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Domenica 12 Luglio 2026 | Informazione, comunità e innovazione per la scuola. Dal 1998 la scuola italiana in rete.
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Costituzione. La vera storia dell’articolo 33

Uno dei
nodi più caldi del dibattito sull’istruzione in Italia ruota attorno al
ruolo della scuola «privata» e il suo rapporto con l’istruzione
pubblica e i finanziamenti da parte dello Stato. Tra le questioni più
dibattute c’è quella del senso del dettato costituzionale, di quel
famoso articolo 33 della Carta che reca un inciso relativo
all’istruzione nelle scuole paritarie: «Enti e privati hanno il diritto
di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo
Stato». Molti hanno infatti sostenuto che questo articolo neghi la
possibilità allo Stato di erogare qualsiasi tipo di finanziamento a
questi istituti. In realtà se si esamina non solo il testo
costituzionale ma anche il testo dei lavori preparatori dei padri
costituenti ci si rende subito conto che questa interpretazione
restrittiva è quantomeno «antistorica» (un’ottima lettura a riguardo è
«La buona scuola pubblica per tutti. Statale e Paritaria» edito da
Giuseppe Laterza).    (da http://www.ilgiornale.it/)
L’onorevole Epicarmo Corbino, appartenente al gruppo misto, infatti
propose quell’inciso, che riuscì a far introdurre, precisando che: «La
norma avrebbe dovuto solo escludere che lo Stato potesse ritenersi
obbligato a finanziare le scuole non statali per il semplice fatto
della loro esistenza, non dovendosi però escludere la facoltà per lo
stato di effettuare questi interventi nei casi e nei modi ritenuti più
opportuni». Qualcuno obietterà che se l’inciso è da intendersi in
questo modo quel «senza oneri» è un pleonasmo. All’epoca lo giudicò
così anche Giovanni Gronchi (Dc). Ma l’onorevole Corbino e l’onorevole
Codignola difesero la formulazione che venne approvata e, appunto, nel
difenderla la spiegarono. Quindi si può pensare quello che si vuole del
finanziamento alle scuole paritarie. Ma per negarne la validità è
meglio lasciar stare la Costituzione italiana.

Fin dall’800 lo Stato confonde
istruzione con omologazione
(da http://www.ilgiornale.it/)

Quando il Regno d’Ita­lia creato dall’espan­sionismo dei Savoia e
dall’idealismo un po’ sconclusionato di Garibaldi vide la luce, la nota
espressio­ne di Massimo D’Azeglio su­gli italiani «da farsi» ebbe il
merito di fotografare alcuni elementi della situazione ve­nutasi a
creare. A dispetto di una storia articolata e di inte­ressi divergenti,
l’Italia del 1861 calava istituzioni unita­rie su città e regioni del
tutto disomogenee. La realtà cede­va il posto all’ideologia, dato che
il progetto nazionale, «fa­re gli italiani», era impregna­to di un
costruttivismo socia­le – un delirio da pianificatori – che avrebbe
ristretto le liber­tà e causato enormi danni. La scuola pubblica
obbliga­toria appartiene a questa logi­ca: non tanto e in primo luo­go,
come spesso si sente dire, sulla base di motivazioni umanitarie, ma
invece al fine di realizzare una società che fosse coerente con gli
schemi culturali e gli obiettivi politi­co- militari dell’élite al
pote­re. L’Italia di metà Ottocento era cattolica e vernacolare: per
nulla disposta, dunque, a «morire per la patria». La reli­gione civile
e patriottarda aveva allora bisogno di mae­stri che fossero
manipolatori delle coscienze: non già edu­catori scelti dalle famiglie,
ma imbonitori d’apparato, nutriti di quella religione se­colarizzata
che coincide con la celebrazione della Patria. Al riguardo ci sono tre
libri che meglio di tanti altri aiuta­n o a cogliere il significato che
la scuola statale, in Italia e al­trove, è venuta ad assumere: Cuore
del socialista-naziona­le Edmondo De Amicis, un in­digeribile libro per
ragazzi ca­rico di suggestioni che- ovvia­mente – piaceranno
tantissi­mo agli alfieri della cultura fa­scista; Niente di nuovo sul
fronte occidentale del pacifi­sta Erich Maria Remarque, che mostra come
l’inutile strage delle trincee sia stata preparata dal lavaggio del
cervello operato dai professo­ri tedeschi innamorati del Se­condo
Reich; e, infine, I mi­sfatti dell’istruzione pubblica di Denis de
Rougemont, un delizioso libretto sullo squal­lore di scuole gestite
come uf­fici postali, dove si evidenzia che la massificazione
demo­cratica h a bisogno di una cul­tura mediocre e istituzioni
to­talizzanti. La situazione ora è diversa, ma non del tutto. Anche se
la classe docente del nostro tempo è più propensa a cele­brare il
terzomondismo che il primato degli Italiani, e an­che se indulge a u n
pacifismo sciocco piuttosto al militari­smo di primo Novecento, è pur
vero che oggi come allora l’esercito malpagato degli in­segnanti
pubblici continua a lavorare per il Re di Prussia: fuor di metafora,
sono cam­biati gli slogan ed è mutata la retorica, ma i docenti
statiz­zati seguitano a sposare le po­sizioni più conformiste e, nei
fatti, più vantaggiose per il blocco sociale dello status quo . Se
nelle scuole pubbliche a troppi studenti sono propina­ti banalità
ecologiste e solida­rismo d’accatto, per avere un’istruzione di altro
tipo questo ambito va restituito al­le famiglie, agli studenti, ai
professori stessi. Le scuole devono essere tolte allo Stato e ridate
alla società, affinché competano liberamente: sce­gliendo i propri
insegnanti, delineando i propri program­mi, definendo i propri
proget­ti educativi. Perché un uomo è davvero molto più che un semplice
cittadino.