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Domenica 12 Luglio 2026 | Informazione, comunità e innovazione per la scuola. Dal 1998 la scuola italiana in rete.
Informazione, comunità e innovazione per la scuola. Dal 1998 la scuola italiana in rete.
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Costume e società

La ”mamma del governo”: ”E ora parliamo un po’ dei successi di Berlusconi”

La mamma, Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione,si sorprende:
«Ma guarda!Non fa mai così, è la prima volta che piange». Però inquadra
subito il problema con l’occhio del­l’educatrice: «Giorgio, scusa,
porta la sdraièt­ta », ordina per telefono, con la «è» larga-che­più-
larga-non-si-può dei bresciani. Il marito accorre premuroso dalla
camera. In effetti la seggiolina reclinabile è il rimedio che ci
voleva: Emma si tranquillizza. Era stufa di giacere nella carrozzina.
Dopo due ore d’intervista, per nulla soddi­sfatta dall’eloquio fluviale
della madre, la bim­ba richiama di nuovo l’attenzione con strepiti
inconsolabili. «Ha fame». La Gelmini dosa sei misurini di latte in
polvere Humana 1. «Cavolo, ho dimenticato la mollettina per chiudere il
sac­chetto ». Peccato che il barman abbia scaldato troppo l’acqua nel
biberon. Il dorso vellutato della mano ministeriale, sottoposto al rito
del­lo spruzzo preventivo, si rivela un termometro inattendibile, come
del resto aveva previsto Pal­miro Togliatti già nel secolo scorso: «Chi
fa poli­tica deve avere la pelle dell’elefante». Alla pri­ma poppata la
dolcissima lattante caccia un ur­lo disumano e assume tutti i colori
dell’iride. M’improvviso pompiere. Immergo il biberon nel secchiello
del ghiaccio che di norma acco­glie le bottiglie di Cristal Roederer.
«Lo vede che cosa succede a importunare le mamme in vacanza?». Ha
ragione. Un po’ mi sento in col­pa. «Per penitenza deve promettermi che
que­sta sarà un’intervista rivoluzionaria».
Tutto quello che vuole, ma rivoluzionaria in che senso?
«Nel senso che lei non riuscirà a farmi parlare male di tutti, come
succede nelle interviste».
Non nelle mie.
«Qui proveremo a parlar bene di qualcu­no».
Per esempio?
«Di Silvio Berlusconi. Sta un chilometro avanti a tutti. Un
caterpillar».
La notizia qual è?
«Lo vogliono ammazza­re, questo mi pare chia­ro. Ma lui rimane al
cen­tro dell’agone politico. Da 16 anni nessuno rie­sce a schiodarlo da
lì. Gianfranco Fini s’è scon­trato e ha perso. Pier Lui­gi Bersani
scappa a gam­be levate appena sente nominare le elezioni an­ticipate.
Pier Ferdinan­do Casini lo critica tutti i giorni ma poi ci va a ce­na
insieme. Umberto Bossi ha capito che il fe­deralismo può passare solo
con l’amico Silvio. Antonio Di Pietro ha co­struito le sue fortune sul
nemico da abbattere. E più lo combattono, più lo rafforzano. Ben venga
la guerra a Berlusconi, tanto alla fine ne esce sempre vincitore».
Fortuna che la sini­stra non se n’è accor­ta.
«Quando lo vedi sotto pressione, quello è il mo­mento in cui dà il
meglio di sé. Voi giornalisti, con i vostri scenari, di solito siete
indietro di un me­se rispetto alla sua te­sta».
Senta, io ero venuto qui anche per parlare della casa di Monte­carlo.
«Ma allora non ha capito! Di Fini non parlo. Ma scusi, se le ho appena
spiegato che voglio solo parlar bene di qualcuno! Pensi a Gianni Letta.
Saggio come pochi, utile come pochissimi, dol­ce come nessuno. Riassume
in una sola perso­na il sindaco, il parroco, il farmacista e il
mare­sciallo dei carabinieri che un tempo avevano a cuore le sorti di
ciascun paese d’Italia. Ecco, lui svolge la stessa funzione per il
Paese con la “p” maiuscola».
