“Mangiare, è incorporare
un territorio”. Jean Brunhes
Le piante per nutrirsi hanno bisogno di pochi elementi del Cielo e
della Terra. Non chiedono molto ma donano tutto ciò che hanno. In
questo modo e tramite il Divino, l’Amore e il lavoro infaticabile e
prodigioso delle Unità di Coscienza degli Elementali della Natura,
elargiscono la vita ad ogni altro vivente.
Agli organismi vegetali bastano l’energia radiante del Sole, l’anidride
carbonica, l’acqua e i vari soluti del suolo per mantenere ed
accrescere i propri tessuti, il proprio corpo e svolgere i loro
processi vitali, biologici e metabolici.
Ma la straordinarietà delle piante non ferma qui, né tantomeno è
limitata e circoscritta, ma si protende e si amplia anche verso
l’impensabile, ed è così che hanno una crescità indefinita e una
continuata giovinalità, derivate dai meristemi apicali (vegetativo e
radicale), che li mette in relazione con ciò che per la nostra ragione
è impossibile, ossia con l’Immortalità e l’eterna giovinezza, con
l’Infinità.
Gli animali non hanno queste capacità delle piante e oltretutto devono
per forza nutrirsi di protoplasma già formato, per poi scomporlo ed
estrarne le unità di base dei vari polimeri che li compongono, per poi
riassemblarle nel corpo fisico in modo conforme al proprio Sé o al
campo coscienziale, cognitivo, informativo e irradiante.
Tanto è vero che qualsiasi organo trapiantato, proprio perché non
riassemblato secondo il proprio Sé, subisce l’inevitabile rigetto da
parte dell’organismo che lo riceve.
Ne consegue, al di là di qualsiasi giudizio di bene o di male, che nei
trapianti d’organo è sbagliato puntare sulla soppressione della
reazione immunitaria, poiché la soluzione è nel trasformare l’organo
secondo le caratteristiche dell’organismo su cui si trapianta, il che
non è impossibile ma implica un approfondimento e delle nuove ricerche
in tal senso.
Tutto questo disassemblare ed assemblare secondo il proprio Sè negli
animali si traduce nell’assunzione del cibo o del protoplasma già
formato e nella sua successiva disgregazione ed assimilazione, mediante
un apparato digerente e di assimilazione, in modo da operare sul cibo o
sulla sostanza disgregata ed ingerita, tutta quella serie di
trasfigurazioni in cui gli Elementi della Natura di Empedocle (Terra,
Acqua, Aria e Fuoco) col Fuoco stesso, la Coscienza, l’Etere,
l’Intelligenza e l’Informazione, si trasformano per adattarsi in modo
conforme all’organismo.
Tali trasformazioni nella loro essenza sono alchemiche, in quanto
consistono in delle trasmutazioni a debole calore ed energia, molto
simili a quelle che succedono in Natura e in una distillazione a bagno
maria.
Il cibo e l’alimentazione sono quindi abbastanza vasti e complessi ed
interessano molti aspetti, in particolare la nostra relazione con
l’ambiente esterno, il quale col cibo e l’alimentazione entra in noi
per trasfigurarsi ed adattarsi alla conformazione strutturale e
compositiva del corpo fisico specifico.
Ed è così che tutto ciò che è all’esterno e di cui ci nutriamo con
l’assimilazione e la digestione da estraneo diventa ciò che noi siamo,
noi stessi.
La cosa degna di ogni meraviglia è che l’esterno, l’estraneo che
crediamo sia al di fuori di noi e la nostra interiorità ed
individualità, con tutte queste trasformazioni e relativi processi, non
esistono separatamente l’uno dall’altra, ma sono le due polarità
dell’unicità del nostro essere e divenire.
In altre parole tutto ciò che è intorno a noi è un mirabile tutt’uno di
cui noi siamo un tutto parte.
Ne consegue che Natura, Ambiente, Uomo e Cosmo sono Uno.
