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Domenica 12 Luglio 2026 | Informazione, comunità e innovazione per la scuola. Dal 1998 la scuola italiana in rete.
Informazione, comunità e innovazione per la scuola. Dal 1998 la scuola italiana in rete.
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Rassegna stampa

Umanità in cerca di perché: il bello del mestiere di prof. «Per quel desiderio di verità vale la pena, ogni giorno, arrivare fin qua»


Un insegnante di inglese, figlio di emigrati, in un liceo di provincia:
«Sono contento, ma devo ricordarmelo quando leggo lo stipendio».

Il momento più bello è quando
stanno col capo chino sul foglio,
tesi a mettere nero su bianco
quello che hanno imparato.
Chissà quante generazioni di insegnanti
prima di me hanno gustato la
soddisfazione di questo raro momento
di pace assistendo alla stessa scena.

Dal primo piano dell’edificio che ospita
l’appartamento nel quale sono state
ricavate le cinque classi che costituiscono
la sezione staccata dell’Istituto Alberghiero
nel quale insegno inglese, il mio
sguardo plana sopra le teste dei miei
alunni alle prese con il class work per
essere, infine, fatalmente attratto dalla
finestra che si apre sulla destra. La vista
si infrange sul muro del caseggiato che
sorge di fronte alla scuola, ma se solo ci
si fa largo tra i banchi, la visuale si spalanca
sulla piana che si distende sotto Chiaramonte.

I miei pensieri seguono il filo della
strada che si s’insinua per l’ampia vallata
verso l’Etna. Poco oltre il confine di ciò
che riesco a scorgere dal mio punto di
osservazione, tra le campagne che costituirono
“la roba” di Mastro don Gesualdo,
tra Vizzini, Mineo e Caltagirone,
affondano le radici del professore che, a
questi ragazzi, ha la pretesa di insegnare
a lingua che fu di Shakespeare. Proprio
lì, tra i vichi e i carrugi di Mineo, all’inizio
degli anni Sessanta, i miei genitori,
freschi di nozze, mettendo insieme
null’altro che il coraggio di mio padre e
la tenace determinazione della mia
mamma, decisero di interrompere quel
legame che da tempo immemorabile
legava le loro esistenze a questa terra
aspra e avara per seguire un’altra via,
quella dell’emigrazione, che conduceva
ad un treno per la Svizzera.

Dal sacrificio di quello strappo è nata
una cosa nuova, una figura umana diversa
che ha cercato i frutti del proprio
lavoro, non più tra i campi di grano o gli
agrumeti, bensì dentro l’umanità varia e
variopinta che popola le aule di una
scuola.
In quella terra al di là delle Alpi, per
noi figli di emigranti, il bisogno di capire
si apriva come una ferita per ogni parola
non afferrata, per ogni frase di cui ci
sfuggiva il senso. Una ferita lenita solo
da qualche volto amico che veniva in nostro
soccorso.

La certezza della presenza di un significato
della realtà anche quando esso si
cela ostinatamente me la ritrovo appiccicata
addosso nella forma di una tenacia
nel rapporto educativo con i miei
alunni.
Aveva descritto bene questa dinamica
Pier Paolo Pasolini quando affermava
che ciascuno comunica solo quello che
è.
In quelle parole si rivela la dimensione
più propria dell’insegnante, quella
dell’educatore, di uno, cioè, che attraverso
il particolare della materia che insegna
introduce al senso totale della
realtà.

«La vita è come l’inglese – amo ripetere
alle mie prime classi – all’inizio tutto
sembra estraneo e indecifrabile, ma poi,
a poco a poco, le cose cominciano a
chiarirsi e infine le cogli nel loro significato.
Se hai pazienza, se sei disposto a
fare la fatica, se ti fidi di me, tutto si
chiarisce, non preoccuparti, siamo insieme».
La conoscenza si comunica, infatti,
dentro un rapporto, per le informazioni
basta il televideo.

La comunicazione dei contenuti, dal
Liceo agli Istituti professionali, passa
sempre attraverso un fascino. Soltanto
lo stupore generato da questo fatto produce,
a ben guardare, una conoscenza
reale che non si cancella il giorno seguente
l’interrogazione.
Mi rivedo al posto dei miei alunni ad
ascoltare la lezione su Nietzsche o a seguire
il peregrinare del pastore errante
di Leopardi. Niente luoghi comuni sul
“pessimismo leopardiano”, bensì la comunicazione,
da parte del nostro insegnante,
del suo rapporto vivo con gli interrogativi
incalzanti dell’autore che, infine,
palpitavano di nuovo nel nostro
cuore di ragazzi. Già, «a che tante facelle,
… ed io che sono»? Nella vibrazione
suscitata da quella domanda il nostro io
abbracciava il cosmo intero.