Messaggio ricevuto. Lei è colomba, come Letta, e vuole la pace con Fini.
«Sono colomba, sì. In questa vicenda hanno giocato interessi di
parlamentari vicini al presidente della Camera che volevano dimostrarsi
più realisti del re. Però Fini ha sba­gliato nel contrapporre due
valori fondanti del Partito della libertà, garantismo e legali­tà». (Si
mette bene: sta parlando male di Fi­ni). «La cosa peggiore è che ha
dato l’impres­sione di agitare la bandiera della legalità per far
dimettere Berlusconi. Lui dice che non era nelle sue intenzioni. Però,
quando ha chiesto l’allontanamento dei politici indaga­ti, è
precisamente quella cosa lì che tutti han­no capito. E ciò ha minato il
rapporto fiducia­rio col leader del Pdl».
Quindi?
«Siamo stati eletti per governare. Se alle di­chiarazioni di principio
non seguiranno i fat­ti, non tireremo a campare. Niente papoc­chi, tipo
terzo polo o governo tecnico. Subi­to alle urne. Dicono che andare a
nuove ele­zioni è da irresponsabili? No, è da irrespon­sabili la
palude, la perdita di tempo, il tradi­mento degli elettori, il
sabotaggio delle rifor­me».
È vero che il premier è furioso perché i suoi più stretti collaboratori
gli avevano prospettato come molto più esiguo il nu­mero dei deputati
finiani?
«Ho avuto la sensazione che qualcuno perseguis­se ­la rottura tra
Berlusco­ni e Fini solo perché quando una torta viene divisa tra meno
conten­denti si possono fare le fette più larghe».
Si sussurra che lei su­bentrerà a Denis Ver­dini come coordinatri­ce
unica del Pdl.
«Berlusconi non me ne ha mai parlato. Io mi pre­occupo solo di fare
bene il ministro. Alla ripresa dell’anno scolastico ci at­tende la
riforma della scuola superiore, che fi­nalmente sancirà la pari­tà fra
licei e istituti tecni­ci. In Italia ogni anno le aziende cercano, per
as­sumerli, 70.000 profili professionali che la scuo­la non forma.
Questa ri­forma darà dignità al la­voro manuale. Col colle­ga Maurizio
Sacconi sia­mo riusciti a introdurre il contratto di apprendista­to,
con cui i giovani po­tranno mettersi alla pro­va».
Ma se fra novembre e marzo si tornasse alle urne, il suo ruolo qua­le
sarebbe? La defini­scono «una macchina da voti».
«I voti li prende Berlusco­ni. Certo, girerei per le piazze. La Lega
insegna: guai a imborghesirsi! Il Carroccio è un grande partito del
Nord, ele­mento di stabilità per l’intero governo. Ma già Forza Italia
era il partito più votato nel Settentrione. E anche nel Meridione. A
mag­gior ragione dev’esserlo il Pdl, alleato leale ma non succube della
falange bossiana».
Com’è arrivata in politica?
«Per passione, a 21 anni. Abitavo a Desenza­no. Era il 1994. Sentii il
discorso della disce­sa in campo di Berlusconi e corsi a iscriver­mi al
club di Forza Italia del mio paese. La prima battaglia fu per
rovesciare la Giunta di sinistra. Fui eletta presidente del Consi­glio
comunale. Poi assessore provinciale. Infi­ne consigliere regionale».
Tradizione di famiglia. Suo padre Italo, scomparso nel 2003, era stato
sindaco di Milzano, nella Bassa bresciana, per la Dc.
«Io non mi ero mai occupata di politica».
Ha nostalgia della Democrazia cristiana?
«No. Ma ho rispetto per quella storia».
Pensi a quanti leader ha avuto la Dc: De Ga­speri, Fanfani, Moro,
Andreotti, Scelba, Tambroni, Gonella, Rumor, Cossiga, Forla­ni, De
Mita, Gava, Prodi, Piccoli, Bisaglia, Taviani, Colombo. Un elettore di
oggi pen­sa a un premier del Pdl dopo Berlusconi e non gli viene in
mente nessuno.
