 
che
sono
le
discipline
e
gli
ambiti specialistici
riferiti
sia
alla
cultura
accademica
che
professionale
che
differenziano
i
vari
indirizzi
liceali
o
i vari
 percorsi
 tecnico-professionali
 e
 che
 devono
 rappresentare
 circa
 i
 2/3
 delle
 qualifiche
 triennali,
 dei
diplom
i
quadriennali
e
quinquennali;

   • 
 creazione
di
un
nuovo
apprendistato,
mai
decollato
in
Italia,
che
renda
accessibili
qualifiche
e
diplomi attraverso
la
formazione
duale
(
una
reale
alternanza
scuolalavoro),

   • 
 La
 creazione
 ex
 novo
 d
 istituti
 postsecondari
 non
 universitari
 di
 alta
 specializzazione
 tecnico
professionale
,
 triennali,
 che
 costituiscono
 un
 punto
 davvero
 strategico
 nel
 panorama
 italiano,
 insieme
all’avvio
di
un
“nuovo
apprendistato.

 

A. Cenerini:
Tutto
questo
senza
toccare,
almeno
per
ora,
e
come
ha
già
dichiarato
il
ministro
Fioroni,
i
cicli
definiti
dalla
legge
delega
53/03.
Rimane
sempre
il
problema della
conclusione
dell’istruzione
secondaria
di
2°
grado
alla
maggiore
età
(18
anni),
come
in
tutti
i
Paesi
europei.

 

N. Bottani:
Certo,
ma
non
è
il
problema
chiave
oggi.
Sarebbe sufficiente
per
il
momento
utilizzare
il
5
°
anno
come l’ADi
ha
indicato
nella
sua
proposta
sull

esame
di
stato

 

A. Cenerini:
Per
concludere
la
questione
dell’obbligo
scolastico a
16
anni,
di
cui
abbiamo
in
parte
già
detto.

 

N.
Bottani:
 
Non
posso
che
ripetere che
l
obbligo
 “scolastico
ai
16
anni
costituisce
oggi
un
arretramento:
è
già avviato
per tutti
il dirittodovere
all’istruzione
e
alla
formazione
per
almeno
dodici
anni
o
sino
al
conseguimento
di
una
qualifica
entro
il
diciottesimo
anno.
Occorre
ragionare
sui
contenuti
e
non
sugli
interessi
delle
“corporazioni
.

 

 

 

 Associazione Docenti Italiani

 

 

 

L’ADI e
un
nuovo
stato
giuridico

 

 

A. Cenerini:
Siamo
arrivati
alla
terza
e
ultima
priorità:
lo
stato
giuridico
del
personale
docente
e
dirigente.
L’ADi
ha
posto
 per
 prima
 nella
 scorsa
 legislatura
 questo
 tema,
 ne
 ha
 fatto
 oggetto
 di
 convegni,
 di
 elaborazioni
 e
 di
proposte
.  Fin
 dal
 2002
 l’associazione
 ha
 potuto
 usufruire
 della
 guida
 generosa
 di
 Carlo
 Marzuoli,
 che
 ha
consentito
un
approfondimento
e
una
trattazione
sempre
più
puntuale
e
argomentata
del
tema.
Nessuno
meglio
di

te,
Carlo,
può
quindi
indicare alcuni
dei
punti
salienti
di
uno
stato
giuridico
innovativo
e
adeguato
al
nuovo
assetto

costituzionale
del
sistema
d’istruzione.
Sul
tema
dirimente
legge
e
contratto
abbiamo
già
detto.
Un
altro
fra
i
punti
più
controversi
attiene
al
“datore
di
lavoro”.
Possiamo
cercare
di
fare
chiarezza
su
questo
punto?

 

C.
Marzuoli:

Il
modello
più
coerente con
il
carattere
non
più
statale
dell’istruzione
e
con
i
principi
di
imparzialità
e

di
 buon
 andamento
 induce
 ad
 un
 mutamento
 del
 soggetto
 datore
 di
 lavoro
 che
 non
 può
 più
 essere
 lo
 Stato.