E’ proprio questa sfida, quella cioè di
aiutare i ragazzi a scorgere il legame
che c’è tra il particolare che studiano e il
significato del tutto che trova, oggi,
spaesati noi insegnanti.
L’alternativa, però, è l’analisi del particolare
come frammento senza contesto
e senza cornice. La traduzione in
ambito didattico di questa posizione è
l’insegnamento concepito come tecnica,
come offerta di competenze a chi ha
voglia di apprenderle. E’ il presupposto
di una estraneità tra docenti ed alunni
che stanca gli uni e deprime gli altri. Se
non vi è un significato da scoprire, d’altronde,
perché impegnarsi?

Per fortuna non era di quest’avviso il
mio prof di italiano al Liceo Scientifico di
Caltagirone. Non c’era nulla che non potesse
trovare una sponda di paragone
dentro quel rapporto. Era evidente che
con noi dava tutto di sé e in cambio,
poco alla volta, noi gli abbiamo aperto il
nostro cuore. Certo pedagogismo ritiene
che questo aspetto del rapporto educativo
attenga alla figura dello psicologo;
io, di uno che mi sta ad ascoltare perché
pagato per farlo non mi sarei mai fidato.

La novità nei rapporti come nella conoscenza
nasce sempre da un avvenimento,
da un imprevisto. Una certezza
che nasce dalla coscienza di tanti fallimenti.
Quante lezioni affrontate con la
presunzione di suscitare nell’uditorio la
stessa attenzione registrata con la medesima
spiegazione l’anno precedente
ed invece, nulla, meritata indifferenza e
generale distrazione. Quante rabbiose
sconfitte ingoiate dentro la stessa ora di
lezione che hanno la forma insopportabile
del chiacchiericcio di chi davanti
alle tue parole prova solo noia. Quante
richieste di aiuto scritte in faccia a tanti
alunni delle quali non ci siamo accorti
perché intenti a riempire le caselle di un
registro. O, ancora, al contrario quante
volte rimaniamo sulla soglia dell’umanità
di alunni ai quali faremmo dono
gratuito di tutta l’amicizia di cui siamo
capaci ben oltre l’orario scolastico, perché
essi, con tanto garbo, non ci permettono
di varcare il limite della loro libertà.

Sono contento di averlo scelto io questo
lavoro. Ho bisogno di ricordarmelo
quando paragono la cifra scritta in fondo
alla “striscetta” dello stipendio con i
numeri del mio anno trascorso in banca
con annessi di tredicesima, quattordicesima,
premio rendimento e premio produzione.
Me ne ricordo, però, anche
quando faccio fatica ad entrare in classe
e scorgo la stessa difficoltà negli occhi
dei miei colleghi.

La sezione staccata della mia scuola è
priva di molte cose necessarie, ma la
dignità del luogo in cui lavoriamo non
sta nelle strutture, pur necessarie o nell’aggiornamento
a cui provvedo a mie
spese in Inghilterra o in Irlanda, magari
condividendo l’accomodation con il collega
svizzero al quale lo stato paga soggiorno
e libri acquistati, la dignità la
conferiscono quanti ancora si appassionano
a questi ragazzi guidandoli, magari
tra pentole e fornelli, a realizzare pietanze
dal sapore strabiliante che rendono
più evidente quale gusto possa avere
la compagnia che siamo chiamati a
farci.

Si tratta di quel gusto che ti fa appassionare
da capo, anno dopo anno, a
volti nuovi, a nomi sempre diversi, a
volte impronunziabili, che vuoi mandare
a memoria dal primo giorno per dire
a ciascuno di quei ragazzi: “Tu fai
parte di me”.
Una testa si solleva dal foglio e mi
strappa dal corso dei miei pensieri:
“Scusi professore, mi spiega perché…”?
Per quella domanda, per quel desiderio
di verità rivolto a me, vale la pena,
ogni giorno, di fare la strada fin qua. Nel
miracolo di una umanità che si domanda
il perché delle cose c’è tutta la bellezza
e l’impagabile grandezza di questo
mestiere.

Quella finestra di una scuola ai margini
di questo Paese alle prese con una crisi
economica sempre più incombente è
un po’ come la ragione, un po’ come la
speranza. Entrambe possono arrestarsi
al muro che sta di fronte oppure aprirsi
all’infinito.
«Anche da una finestretta si può vedere
il mondo» scriveva il papà di Giacomo
Leopardi. Guardo i miei alunni ancora
chini sui fogli e sorrido, anche il genio ha
bisogno di un umile maestro.

MARIO TAMBURINO (da www.lasicilia.it)