Quindi a dispetto di quantoB di solito pensiamo, il cibo non interessa
solo il corpo e la materia, perché coinvolge in maniera integrale
la Psiche e lo Spirito, il tempo, il ricordare, la memoria e molti
altri aspetti della vita, più di quelli che possiamo concepire ed
immaginare.
Possiamo dire che il cibo e l’alimentazione sono in realtà degli
archetipi connessi col Cosmo, il tempo e la crescita individuale.
Difatti ogni particella materiale non è fatta solo di materia, poichè è
intrisa, permeata dalla Coscienza, dall’Intelligenza,
dall’informazione, dal Pensiero, dal sentimento e dall’emozione,
cosicché quando ingeriamo nel nostro corpo qualsiasi sostanza oltre che
estrarne la parte materiale noi assimiliamo anche le parti più sottili,
luminose, che nel corso del processo disgregativo, digestivo e di
assimilazione, da estranee sono trasformate in ciò che è il nostro
essere, ed è così che a poco a poco l’uomo si trasforma.
Nel processo di digestione e di assimilazione si assiste dunque ad una
trasformazione molecolare e ad una vitale del minerale, del vegetale e
dell’animale, in un principio vitale superiore od umano.
In una visione più ampia e cosmologica tale principio umano superiore
diventa poi il nutrimento degli Angeli o dei Deva.
A sua volta questo principio rielaborato dai Deva o dagli Angeli si
trasforma in cibo del Divino o degli Esseri superiori.
In tale visione straordinaria col cibo e l’alimentazione si
trasferiscono quindi da un essere all’altro, non solo la parte
manifesta e materiale, ma anche quella sottile legata alla Coscienza,
all’Intelligenza, al Pensiero, al Sentimento ed all’Emozione.
Certamente è difficile per il pensiero comune accettare tutto questo,
perché la visione attuale e materialista delle cose è di tutt’altro
avviso: sin qui e non più in là della materia.
Ma se continuiamo a considerare il mondo in questo modo ogni cosa ci
rimarrà nascosta, preclusa ed incomprensibile, perché per capire
bisogna avere una visione integrale e considerare il mondo fisico come
un organismo unico, interamente vivente, cosciente, intelligente e
pensante, in cui niente e nessuno è separato, perché ogni cosa vive
nell’insieme ed è dall’insieme che trae la sua linfa vitale.
È sufficiente in proposito pensare alla respirazione, all’aria che
respiriamo e che introduciamo nei nostri polmoni, che collega in modo
unico tutti i viventi alla vita.
Ed ecco che il cibo e l’alimentazione svolgono un ruolo cruciale e
determinante nella vita dei viventi, e dovrebbero contenere tutti i
principi materiali e sottili utili per il progredire e l’evoluzione.
In tale contesto tra i vegetali più importanti per il cibo e
l’alimentazione ritroviamo le piante feculifere, contenenti in misura
rilevante la Fecola, che è l’amido o il polisaccaride ricavato
principalmente dalle patate, dalla manioca, dalla batata, ecc.
Le piante feculifere si chiamano così perché hanno la straordinaria
capacità di accumulare in quantità significative e superiori rispetto
alla quantità contenuta nei cereali, l’amido
o la fecola (polimero di lunghe catene di α D glucosio unite con legami
1,4 o amilosio, sulle quali
con legami 1,6 si formano catene spiralate di cui ogni spirale consta
di 6 residui glicosidici o amilopectina)
nei tuberi (Patata), nelle radici che si ingrossano o radici – tubero
(Batata), o nei fusti sotterranei metamorfosati (Topinambur).
Ovviamente le piante elaborano altri polisaccaridi come l’inulina, la
cellulosa, la laminarina, gli arabani, gli xilani, le pectine, le
emicellulose, le gomme e le mucillagini, ma l’amido rimane il
polisaccaride più importante per il cibo e l’alimentazione.
L’origine e la sintesi dell’amido è esclusivamente nei cloroplasti,
organuli della cellula vegetale di alghe e piante, dove avviene la
fotosintesi clorofilliana mediante la quale la luce del Sole si
trasfigura in glucosio, da cui deriva dalla sua polimerizzazione
l’amido.