L’alternativa
che
merita
maggiore
attenzione
è
quella
fra
Regioni
ed
Istituti
scolastici.
Per
poter
scegliere,
occorre
innanzitutto
chiarire
che
cosa
si
deve
intendere
per
datore
di
lavoro
.
Si
intende
essenzialmente:

 

 

   •
 il
soggetto
titolare
di
un
potere
di
intervento
normativo,
nei
limiti
consentiti
dalla
normazione
nazionale
e con
salvezza
degli
ambiti
rimessi
alla
contrattazione
collettiva;

   • 
 il
 soggetto
 che
 partecipa
 a
 quell’organismo
 che
 sarà
 chiamato
 a
 dare
 direttive
 per
la
contrattazione all’ARA
 
 ch
 partecip
 quind
 all
 determinazione
 innanzitutto
 dell
 risors
 d
 destinar
 alla
contrattazion
e a
livello
nazionale.

 

Il
 datore
 di
 lavoro
 non
 coincide
 invece,
 necessariamente,
 con
 l’organismo
 presso
 il
 quale
 si
 presta
l’attività
e
dunque
 con
 l’organismo
 da
 cui
 si
 dipende
 per
 i
 profili
 funzionali
 (concernenti
 lo
 svolgimento
 dell’attività),
 che
riman
e
l’istituto
scolastico.

 

Con 
 quest
 precisazion
 l
 scelt
 più 
 plausibil
 cad
 sull
 Regioni
 no
 sull’Istitut
 scolastico
 che 
 si
trasformerebbe
in
una
”statalità
mascherata”.

 

A.
Cenerini
:

In
questa
ipotesi
quale
ruolo
potrebbe
rivestire
l’istituto
scolastico
nel
reclutamento?

 

C.
Marzuoli:
 
Il
problema
si
pone
in
termini
non
molto
dissimili
per
il
reclutamento e
per
i
trasferimenti.
Parlerei pertanto
 in
 generale
 di
 modalità
 di
 attribuzione
 dei
 posti.
 Occorre
 certamente
 considerare
 il
 particolare
 valore
dell’autonomia
dell’Istituto,
che
bisogna
però
subito
contemperare
con
l’esigenza
di
evitare
rischi
(non
secondari,
data
la
no
vità)
di
troppo
radicale
“personalizzazione
degli
Istituti.
Per
questo
io
porrei
una
distinzione
puramente
quantitativa
(in
ipotesi
50%)
a
cui
agganciare
la
diversità
del
soggetto
responsabile
dell’attribuzione
dei
posti.

 

A.
Cenerini: 
 
Quindi
 la
 responsabilit
à  della
 copertura
 dei
 posti
 vacanti
 (sia
 per
 immissione
 in
 ruolo
 sia
 per
trasferimento
)  sarebbe
 in
 part
e  attribuita
 all’Istituto
 scolastico
 e
 i
n  parte
 alla
 Regione.
 Stabilito
 questo
 e
 la
percentuale
 di
 posti
 su
 cui
 i
 
due
 diversi
 soggetti
 hanno
 facoltà
 di
 intervenire,
 si
 tratta
 di
 definire
 con
 quali
procedure.

 

C.
Marzuoli:
 
Stabilito,
 ovviamente,
 che
 possono
 concorrere
 solo
 i
 docenti
 in
 possesso
 dei
 requisiti
 di
 legge

(specifica
abilitazione),
si
tratta
di
scegliere
la
procedura
concorsuale
da
utilizzare
da
parte
della
Regione
e
da

parte
 dell’Istituto
 scolastico.
 Per
 quanto
 concerne
 la
 Regione
 si
 tratta
 di
 un
 concorso:
 per
 i  trasferimenti
sicuramente
in
base
a
titoli,
sottoposti
a
valutazioni
non
discrezionali,
per
quanto
riguarda
l’immissione
in
ruolo
si
tratta
invece
di
ragionare
in
maniera
complessiva
su
“formazione
e
reclutamento”.
Per
quanto
concerne
l’Istituto scolastico,
la
procedura
concorsuale
non
dovrebbe
essere
dissimile
per
le
due
operazioni:
immissione
in
ruolo
e
trasferimento.
Ritengo
che
si
potrebbe
utilizzare
quella
che
all’Università
viene
definita
“valutazione
comparativa”.

