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Domenica 12 Luglio 2026 | Informazione, comunità e innovazione per la scuola. Dal 1998 la scuola italiana in rete.
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Umanistiche

Per l’adozione di un libro di testo

1898. Il 21 ottobre,
con un telegramma, il ministero della pubblica istruzione offre un
incarico di filosofia nel R. Liceo Mario Pagano di Campobasso a
Giovanni Gentile. Preside e colleghi  accolgono il nuovo collega,
già in  fama  di studioso particolarmente serio e competente
nella sua disciplina, con grande cortesia  e rispetto. Il giovane
insegnante, destinato a diventare un intellettuale  di punta,
insieme con  il liberale Benedetto Croce, nel rinnovamento della
cultura italiana prima della grande guerra  e,
successivamente,  il filosofo del “regime” di Mussolini, aveva
allora poco meno di 24 anni, e non era affatto  di carattere
accomodante. Ne dette chiara prova alla prima riunione del collegio
docenti.
Occorreva scegliere un libro di testo e Gentile  decise che si
sarebbe avvalso delle lezioni di filosofia  ad uso dei licei del
filosofo neokantiano Francesco Fiorentino. Ma la scelta provocò una
piccola crisi  perché l’insegnante dell’anno precedente , non
credendosi prossimo alla partenza, aveva consigliato agli studenti
l’acquisto  del Corso elementare di filosofia  di Carlo
Cantoni, apparso a Milano alla fine degli anni settanta. Il
libraio  si era premurato di fare venire dalla città le copie
necessarie e alcuni ragazzi avevano già acquistato  la loro.
Imbarazzato, il preside raccomandò a Gentile di non cambiare il testo
o, almeno, di adottare il Fiorentino per gli studenti del primo anno
lasciando agli altri il Cantoni su cui avevano cominciato il
programma.  Perorò,  persino, il libraio la propria causa
per  scongiurare  la scelta del Fiorentino che avrebbe
provocato grossi danni al suo già misero commercio. I professori
presero garbatamente le difese del libraio. Ma Gentile restava fermo
sulle ragioni della sua scelta. Il preside capì, e mise la questione
all’ordine del giorno d’una riunione che si sarebbe tenuta l’indomani
per definire il programma didattico.  E l’indomani,
presa   “coscienza nitidissima” del suo dovere, Gentile
ritornò all’attacco addirittura con la lettura di una memoria scritta
la sera precedente e intesa a fissare il suo programma ch’era,
soprattutto, di ordine pedagogico. Il libro del Cantoni era sorpassato
e  andava sostituito;  secondo Gentile, fedele alla lezione
del Vico e di Hegel, Cantoni aveva scritto un pessimo manuale a cui si
doveva la decadenza della filosofia nei licei italiani. Mettere quel
libro nelle mani dei giovani sarebbe stato diseducante. Gentile 
affrontava così, con testarda risolutezza, all’inizio della sua
carriera di docente, il suo primo problema  d’ordine pedagogico, e
la prima delle sue tante battaglie nel mondo della scuola.
In quella sua memoria pedagogica  per i colleghi del liceo “Mario
Pagano” di Campobasso, scrisse : “Io credo (…) che fine precipuo del
mio insegnamento debba essere non tanto insegnare nozioni, elencare
cose e descrivere la natura, come se la verità potesse esistere
fuori  dell’uomo, quanto, piuttosto, l’educazione di una forma;
non  la produzione di un contenuto mentale, ma  una
disciplina scientifica del raziocinio e delle energie pratiche degli
alunni,  più che  un sagace apprendimento di certi speciali
gruppi di conoscenze”.
Era il documento iniziale di una battaglia per l’insegnamento della
filosofia  nei licei che sarà il tema ricorrente della sua vita di
“riformatore”, del filosofo dell’idealismo assoluto.

Nuccio Palumbo

antonino11palumbo@gmail.com

n.b. L’autore della presente nota si
è servito  del libro di  Sergio Romano : Giovanni Gentile ,
la filosofia al potere. Ed, Tascabili Bompiani,1990.