Infatti durante il giorno con la fotosintesi clorofilliana gli
zuccheri prodotti sono maggiori rispetto alle esigenze metaboliche e
così sono polimerizzati in amido, accumulandolo nello stroma del
cloroplasto.
Tale amido viene definito primario.
Però durante la notte, in assenza della fotosintesi, l’amido è
idrolizzato nuovamente in zuccheri in modo da impiegarli nel
metabolismo della pianta e in parte trasportati in altre parti della
pianta e negli organelli cellulari detti amiloplasti, in cui gli
zuccheri si uniscono di nuovo per riformarlo.
Per distinguerlo dall’amido primario, che si accumula nello stroma dei
cloroplasti, quello accumulato negli amiloplasti è definito amido
secondario.
In definitiva è la luce del sole che mantiene l’ordine biologico e
consente di trasformare dei composti semplici e poveri d’energia, in
composti organizzati in strutture complesse e ricchi di energia, ed è
in tal modo che si realizza una straordinaria transizione di fase dal
semplice al complesso.
In particolare la pianta di cui vogliamo parlare, ossia la Batata, è
una pianta feculifera che riesce ad accumulare rilevanti quantità di
amido secondario nelle radici.
Tale pianta non ha nulla a che vedere con la patata, in quanto
appartiene ad una famiglia diversa e ciò anche riguardo l’organo usato
nell’alimentazione, che è una radice – tubero e non un tubero.
La Batata o Ipomoea batatas (L.) Poir., Convulvulaceae è una pianta
erbacea perenne, con foglie lobate o palmate ed alterne, provviste di
picciolo, con nettari nell’inserimento della lamina della foglia, dal
colore verde e viola, coltivata come annuale.
La pianta è originaria dell’America centrale, del Messico e delle zone
tropicali delle Americhe dove viene coltivata da circa 5000 anni fa ed
introdotta da Cristoforo Colombo, dopo la colonizzazione delle
Americhe, in Spagna da cui si diffuse in Europa, in Asia ed ovunque.
In particolare la sua coltivazione in Cina risale al XVI secolo ed
attualmente tale Nazione detiene l’83 % della produzione mondiale di
Batata.
In Polinesia la pianta era conosciuta e coltivata prima dell’arrivo
degli Europei.
La Batata ha radici fibrose e rizotuberi, fusti prostrati che si
diffondono rapidamente ed orizzontalemnete nel suolo, contenenti spesso
dei pigmenti che gli conferiscono un particolare colore porpora al
fusto e lungo le nervature.
Ha fusto cilindrico dal colore verde o pigmentato e la sua lunghezza
dipende dal portamento della cultivar, dalla disponibilità di nutrienti
e di acqua nel terreno.
Le cultivar erette arrivano ad 1 m di lunghezza, quelle prostrate sino
a 5 metri.
È pianta eliofila, brevidiurna e resistente all’aridità.
La pianta derivata da radici tuberose ha durata biennale.
Nel primo anno produce rizo – tuberi ed al termine la pianta germoglia
e muore lasciando nel terreno le radici tuberose, che daranno nuovi
germogli l’anno successivo in un ciclo però riproduttivo, con
formazione del fiore, del frutto e del seme.
Il seme provvisto di duri tegumenti germina con notevoli difficoltà.
Ha fiori solitari e vistosi che vengono impollinati tramite gli
insetti. Il fiore è ermafrodito ed ha la caratteristica forma a campana
della famiglia a cui appartiene la specie. Il frutto è una capsula
pluriloculare che contiene da 1 a 4 semi.
È una pianta esaploide praticamente sterile che non può essere
propagata per seme e che deve essere moltiplicata per via vegetativa.
In Natura e coltivate esistono numerose varietà, che si differenziano
per il colore della buccia, dal giallo al viola, per il colore della
polpa (bianca, gialla, pigmentata di rosso).
Il ciclo di formazione delle radici-tubero varia 3 a più di 9 mesi.