«La leadership è carismatica. Dopo di lui, sem­pre lui. La sinistra
parla tanto dei giovani. Berlu­sconi li mette nel governo. È stato
l’unico a svec­chiare l’età media della politica».
Il vostro primo incontro quando avvenne?
«Nel maggio del 2005 ad Arcore, subito dopo il successo alle elezioni
regionali. Avevo raccolto 17.000 preferenze uniche, superando pezzi
grossi come Margherita Peroni e Franco Nicoli Cristiani che erano alla
loro seconda o terza le­gislatura. Parlammo per una mezz’oretta.
Ber­lusconi mi chiese: “ Ma come hai fatto a prende­re così tanti
voti?”. Risposi: ho battuto il territo­rio, andando cascina per
cascina. Di lì a pochi giorni mi nominò coor­dinatrice regionale di
Forza Italia in Lombar­dia. Una scelta eversiva. Anche incauta. Ma lui
agisce così, d’istinto».
A me risulta che a pre­sentarla al Cavaliere sia stato Giacomo
Tiraboschi, il capo dei giardinieri di Villa San Martino.
«Vero. Che è anche il pro­duttore di Melaverde su Rete 4. Sa come
conobbi Tiraboschi? Durante una puntata sulle limo­naie del Garda che
Edo­ardo Raspelli e Gabriella Carlucci vennero a gira­re proprio a
Limone. Io partecipai come assesso­re­provinciale all’agricol­tura».
Ma il premier è così se­du­ttivo come raccon­tano, con le donne?
«Non è seduttivo solo con le donne. Dispiega un carisma speciale in
tutti i rapporti interper­sonali. Riesce a cogliere subito che cosa sei
capa­ce di fare e te lo fa fare. Un autentico rivoluzio­nario, privo di
pregiudi­zi».
A parte l’alitosi da aglio, la stretta di ma­no sudata, i baffi, la
pinguedine.
«È attento all’estetica. Ma quando s’è innamorato di Giuliano Ferra­ra,
che anche per me è una delle più belle te­ste in circolazione, non si è
certo lasciato con­dizionare dal peso: l’ha nominato suo mini­stro. Lo
stesso con le donne. Mi dica quale altro governo della Repubblica ha
avuto cin­que ministre. Il Cavaliere è un talent scout, che manda
avanti chi se lo merita. Guardi in­vece la sinistra: mai una faccia
nuova. Massi­mo D’Alema e Walter Veltroni facevano già parte
dell’arredo di Botteghe Oscure quando c’era da disputarsi la
successione ad Achille Occhetto. Preistoria».
Provò disagio quando Berlusconi fu mes­so in piazza per la sua notte
brava con Patrizia D’Addario?
«Disagio no. Però mi stupì molto che la batta­glia politica si fosse
immiserita fino a quel punto, spostandosi sul piano privato. Ma i fatti
alla fine prevalgono sulle maldicenze. Se Barack Obama scende a picco
nei sondag­gi e Berlusconi no, significa che gli italiani badano ai
fatti, non a ciò che scrive La Re­pubblica. Ecco, ora mi fa parlare dei
fatti che i giornali non riportano mai? Me l’ha pro­messo».
Non posso sottrarmi. Ma sia telegrafica.
«Penso ai provvedimenti presi dal governo Berlusconi nei primi due anni
di legislatura. Ricostruzione dell’Abruzzo. Emergenza rifiuti in
Campania. Salvataggio dell’Ali­talia. Blocco degli sbarchi di immigrati
clandestini. Piano carceri. Ritorno al nu­cleare. Nuovo codice della
strada. Ripre­sa delle grandi opere. Ci vorrebbe una pa­gina solo per
le riforme: federalismo fisca­le, processo civile, università, scuola
su­periore, pubblico impiego».
Di pagine ne ho due, ma temo che non basterebbero.
«Abbassati gli stipendi a politici, magistrati e alti dirigenti
pubblici. Tagliate del 10% le spese dei ministeri. Ridotte del 20% le
autoblù. Nessun aumento delle tasse. Nessuna decurtazione di stipendi e
pensioni. Bonus elettricità, bonus gas, bonus vacanze. So­cial card ai
più bisogno­si. Fondo per i nuovi na­ti: 85 milioni di euro. Fon­do di
garanzia per le gio­vani coppie impegnate nell’acquisto della pri­ma
casa: 24 milioni di eu­ro. Abolizione dell’Ici sulla prima casa».
