Publio Sesto, classe 95 a.C., approda alla questura nel 63, proprio nell’ anno in cui Cicerone, già console, è impegnato a stanare il complotto di Catilina contro la res publica. Tra i due è amicizia a prima vista: convergenti sono, infatti, gli odi catilinari ma soprattutto le loro convenienze in campo politico e i loro interessi finanziari e immobiliari, nel privato. Come amici, che si rispettano e stimano, non si risparmiano favori e favoreggiamenti reciproci, né manca mai occasione che l’uno tessa le lodi dell’altro o ne prenda le difese anche a costo di ricorrere a sofistiche e improbabili pretestuosità. Accusato Publio di concussione ai tempi della sua permanenza in Macedonia al seguito del console C . Antonio, Tullio, il grande oratore, “homo novus” fa, contro ogni evidenza, sperticati apprezzamenti elogiativi, affilando all’uopo le armi della retorica, a difesa della discutibile integrità morale dell’amico; di rimando, Sestio con altrettanta animosa generosità, e sfrontata arroganza, si batte nel 58 per il ritorno di Cicerone dall’esilio, industriandosi di stilare un testo di legge smaccatamente a suo favore o, come si dice, ad personam, ricorrendo persino all’intercessione di Cesare per ottenerne il consenso.
Publio Sesto, devoto al partito degli ottimati, fu un personaggio dal carattere piuttosto spiacevole, lecchino, opportunista e volubile; ma non fu, per questo, sgradito più di tanto al partito degli ottimati cui elargì favori non di poco conto col suo spregiudicato attivismo talora autonomo e gratuito. Cicerone, che aveva contratto enormi debiti per l’acquisto di una casa sul Palatino, non avrebbe potuto trovare scampo dai creditori senza il pronto e generoso intervento di soccorso finanziario dell’amico Publio! E per ciò, gli fu sempre grato ( pur non parlandone bene, in privato); lo difese in diversi processi “de ambitu”, e lo aiutò a salvare i beni del suocero Albino, quando questi erano minacciati da una assegnazione di terre ai veterani voluta da Cesare.
Come dire: una mano lava l’altra, e tutt’e due lavano la faccia! O tempora, o mores!
Nuccio Palumbo
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