Nel ’25, appena
ventunenne, parlando di sé, Neruda scriveva : “La gioia di
bastare a se stessi non la possono conoscere gli equilibrati imbecilli
che costituiscono una parte della nostra vita letteraria. Come
cittadino, sono un uomo tranquillo, nemico delle leggi, dei governi, e
delle istituzioni vigenti. Provo repulsioni per ciò che è borghese, e
mi piace la vita della gente inquieta e insoddisfatta, siano
questi artisti o criminali”.
Una dichiarazione, questa, che vale non solo un ritratto dell’uomo e
del poeta, ma, anche, di un’epoca; quella, per intenderci, che, nata
sotto il segno della violenza futurista e degli “schiaffi” al
gusto del pubblico borghese, vede proprio nel ’24 la pubblicazione del
primo Manifesto surrealista di Brèton, cioè la prima seria ed
esplicita affermazione di un’arte nuova e rivoluzionaria.
Come tutti i poeti “ desesperadi”, ma anche “impegnati”, e
ideologicamente ”schierati ”, Pablo Neruda non è sfuggito
al destino di una vita errabonda e perseguitata, al destino di poeta
incompreso o mal compreso, o parzialmente compreso. Ma tant’è, nessuno
può, io credo, pretendere a questo mondo di non avere nemici, tanto
meno poi un poeta che, quando è vero, e grande poeta, è sempre un
distruttore e un provocatore.
Nell’Europa a cavallo tra gli anni ’20 e gli anni ’30, la lotta
contro la cultura borghese e le polemiche antipassatistiche investono
non solo il campo letterario ma anche quello politico e sociale;
tra avanguardia artistica e avanguardia politico-sociale corrono intime
relazioni spesso complesse e contraddittorie. Neruda, convinto
sostenitore del comunismo, ritiene che l’arte e la letteratura
debbano potere influire con forza sulla prassi politica e
sociale; l’intellettuale non può fermarsi alla contemplazione del
mondo , egli deve vivere e scrivere e lottare per “ cambiare il
mondo”. Non sosteneva forse Brèton nel ’26 che l’arte autentica
doveva essere legata all’attività sociale rivoluzionaria, e che
essa (arte) doveva tendere alla ”confusione e alla distruzione della
società capitalistica”?
Inquietudine, volontà di ribellione e di rottura,
insoddisfazione, repulsione per la vita borghese e per le istituzioni
stabilite, erano, e resteranno , in Neruda, sintomi particolari di un
fenomeno ben più generale che coinvolgerà nel corso del primo
Novecento tutti quegli intellettuali impegnati contro ogni
tipo di arte e di letteratura, che non fossero al servizio dell’uomo
nella lotta di liberazione da ogni forma di schiavitù spirituale
e materiale. La scrittura come rivelazione di una grande
gioia di libertà. Leggiamo da Canto general:
[…]
Non scrivo perché altri libri mi imprigionino
né per accaniti apprendisti di giglio,
bensì per semplici abitanti che chiedono
acqua e luna, elementi dell’ordine immutabile,
scuole, pane e vino, chitarre e arnesi.
Scrivo per il popolo per quanto non possa
leggere la mia poesia con i suoi occhi rurali.
Verrà il momento in cui una riga, l’aria
che sconvolse la mia vita, giungerà alle sue orecchie,
e allora il contadino alzerà gli occhi,
il minatore sorriderà rompendo pietre,
l’operaio si pulirà la fronte,
il pescatore vedrà meglio il bagliore
di un pesce che palpitando gli brucerà le mani,
il meccanico, pulito, appena lavato, pieno
del profumo del sapone guarderà le mie poesie,
e queste gli diranno forse: «E’ stato un compagno».
Questo è sufficiente: questa è la corona che voglio.
Voglio che all’uscita di fabbriche e miniere
stia la mia poesia attaccata alla terra,
all’aria, alla vittoria dell’uomo maltrattato.
Voglio che un giovane trovi nella scorza
che io forgiai con lentezza e con metalli
come una cassa, aprendola, faccia a faccia, la vita,
e affondandovi l’anima tocchi le raffiche che fecero
la mia gioia, nell’altitudine tempestosa.
( da Canto general )
Nuccio Palumbo
antonino11palumbo@gmail.com


