Ridare dignità ai docenti. Leggo con interesse l’ultimo comunicato della Gilda, che, giustamente, sottolinea come, per restituire serietà alla scuola, bisogna innanzitutto riabilitare, è proprio il caso di dire così, la figura del perno dell’istruzione, quella persona che, se funziona lui, al novanta per cento funziona anche la scuola: il professore.
Ebbene, come si fa a risollevare una figura che per anni è stata, invece, bistrattata nel migliore dei modi, avvilita con tutti gli espedienti, abbrutita con ogni sorta di angheria psicologica? Sì. Perché il problema è prima nelle idee che nei fatti.
E, nella mentalità comune, quella dei genitori e dei ragazzi in particolare, e poi dell’opinione pubblica in generale, sapete chi è il docente?
Ve lo faccio capire con una frase che un giorno un alunno disse a un mio collega, che trasecolò, ripetendosela poi per giorni in mente: “Prufissuri, lei è cca picchì iu ci fazzu guadagnari a pagnotta”. Il che tradotto in un italiano corrente significa: “Professore, mi ringrazi, io sono il suo datore di lavoro.”
Ma, finchè la dice il ragazzo, potremmo anche scusarlo. Ma il guaio è che spesso questa frase viene, ahimè, formulata anche dai presidi o addirittura dagli stessi colleghi.
Ma infine, diciamocela tutta, sapete qual è il vero problema? Che questa idea è davvero perversa. E genera in tanti la sottomissione completa al volere dei ragazzi, l’essere proni a qualunque sopruso e dunque, come triste conseguenza, l’incapacità di fare scuola in modo serio, con i ruoli al giusto posto.
Non sono gli alunni i nostri datori di lavoro. Loro sono le nostre menti da accendere. Ma attenzione. Perché, se si arrabbiano, se qualcosa non va come dicono loro, potrebbero anche… licenziarci.
Silvana La Porta


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