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Umanistiche

Pablo Neruda: ‘Scrivo per il popolo …’ Un breve ricordo del grande scrittore e poeta, a 40 anni dalla sua morte avvenuta in Cile nel 1973

Nel ’25, appena
ventunenne, parlando di sé, Neruda  scriveva : “La gioia di
bastare a se stessi non la possono conoscere gli equilibrati imbecilli
che costituiscono una parte della nostra vita letteraria. Come
cittadino, sono un uomo tranquillo, nemico delle leggi, dei governi, e
delle istituzioni vigenti. Provo repulsioni per ciò che è borghese, e
mi piace la vita della gente inquieta e insoddisfatta, siano
questi  artisti o criminali”.

Una dichiarazione, questa, che vale non solo un ritratto dell’uomo e
del poeta, ma, anche, di un’epoca; quella, per intenderci, che, nata
sotto il segno della violenza futurista  e degli “schiaffi” al
gusto del pubblico borghese, vede proprio nel ’24 la pubblicazione del
primo Manifesto surrealista  di Brèton, cioè la prima seria ed
esplicita affermazione di un’arte nuova e rivoluzionaria.
Come tutti i poeti “ desesperadi”,  ma anche “impegnati”, e
ideologicamente  ”schierati ”, Pablo Neruda  non è sfuggito
al destino di una vita errabonda e perseguitata, al destino di poeta
incompreso o mal compreso, o parzialmente compreso. Ma tant’è, nessuno
può, io credo, pretendere a questo mondo di non avere nemici, tanto
meno poi un poeta che, quando è vero, e grande poeta, è sempre un
distruttore e un provocatore.

Nell’Europa a cavallo tra gli anni ’20 e gli anni ’30, la lotta
contro la cultura borghese e le polemiche antipassatistiche investono
non solo il campo letterario ma anche quello politico e sociale; 
tra avanguardia artistica e avanguardia politico-sociale corrono intime
relazioni spesso complesse e contraddittorie. Neruda, convinto
sostenitore del comunismo, ritiene  che l’arte e la letteratura
debbano potere influire con forza  sulla prassi politica e
sociale; l’intellettuale  non può fermarsi alla contemplazione del
mondo , egli deve  vivere e scrivere e lottare per “ cambiare il
mondo”. Non  sosteneva forse Brèton nel ’26 che l’arte autentica
doveva essere legata  all’attività sociale rivoluzionaria, e che
essa (arte) doveva tendere alla ”confusione e alla distruzione della
società capitalistica”?

Inquietudine, volontà di ribellione e di rottura,
insoddisfazione, repulsione per la vita borghese e per le istituzioni
stabilite, erano, e resteranno , in Neruda, sintomi particolari di un
fenomeno ben più generale che coinvolgerà  nel corso del primo
Novecento tutti  quegli intellettuali impegnati contro ogni 
tipo di arte e di letteratura, che non fossero al servizio dell’uomo
nella lotta di  liberazione da ogni forma di schiavitù spirituale
e materiale. La scrittura  come rivelazione di una grande 
gioia di libertà. Leggiamo  da Canto general:

La grande gioia
[…] 
Non scrivo perché altri libri mi imprigionino
né per accaniti apprendisti di giglio,
bensì per semplici abitanti che chiedono
acqua e luna, elementi dell’ordine immutabile,
scuole, pane e vino, chitarre e arnesi.
 
Scrivo per il popolo per quanto non possa
leggere la mia poesia con i suoi occhi rurali.
Verrà il momento in cui una riga, l’aria
che sconvolse la mia vita, giungerà alle sue orecchie,
e allora il contadino alzerà gli occhi,
il minatore sorriderà rompendo pietre,
l’operaio si pulirà la fronte,
il pescatore vedrà meglio il bagliore
di un pesce che palpitando gli brucerà le mani,
il meccanico, pulito, appena lavato, pieno
del profumo del sapone guarderà le mie poesie,
e queste gli diranno forse: «E’ stato un compagno».
Questo è sufficiente: questa è la corona che voglio.
 
Voglio che all’uscita di fabbriche e miniere
stia la mia poesia attaccata alla terra,
all’aria, alla vittoria dell’uomo maltrattato.
Voglio che un giovane trovi nella scorza
che io forgiai con lentezza e con metalli
come una cassa, aprendola, faccia a faccia, la vita,
e affondandovi l’anima tocchi le raffiche che fecero
la mia gioia, nell’altitudine tempestosa.
( da Canto general )

Nuccio Palumbo

antonino11palumbo@gmail.com