| Arrivano le cifre sui tagli della Gelmini: "Gli atenei del Nord ci scippano i fondi" | |
| ANDREA ROSSI | |
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Il paradosso è che a scatenare la contesa è stato un uomo del Nord. Gino Ferretti, rettore dell’Università di Parma, qualche giorno fa ha pubblicato una contro-classifica che sovverte la graduatoria del ministero, che assegnava i primi tre posti a Trento e ai Politecnici di Torino e Milano. «Quella classifica – dice Ferretti – è stata ottenuta applicando correttivi contabili (soldi per la mobilità del personale, soldi per gli aumenti, stato dei conti) che con il merito non hanno nulla a che vedere». Nella nuova lista elaborata a Parma – che ha usato gli stessi parametri del ministero, senza i calcoli contabili – esce un mondo alla rovescia: Bologna, che era sedicesima, diventa prima e Trento retrocede al diciannovesimo posto. La Sapienza di Roma passa da 42esima a seconda, la Federico II di Napoli da 48esima a quinta, Bari da 39 esima a dodicesima, Catania da 38esima a tredicesima e Palermo da 52esima a sedicesima. Ce n’è abbastanza per far sbottare le università del meridione. «Ora bisogna fare chiarezza», insiste Trombetti. «E comunque la nuova graduatoria non mi sorprende affatto: rispecchia le grandi classifiche internazionali». Anche la Cgil e l’Unione degli studenti accusano il governo: sulla base di quella tabella sarà distribuito il 7 per cento del fondo di finanziamento ordinario. Niente soldi nuovi, solo un «tesoretto» sottratto nella stessa misura a tutti e ridistribuito premiando i più virtuosi. Accade però, ad esempio, che La Sapienza – che sembra essere la seconda quanto a qualità di didattica e ricerca – si sia vista sfilare oltre 40 milioni di euro e ne riceverà indietro appena 33,5. «In futuro voglio che le cose siano fatte bene – dice ora il rettore Luigi Frati -. Nelle commissioni che hanno lavorato sulla classifica, tra chi valutava, c’era anche qualche destinatario dei fondi. E questo non va bene. C’erano nomi importanti dei politecnici che, non a caso, sono andati bene». Tutto il Sud esce penalizzato: Messina e Palermo ci rimettono sei milioni ciascuna, la Federico II e la seconda Università di Napoli tre a testa, Catania due, Cagliari 1,8. Difficile trovarne una che si salvi. Tutte in perdita, l’esatto contrario di quel che accade al Nord. Tanto basta a scatenare una mezza rivolta. Il rettore di Roma Tre Guido Fabiani parla di «danno d’immagine». E aggiunge: «Giusto valutare, ma le cose vanno fatte sul serio». Anche a Bari masticano amaro. I conti non tornano, manca quasi un milione: «Quella classifica è stata frutto di un’operazione distorta», analizza il rettore Corrado Petrocelli. «Chiederemo che vengano cambiati i criteri, perché questi non sono né condivisi, né oggettivi, né affidabili». L’accusa pende sui tecnici del ministero: per valutare la ricerca negli atenei sono stati usati i dati del 2001 e del 2003, storia di sei-otto anni fa; si sono messe sullo stesso piano università con 60 mila studenti e altre con 6 mila; i politecnici che hanno due sole facoltà e gli atenei con tredici o più; istituzioni nate 300 anni fa con edifici storici e altre aperte da poco. «Hanno calcolato quanti studenti acquisiscono 40 crediti alla fine del primo anno. E questo sarebbe indice di qualità? Basterebbe non fare selezione e non bocciare nessuno agli esami», denuncia Petrocelli. «E ancora: che senso ha valutare la qualità calcolando quanti laureati trovano lavoro senza considerare il contesto territoriale? Ci sono realtà il cui la disoccupazione è al due per cento, altre dove è al venti». |
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