Ho capito.
«Un attimo. Piano casa per 100.000 nuovi allog­gi popolari in cinque
an­ni. Stop all’aumento dei mutui nel 2008 per veni­re incontro alle
famiglie strozzate dalla crisi eco­nomica che non ce la fa­cevano a
pagare le rate. Aumento di 20 milioni di euro per il fondo affit­ti.
Blocco dell’esecuzio­ne degli sfratti per tutto il 2010».
Va bene.
«E la politica estera dove me la mette? Risoluzio­ne della crisi
Russia-Ge­orgia. Riavvicinamento Usa-Russia.G8 all’Aqui­la. Chiusura
della que­stione coloniale con la Li­bia».
Con Gheddafi abbia­mo finito?
«No. Ho lasciato indietro il lavoro. A difesa delle famiglie, delle
imprese e dell’econo­mia reale nel solo 2009 sono stati stanziati 55,8
miliardi di euro. Abbiamo contrastato il lavoro nero con oltre 100.000
controlli del­l’Inps che hanno individuato 1 miliardo e 253 milioni di
contributi non versati. Della lotta alla criminalità non parlo».
Consideriamola un fatto acquisito.
«Quella i giornali sono costretti a registrarla per forza. Ha fatto
catturare più latitanti ma­fiosi il ministro dell’Interno in carica che
quelli succedutisi negli ultimi 20 anni».
È un’intervista vacanziera,dobbiamo tor­nare alle frivolezze.
Dichiarazioni d’amo­re per lei su Facebook: «Sei carina, voglio
invitarti a cena». Firmato Luca Ernegro.
«Però…».
«Prima di essere un ministro, sei una gran bella donna». Antonello
Paradiso.
«Oh là! Ci sono anche paginate di ingiurie».
Tinto Brass la trova decisamente sexy e di­ce che le ha chiesto di
poter proiettare i propri film nelle scuole: «Sono più educa­tivi delle
pellicole di guerra!».
«Non mi risulta. Né che me l’abbiachiesto né che siano educativi».
Il conduttore Francesco Facchinetti, fi­glio del tastierista dei Pooh,
ha confessa­to: «A me Mariastella piace di brutto. Sarà per
quell’occhiale serioso,sarà che ha tut­ta questa voglia di riforme…
La cosa mi suona ambigua».
«In effetti sono un po’ fissata con le riforme. Ma non oserei mai
riformare Dj Francesco».
Lei abita a Padenghe e viene in vacanza a Limone, 40 chilometri in
linea d’aria. O ama molto il Garda o è molto refrattaria ai
cambiamenti.
«Amo molto il Garda. Anzi, chiederò alla colle­ga Michela Vittoria
Brambilla, ministro del Turismo, d’aiutarmi a promuoverlo».
Sarebbe interesse privato in atti d’ufficio.
«Assolutamente sì, e con questo? Non vedo perché si parli sempre e solo
dei Vip che cerca­no casa sul lago di Como».
Casca male: la Brambilla risiede lì.
«Appunto: deve dimostrare d’essere im­parziale. Se conoscesse il Garda,
George Clooney avrebbe affittato una villa qui. Quand’è nata Emma, mi
sono trasferita in un appartamento più grande nei pressi del Senato,
assediato da traffico, rumore e smog. Il fine settimana dalle mie parti
per me è già vacanza».
Prima dove abitava a Roma?
«In un minialloggio in via Arenula».
Da laureata in giurisprudenza puntava al ministero della Giustizia che
ha sede lì, confessi.
«No,è che costava poco d’affitto,mentre ades­so mi tocca pagare 2.500
euro al mese. Non volevo diventare ministro né della Giustizia né
dell’Istruzione».
E che cosa le sarebbe piaciuto fare?
«Da bambina sognavo di diventare balleri­na. Ho studiato danza classica
per sei anni».
