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Domenica 12 Luglio 2026 | Informazione, comunità e innovazione per la scuola. Dal 1998 la scuola italiana in rete.
Informazione, comunità e innovazione per la scuola. Dal 1998 la scuola italiana in rete.
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Costume e società

Ma la speranza cresce forte anche in un timido filo d’erba d’un mattino di gelo

La memoria è
una freccia che sciocca dentro covoni carichi di tempo. A volte dorme
per anni, per secoli e minuti interi senza risvegli, senza fare rumore.
Altre volte, invece, sbotta all’improvviso e galoppa veloce e libera
come cavalli e sirene bagnate di freschezza. E ricorda storie incredibili e nomi
fantastici, d’altri tempi, della giovinezza lontana e perduta, della
prima campanella di scuola e della “notte prima degli esami”, del primo
bacio sotto il portone, dei tanti no ricevuti, delle prime lettere
d’amore mai spedite, delle feste di compleanno, delle maschere di
carnevale
.
Anche la scuola, tra interrogazioni e verifiche, tra lezioni e
programmazioni, può essere un luogo ideale per ricostruire ricordi
private e segreti, vicende personali e familiari, memorie storiche e
collettive. Perché la memoria può diventare il collante di un popolo,
di una nazione, soprattutto per le imminenti celebrazioni del 150°
Anniversario dell’Unità d’Italia.
Un’occasione storica da ricordare e da vivere. Tutti insieme, nord e
sud, giovani e anziani, insegnanti e alunni… Ancora sentiamo l’eco
delle parole del conte di Cavour, primo Presidente del Consiglio,
“fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. E il fumo delle cannonate
dei bersaglieri per fare breccia a Porta Pia e conquistare Roma
capitale d’Italia.
Siamo ancora nel 1870. Iniziano gli anni dell’unificazione, la
questione meridionale e il brigantaggio, le prime opere pubbliche, la
conquista delle prime colonie, la destra e la sinistra storica. Le
prime lotte sociali e l’attentato mortale al re Umberto I.
Siamo già nel 1900. Gli anni della belle époque e del profumo di
Parigi. Tra alleanze e Sarajevo siamo alla Grande Guerra. Alle trincee
dell’“inutile strage”, alla disfatta di Caporetto e alla riscossa di
Vittorio Veneto.
E, intanto, la vecchia Europa scompare sotto le baionette e le bombe.
Siamo al difficile dopoguerra, alla “vittoria mutilata”, al biennio
rosso, ai fasci di combattimento e alla “Marcia su Roma”.
Un ventennio osannante e cupo si apre sulla nazione a sentire, al passo
d’oca di uomini neri, una voce dura dal balcone di piazza Venezia:
“Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora
delle decisioni irrevocabili!”.
E’ il 10 giugno 1940. Ancora una guerra e un orrore senza fine. E
l’Europa affoga nel sangue. L’otto settembre: la morte della nazione. E
la liberazione degli alleati con le bombe e il cioccolato nelle strade
di Roma.
E i ragazzi con il mitra e la speranza a combattere sulle montagne: “i
migliori italiani di mezzo secolo”. E poi il referendum, l’ultimo
saluto ai Savoia, la gioia per la nascita della Repubblica. La
Costituzione.
Siamo nel secondo dopoguerra. La ricostruzione e il ritorno alla vita
normale. E la speranza di un’Italia migliore. La televisione, “Rischia
tutto” e quel festival dei fiori con la voce di Nilla Pizzi e di
Modugno.
E il grande cinema neorealista: De Sica, Fellini e la “Dolce vita”.
Siamo già nei favolosi anni sessanta a ballare con il juke box, Mina,
Celentano e il mito dei Beatles. La nuova frontiera con il papa buono e
John Kennedy. Ma già si avverte la voglia di sessantotto, di riforme e
di diritti con il fumo delle barricate nelle piazze e nelle Università,
i tanti misteri e le prime bombe sugli innocenti a piazza Fontana. E
chi ha dormito nella notte dell’allunaggio?
Con Tito Stagno in diretta per vedere e toccare la mitica Luna. Intanto
il cielo si oscura d’autunno. E’ la notte della Repubblica. Un rosario
insanguinato di nomi e di segreti segnati da una stella a cinque punte.
E di città colpite a lutto e lastricate di lapidi a ricordo e monito:
Via Fani, Via Caetani, la stazione di Bologna, Ustica. Il 1978,
l’assassinio di Aldo Moro, l’anno dei tre papi e del governo di
solidarietà nazionale. E poi è un correre veloce negli anni ottanta
nella Milano da bere e degli yuppie.
La notte stellare di Madrid con le mani a toccare il cielo insieme al
presidente partigiano. E poi tutti a gridare “perestroika” e
“solidarnosc” sino alla caduta del Muro di Berlino. Poi la delusione
nelle notti magiche di Italia ’90. E finalmente, scoperchiare la
pentola dei ladri a tangentopoli, a osannare i giudici e a lanciare
monetine ai politici corrotti con i palazzi di giustizia di Milano e di
Palermo, simboli della sete di verità e riscatto degli italiani.
Poi la stagione del sangue dei giusti, delle stragi e del pianto per la
morte dei giudici Falcone e Borsellino. A sventolare le bandiere
bianche contro la mafia nelle strade. Anche noi siamo stati
palermitani, in una città martire, marchiata a piombo dai kalashnikov.
Poi la provvida discesa in campo del cavaliere, le sue vittorie e le
sue sconfitte con il professore bolognese affossato anche lui, per ben
due volte, dai suoi amici. E un’altra magica vittoria mondiale a
rinfrancare le profonde ferite della nazione.
E forse i migliori italiani d’inizio millennio sono i lavoratori in
mobilità, i docenti precari, con la loro carica di rabbia e di
speranza, pronti a lottare per un tozzo di pane e di dignità. Eroi
magnifici di un’Italia che volge ancora le ali al futuro in compagnia
dei sogni.
Quanta vita in un respiro lungo cento cinquant’anni! Da un lato sempre
i perdenti, dall’altro quelli che fanno finta di vincere. In palio
tutti i problemi di un’Italia alla deriva, dove i sogni sfumano nei
freddi mattini e faticano a sopravvivere e il potere torca il seme
dell’arroganza e della menzogna.
Ma la speranza cresce forte anche in un timido filo d’erba d’un mattino
di gelo.
E nell’era di facebook ricevo dal mio amico Pasqualino un messaggio
carico di poesia e di carusanza, che mi richiama la storia incredibile
della festa dei morti nel mio paese: “Mi
sono ricordato immediatamente dei bei tempi, quasi emozionato, allora
ero un semplice soldato, sempre catturato e bersagliato a colpi di
“gummetti” sparati dai micidiali e infallibili fucili ad aria compressa
e, non ultimo, dalle gloriose mitragliatrici che sparavano circa 50
colpi al minuto. Io purtroppo non ero ben equipaggiato a quei tempi a
causa di poca disponibilità economica e mi difendevo come potevo con la
mia interpool ad un colpo e successivamente con una pistola ad aria
compressa…
”.
E i nostri occhi si bagnano d’emozione. Meno male che ancora si può
sognare con il mouse.

Angelo Battiato (inviato speciale a Brescia)
angelo.battiato@istruzione.it