La
valutazione
comparativa
potrebbe
essere
così
caratterizzata:

 

   •
 titoli
di
merito e
colloquio,

   •
 requisiti
di
specie
indicati
dall’Istituto,

   • 
 commissione
di
valutazione
mista
che
si
potrebbe
ipotizzare
costituita
da
(almeno)
il
Dirigente
o
suo
delegato
 e
 
due
 docenti
 di
 pari
 livello
 e
 
in
 prospettiva
 appartenenti
 alla
 fascia
 dei
 docenti
 “esperti
 (un
termin
e
che
qui
vuole
semplicemente
indicare
la
diversificazione
della
carriera e
delle
tipologie
di
docenti),

di
cui
uno
appartenente
all’Istituto
ed
uno
esterno

   •
 competenza
per
la
parte
procedurale
burocratica
alla
Regione

 

 

 

A.
Cenerini:
Hai
toccato un
altro
dei
punti
nevralgici,
irrisolto
da
decenni,
che è
quello
della carriera docente. Su

questo
 punto
 si
 scontrano
 da
 sempre
 due
 linee.
 La
 prima
 ritiene
 che
 vada
 per
 così
 dire
 “premiato
 il
 merito
all’intern
o
dell’”unicità
della
funzione.
Per
intenderci
quella
che
normalmente
viene
definita
“merit
pay”.
Si
dà
cioè

un
 premio
 alla
 “produttività”,
 che
 nel
 nostro
 caso
 sarebbe
 la
 qualità
 dell’insegnamento,
 la
 didattica
 ecc.
 Un

aggiornamento,
in
breve,
dell’antico
“merito
distinto”.
L’altra
linea,
ed
è
quella
che
ha
sempre
sostenuto
l’ADi,
si richiama
alla
individuazione
di
 nuove
 figure
 professionali
 del
 personale
 docente
 previste,
 ma
 mai
 realizzate,
dall
a
legge
59/97,
art.
21,
c.
16.

 

C.
Marzuoli:
 
Teoricamente
le
due
proposte
possono
convivere,
ma
non
vi è
dubbio
che
attualmente
l’esigenza
irrinunciabil
e
è
la
determinazione
di
uno
sviluppo di
carriera che
abbia
il
carattere
della
stabilità,
che
comporti
diritti

e
responsabilità
ulteriori,
senza
che
questo
implichi
necessariamente
distacco
dall’insegnamento, e
che
preveda

una
retribuzione
di
base
maggiore.
In
questo
senso è
necessario
definire
una
fascia
differenziata,
quella
che
ho definito
dei
“docenti
esperti”.
Vanno
poi
determinate
le
percentuali
di
posti
da
assegnare
e
le
modalità
di
accesso.

 

A.
Cenerini
:

Sulle
modalità
di
accesso che
ipotesi si
possono fare?

 

C.
Marzuoli:

Propenderei
per
l’utilizzo
della
“valutazione
comparativa”,
ma
si
può
approfondire,
ovviamente.

 

A.
Cenerini:
 
Credo
che
abbiamo
toccato
le
questioni
nodali,
prossimamente
una
definizione
puntuale
dell’intero
stato giuridico!

 

Un
 grazie
 caloroso
 a
 entrambi
 per
 questo
 ulteriore
 contributo
 che
 ci
 avete
 offerto,
 insieme
 alla
 speranza
 e
all’auguri
o
che
il
dibattito
sulle
priorità
che
insieme
abbiamo
individuato
possa
diffondersi
e
arricchirsi.