Già nel latino medievale di Calabria, ci dice il DELI, in un documento del 1188 compare scritto in caratteri greci uno Sclavos, che però ancora non è chiaro se sia un etnico o abbia il significato di ‘servo’. Ancora sclavus abbiamo in un trattato in latino medievale tra Genova e Pavia del 1251. Finalmente, agli albori della lingua italiana, nel volgare fiorentino che di lì a pochi anni sarà quello di Dante, Chiaro Davanzati ha schiavo.
Ebbene, sì, tutto succede nel latino medievale. In particolare, succede che si assiste all’inserzione eufonica di una c in slavu(m) ‘slavo’, per cui per un po’ di tempo sclavu(m) vale ancora ‘slavo’ ma poi, viene a significare ‘servo’. Perché? Sclavus lo si cominciò ad adoperare in Germania nel significato di ‘schiavo, servo’ nei secoli X e XI, quando ha luogo il primo fenomeno massiccio di vendita di schiavi slavi, con transito da oriente a occidente; e proprio in questo significato il vocabolo viene ripreso nella nostra lingua nel Duecento (abbiamo visto che in mezzo c’è una fluida corrente di attestazioni tardo latine in documenti municipali), poiché a quel tempo si cominciano a importare in Italia schiavi slavi originari dalle regioni del sud-est europeo e dalle rive del Mar Nero.