Avrebbe potuto fidanzarsi con Roberto Bolle, pensi che occasione
sprecata.
«Mi è andata bene lo stesso».
Giorgio Patelli, «geologo bergamasco dai modi galanti», narrano le
cronache rosa.
«Ci siamo conosciuti due anni e mezzo fa a una cena tra amici, a
Milano».
Dove? In una casa privata?
«Non si può dire,si capirebbe tutto.Non c’en­tra la politica, comunque.
E da lì abbiamo bru­ciato le tappe: fidanzamento, matrimonio, fi­glia».
La descrivono «molto cattolica, bambina all’oratorio, studentessa alla
scuola dei preti». Però s’è sposata civilmente.
«Giorgio è divorziato, alle sue seconde noz­ze. Avrei preferito
sposarlo religiosamente. Non posso chiedere l’assoluzione: non c’è».
Da bambina dove andava in vacanza?
«Non ci andavo. Continuavo a frequentare la mia parrocchia di confine,
a Gottolengo, do­ve don Giuseppe lasciava che maschi e fem­mine
giocassero insieme a pallavolo e a basket. Un punto di ritrovo sano:
catechismo, film, recite teatrali. Altro che i luoghi di aggre­gazione
d’oggi, tipo i pub, dove più in là della birra non si va. Mio padre,
agricoltore, aveva scavato un laghetto artificiale, 30 metri per 15,
accanto alla nostra cascina di Pavone Mel­la. Con i miei tre fratelli
mi tuffavo lì».
Credevo che oltre a Cinzia ci fosse solo Giuseppe, suo fratello
maggiore.
«C’era anche Rodolfo. Perse la vita a 33 anni in un incidente a
Pontevico. Nella nebbia si schiantò contro un camion che aveva invaso
la carreggiata. Morì sul colpo. Perciò ho a cuo­re l’educazione
stradale nelle scuole».
Ad aprile è diventata mamma. A giugno ha perso la sua, di mamma. È come
se il testimone della vita fosse passato a lei.
«E io l’ho passato a mia figlia, che infatti di se­condo nome si chiama
Wanda, come la non­na. Mia madre era malata da circa sette anni,
ultimamente aveva difficoltà di parola. Ma prima di morire ha potuto
vedere questa nipo­te e gli occhi parlavano per lei».
Ha rivelato che, appena entrata in politi­ca, sua mamma «si preoccupava
da mori­re». Si sente in colpa?
«No. Era una donna forte. Mi ha insegnato a spendermi per quello in cui
credo. Semmai sono io ad avere qualche senso di colpa verso mia
figlia,anche se penso che l’amore si misu­ri dalla qualità, e non dalla
quantità, del tem­po che i genitori riservano ai loro bimbi».
Parliamo della quantità.
«A Roma dormiamo nello stesso letto, Emma e io, sole solette. Alle 8 le
do il biberon. Poi leggiamo i giornali, ma non mi sembra molto
interessata. Dalle 9alle 14 sta con la tata. Alle 14 rientro dal
ministero e rimango con lei fino alle 16. Quindi torno a viale
Trastevere, da do­ve non rincaso mai prima delle 20.30. Nel week-end ci
rifugiamo a Padenghe. Avrebbe diritto alla tessera Freccia alata».
Come le è saltato in mente di dichiarare a Io Donna che le neomamme in
astensio­ne obbligatoria sono delle privilegiate?
«Intendevo dire che non tutte le donne possono permettersi di stare a
casa per molti mesi dopo il parto. Pensavo alle con­tadine del mio
paese o alle negozianti di Sirmione, costrette a tornare al lavoro col
figlio al collo. Si è voluto capovolgere il mio ragionamento per farmi
passare dalla parte del torto».
Marina Corradi, figlia del grande Egi­sto, le ha rivolto un’esortazione
dalle pagine di Avvenire : «Signora Ministro, si prenda il tempo più
bello».
«Ho cercato di ascoltare quel consiglio. In­fatti sono tornata a Roma
dopo un mese. Ma un ministro ha anche dei doveri verso la nazione. Non
potevo accantonare la ri­forma universitaria per dedicarmi solo a mia
figlia».