La Batata ha portamento strisciante, con numerosi germogli, che
toccando il terreno emettono le radici.
Le parti eduli sono sia le parti vegetative della pianta e sia la
radice – tubero che è una vera e propria radice, che sia accresce a
forma di tubero per l’attività meristematica del cambio sia vero
l’esterno che verso il midollo.
I tessuti parenchimatici che ne derivano sono ricchi di amido ed
attraversati da canali latticiferi da cui cola un lattice bianco e
denso.
Tali parti sono impiegate sia nell’alimentazione umana e sia come
foraggio per i suini e gli animali di allevamento.
I rizo – tuberi contengono carboidrati per il 20.10 %, proteine 1.60
%, fibre alimentari 3.10 % , numerose vitamine (K, B1, B2, B3,
B6, E, C, A) e Sali minerali in proporzione variabile.
Nell’alimentazione umana vengono consumati bolliti, al forno, fritti,
seccati e macinati in farina per farne biscotti, pane e altri dolci.
Le sommità fogliari sono consumate come verdure e vendute nei mercati
soprattutto in Malesia.
Sono apprezzati nell’alimentazione del bestiame in quanto il potere
nutritivo è comparabile a quello del mais.
Il tubero – radice è ricoperto da un rivestimento suberificato simile a
quello della patata.
In Giappone da tale rivestimento si ottiene il caiapo, una sostanza
efficace nella riduzione della glicemia e del colesterolo e
quindi utile nel curare il diabete di tipo II, l’anemia e
l’ipertensione.
La produzione ad ettaro in media è di 15 tonnellate, sino a punte di 20
– 40 tonnellate.
La raccolta si effettua quando le foglie sono ingiallite.
La radice tubero contiene carboidrati ed antociani che conferiscono il
colore, niacina ed acido ascorbico.
La dolcezza caratteristica è dovuta al glucosio ed al futtosio.
L’amido è composto da ¼ da amilosio e da ¾ da amilopectina.
Le proteine sono scarse, carente è il contenuto in triptofano e in
amminoacidi solforati.
Solo raramente viene utilizzata conservata secca per la preparazione di
fecola, da impiegare al posto dell’amido di frumento.
La sua ecofisiologia esige un buon apporto idrico, una temperatura
intorno a 18° C e le sue produzioni risultano soddisfacenti sino a 2500
m slm, lo zero termico in cui si blocca la crescita e lo sviluppo della
specie è compreso tra 12-13° C, e temperature vicino o sotto lo 0°C
risultano letali per la pianta.
Esistendo numerose varietà adattabili a diverse zone geografiche, la
coltivazione si può estendere sino alle zone temperato – fredde
coltivando la pianta nel breve periodo estivo.
Il ciclo di coltivazione è pari a 150 – 180 giorni, richiede una
temperatura ottimale di 20-25° C e la fertilizzazione con concimi
chimici ed organici.
Per conservare le radici tubero della Batata si ricorre al loro
mantenimento per 1-2 settimane in locali in cui si raggiunge una
temperatura di 30-35°C con elevata umidità relativa di 85-90%, che
consentono la suberificazione dell’epidermide.
La propagazione della Batata si effettua preferibilmente interrando la
radice tubero già posta a radicare in acqua, con distanze sulla fila di
30 cm e tra le file di 90 cm.
È una specie rustica dalle modeste esigenze e produttiva.
In definitiva la Batata nonostante i tuberi non siano diffusamente
consumati in Italia, nel mondo e soprattutto in più di 100 paesi in via
di sviluppo costituisce una delle più importanti colture di piante
feculifere, che si pone al 5° posto come alimento di base e come
importanza sia in termini di superficie e sia in termini di produzione
quale pianta alimentare.
Si tratta dunque di una specie cruciale per la sopravvivenza e
l’alimentazione dell’uomo, in diverse popolazioni e in vaste aree del
nostro pianeta.
Marcello Castroreale
mcastroreale@alice.it

Batata o Ipomoea batatas (L.) Poir., Convulvulaceae


