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Opinioni

Modena, il supermercato preso d’assalto e la sfida dei “maranza”: la scuola può ancora insegnare il senso del limite?

Il caso del supermercato di Modena e le riflessioni di Alberto Pellai riaprono il confronto sul senso del limite. Che cosa possono fare scuola, famiglie e territorio davanti alla pressione del gruppo e alla ricerca di visibilità sui social?

Una cinquantina di ragazzi entra in gruppo in un supermercato, alcuni sottraggono prodotti e i video finiscono sui social. Alberto Pellai legge l’episodio come il segnale di una trasgressione che nasce anche nella dimensione digitale e perde il contatto con le conseguenze reali. Per Aetnanet la risposta educativa richiede adulti presenti, regole applicate e responsabilità individuali accertate.

Il 22 settembre, dopo l’uscita da scuola, circa cinquanta giovani sono entrati in un supermercato di via Rainusso a Modena. Le immagini diffuse online hanno amplificato un episodio che ha spaventato lavoratori e clienti. Gli accertamenti dovranno stabilire chi abbia organizzato l’azione, chi abbia sottratto merce e quali siano state le condotte dei singoli partecipanti. L’ipotesi di una sfida nata sui social resta, allo stato delle notizie pubblicate, un’ipotesi. www.ansa.it

La cronaca ha spesso chiamato questi ragazzi maranza. Il termine indica, nel linguaggio comune, uno stile giovanile associato a gruppi chiassosi e atteggiamenti provocatori. Non identifica però una categoria di studenti, una provenienza etnica o una responsabilità penale. La scuola deve conoscere i gruppi e i loro linguaggi, ma giudicare le azioni delle persone, non il loro abbigliamento o un’etichetta. www.treccani.it

Pellai: quando la trasgressione esce dal perimetro educativo

Nelle riflessioni riprese da Orizzonte Scuola, il medico e psicoterapeuta Alberto Pellai confronta le trasgressioni adolescenziali di ieri con condotte che oggi possono superare anche i limiti della legge. Una volta molte bravate potevano essere affrontate direttamente da genitori e scuola; davanti a furti o violenze entrano necessariamente in gioco anche le autorità competenti.

Pellai richiama soprattutto il rapporto fra esperienza digitale e vita concreta. Un gesto pensato per essere filmato e ottenere attenzione online può far perdere di vista ciò che avviene davanti alla videocamera: persone impaurite, beni sottratti, danni e conseguenze per gli stessi ragazzi. È la perdita di contatto con quello che lo psicoterapeuta chiama «principio di realtà».

Questa lettura pone una domanda agli adulti, senza assolvere chi ha agito: abbiamo accompagnato i minori a distinguere tra la popolarità di un video e la responsabilità di un comportamento? La scuola non controlla da sola le vite digitali degli studenti. Può però insegnare a riconoscere il momento in cui la pressione del gruppo e la ricerca di visibilità spingono a fare qualcosa che, da soli, non si sarebbe fatto.

Che cosa può fare la scuola

Accertare e intervenire. Quando sono coinvolti propri studenti, l’istituto deve raccogliere informazioni attendibili, ascoltare le persone interessate, proteggere eventuali vittime e applicare il regolamento nel rispetto delle garanzie previste. La responsabilità disciplinare è personale: la presenza in un video non dimostra, da sola, che tutti abbiano compiuto gli stessi atti. Nei casi che lo richiedono, la scuola collabora con le autorità. www.mim.gov.it

Rendere comprensibili le conseguenze. Una sanzione ha valore educativo quando il ragazzo è chiamato a confrontarsi con ciò che ha fatto e con il danno prodotto. Dove appropriati e previsti, attività di approfondimento e percorsi di cittadinanza attiva possono accompagnare il provvedimento disciplinare. La riparazione richiede atti concreti e non cancella le responsabilità accertate. www.mim.gov.it

Intervenire prima dell’episodio grave. Intimidazioni, piccoli furti esibiti online, umiliazioni filmate e sfide collettive sono segnali da prendere sul serio. Docenti, dirigente e referenti per bullismo e cyberbullismo devono poter condividere le segnalazioni e agire con tempestività, senza trasformare sospetti o voci in accuse.

Chiamare le famiglie a una responsabilità comune. I genitori devono sapere che cosa è accaduto, ascoltare il figlio e sostenere conseguenze proporzionate, invece di considerare automaticamente la scuola una controparte. Allo stesso tempo, la scuola deve comunicare fatti verificati e obiettivi educativi chiari.

Lavorare oltre il cancello. L’episodio di Modena è avvenuto fuori dalla scuola, in un orario e in un’area frequentati da giovani appena usciti dalle lezioni. I poteri della scuola non si estendono indistintamente alla città, ma un problema che coinvolge gli studenti richiede un dialogo fra istituti, famiglie, Comune, servizi educativi, esercenti e forze dell’ordine, ciascuno secondo le proprie competenze. Una sede formativa della zona ha precisato, peraltro, che alcuni suoi allievi furono accompagnati dai docenti lontano dal gruppo: un motivo in più per evitare attribuzioni collettive affrettate. www.gazzettadimodena.it

Un percorso che Aetnanet ha già aperto

Aetnanet ha affrontato il rapporto tra autorità educativa, sicurezza e garanzie degli studenti dopo l’aggressione alla docente di Roma. Ha discusso i controlli mirati per la sicurezza scolastica e raccolto indicazioni operative nello speciale su bullismo e cyberbullismo. Il caso di Modena mostra quanto sia importante aggiungere a questa riflessione la pressione del gruppo e il pubblico dei social. www.aetnanet.org

La scuola deve offrire ai ragazzi occasioni di crescita e una via per cambiare comportamento. Per farlo deve anche saper dire con chiarezza che sottrarre beni, intimidire o aggredire produce conseguenze reali. È così che il senso del limite torna a essere un’esperienza educativa condivisa, prima che debbano intervenire soltanto le autorità.

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