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Umanistiche

Viaggio tra gli articoli dello scrittore calabrese Corrado Alvaro

La letteratura
del novecento è legata, come non mai nel passato, al giornalismo
soprattutto letterario. Il letterato del ventesimo secolo  non è
il gentiluomo come  il Manzoni, il Leopardi, né tanto meno il
letterato-professore come il Carducci. E’, invece, uomo di
lettere, come tale svolge  la sua attività sulle colonne dei
giornali. Non è il caso di menzionare un pullulare del gran numero di
fogli, di riviste, di periodici politico-culturali di fine ottocento e
inizio novecento, di certo, però, a quei tempi, il giornalismo
rappresentava il centro della vita culturale italiana  del
novecento.
Corrado Alvaro, partecipe di tutti questi movimenti culturali per oltre
un cinquantennio, nel variegato panorama di quel secolo, ha senz’altro
occupato un posto distinto oltre che come scrittore anche da
giornalista. In questa direzione ha sviluppato una attività non meno
importante rispetto a quella seguita da scrittore, manifestando un
impegno e una tenacia non comuni che lo dovevano portare a non restare
insensibile  a quell’ampio ventaglio di interesse che esprimono i
suoi pezzi. Egli diede la sua collaborazione a diverse testate
giornalistiche e riviste, a partire dal 1917, con “Il Resto del
Carlino” , non ancora laureato, per passare poi al “Corriere della
Sera” a laurea in lettere conseguita. Ancora “Il Mondo”, “Il Tempo”,
“Il Popolo di Roma”, “La Stampa”, tappe significative dei maggiori
quotidiani nazionali, ma anche “L’Italia che scrive”, “La Fiera
letteraria”, “Atlantica”, “Nuova Antologia” ed altri ancora.

Riviste specifiche dove vengono affrontate problematiche di
carattere  prettamente letterario, ma anche di altra natura. Il
mondo alvariano del giornalismo appare, dunque, complesso. Qui è
possibile cogliere il grande apporto che lo scrittore calabrese è
riuscito a fornire al campo della carta stampata. Ma Alvaro, quale uomo
di cultura, si interessò molto della problematica letteraria che in
quegli anni investiva il panorama letterario. Così  ne
affronta  alcuni aspetti, in un articolo, sulla rivista
“Atlantica” di New York,  uscita nel dicembre del 1929,  cui
dà un titolo molto significativo: The Litterary Spirit of
Modern Italy
.
E’ questo un vero e proprio trattato che tende a mettere in rilievo
l’evoluzione letteraria in Italia a partire dal Romanticismo per
arrivare a toccare punti nodali ed autori significativi della nostra
letteratura in seno alle due guerre.” Il Romanticismo – afferma Alvaro
– durò poco in Italia” e spiega il perché:
in base alla reale struttura della
vita italiana fu quasi impossibile per gli scrittori italiani
intraprendere a scrivere di eventi con una qualche opinione personale
anche di carattere sociale, che è uno dei postulati del Romanticismo
“.

L’illustre Calabrese prosegue nel suo giudizio sostenendo che gli
scrittori “furono costretti a trattare ricostruzioni fantastiche o
storiche: queste ultime fornivano la sola possibile letteratura sociale
e trattando di ispirazioni del passato, ricordi storici e fatti
linguistici, formavano la così detta letteratura nazionale. Lo stesso
Carducci -affermava Alvaro- ottenne la fama scrivendo solo Odi storiche
di relativo valore artistico”.
Mentre del Pascoli, Alvaro dice che “fu costretto a fare lo stesso”. Ma
sfortunatamente – continua lo scrittore calabrese – quando la
letteratura italiana cercò di emergere dal Carduccianesimo o dal
Pascolismo visse di sentimenti riflessi e presi a prestito, come la
letteratura  crepuscolare”.

Continuando in questa visione crepuscolare conferma Verga come l’unico
vero “poeta crepuscolare” che fosse autenticamente italiano.
Poi lo scrittore Calabrese passa a considerare  quale fu lo
strumento  più efficace ai fini del rinnovamento della nostra
letteratura e lo individua nel giornalismo. Esso “da molto tempo era il
più grande veicolo di cultura in Italia, fu di grande aiuto al
rinnovamento  della letteratura italiana”.
Qui il quotidiano prese il posto del libro, della rivista. Il
giornalismo è sempre dipeso dagli scrittori, che, poiché essi dovevano
parlare fin quanto possibile di eventi pratici e concreti basati sui
fatti, e con lo scopo di convincere piuttosto che divertire furono
costretti a cambiare se stessi ed i loro pregiudizi. La letteratura nei
passati dieci anni  era stata nei quotidiani. Alvaro, scrivendo
degli effetti provocati dal giornalismo, mette in rilevo l’influenza
che suscita quello stile: “Noi – dice – troviamo alcuni di loro che
riescono a scrivere la loro colonna  con il calore di un’antologia
ed il calore  della convinzione che solo i fatti possono
suggerire”.

Adele Sammarro

adelesammarro@tiscali.it

rivista Atlantica New-York