Dev’essere un inferno l’avanti e indrè dalla capitale con un frugoletto
di po­chi mesi.
«È impegnativo. Ma sono avvantaggiata ri­spetto a tante mamme. Per
esempio appro­fitto del volo di Stato che da Milano porta nella
capitale il presidente Berlusconi, i mi­nistri Giulio Tremonti, Ignazio
La Russa e Roberto Calderoli, senatori e deputati».
Converrebbe aprire il Parlamento del Nord.
«Perché no? Ma Tremonti non lo permette­rà mai. Si duplicherebbero le
spese».
Il congedo parentale di cui si può fruire dopo i tre mesi di vita del
bambino, per un totale di 180 giorni retribuiti solo in parte, andrebbe
ampliato o ridotto?
«Né ampliato né ridotto. Semplicemente servono più investimenti. In
Italia manca un welfare dell’infan­zia, fatto di asili nido e bonus
bebè. Penso an­che al quoziente fami­liare, che consentireb­b­e di
suddividere il red­dito in base al numero dei componenti della famiglia
e applicare quindi aliquote fiscali più basse».
Perché alla neo­mamma insegnante non concede di met­tersi in
aspettativa senza stipendio e senza scatti di anzia­nità per tutto il
tem­po che desidera? Lei assume una sup­plente, che le costa pure meno.

«Sbagliato. Si creereb­bero supplenti a vita. Già mi trovo a dover
gestire 150.000 precari, un’eredità pesantissi­ma. La continuità
di­dattica è un valore».
Un anno fa le chiesi: come farà a mettere un tetto del 30% alla
presenza di alunni ex­tr­acomunitari se in al­cune classi arrivano
oltre il 90%? Mi rispo­se: «Il come lo decide­remo». L’ha deciso?
«L’ho fatto. C’è stata una verifica al ministero, pri­ma delle vacanze,
con i direttori scolastici regio­nali. La redistribuzione degli alunni
immigrati all’interno del plesso,o nei plessi vicini,è arri­vata
all’87%».
Ma se mia cognata insegna in una classe dove ci sono 21 figli di
immigrati su 21, mi spiega con quali italiani li integra?
«In alcune zone di Milano e Roma, e nelle me­tropoli in genere, permane
un certo margine di scostamento. Così pure in realtà difficili co­me
Prato, dove la presenza degli immigrati cinesi è massiccia».
Mia cognata insegna a Verona.
«Certo che è ben sfortunata sua cognata. Nes­suno ha la bacchetta
magica per risolvere i problemi della scuola. Lei pensi solo a que­sto:
in Italia ci sono più bidelli, 165.000, che carabinieri, 112.000.
Dopodiché le pulizie so­­no state affidate alle cooperative, con
raddop­pio della spesa. E abbiamo le scuole sporche. Sarà mica colpa
del ministro Gelmini?».
Sa che cosa dicono i suoi detrattori? Che la Gelmini propone ma
Tremonti dispo­ne. Lei non sarebbe altro che la cesoia d’oro con cui il
ministro dell’Economia sfronda i bilanci della scuola pubblica.
«Dormo serena. I soldi delle tasse sono dei cit­tadini, non di
Tremonti. Si progetta insieme, tenendo conto delle risorse. Questo non
è il governo dello scaricabarile, ma del gioco di squadra. Non
riusciran­no a farci litigare».
Il ministro Renato Brunetta ha litigato con Tremonti pro­prio sul
rigore.
«Eh, ma quelle sono liti fra professori».
«Taglia, taglia,l’alun­no raglia». Non c’è un po’ di verità in que­sto
slogan scandito durante gli ultimi scioperi della scuo­la?
«Se lei va a controllare le classifiche, l’alunno ra­gliava anche in
anni di vacche grasse. Il gover­no Berlusconi ha stan­ziato 1 miliardo
di euro per l’edilizia scolastica, il centrosinistra solo 300 milioni.
Sarebbero que­sti i tagli?».
Bersani dice che i do­centi sono i veri eroi moderni, perché tamponano
il disagio so­ciale nelle periferie.
«Ma sì, sono d’accordo. Se non fosse che il dema­gogo Bersani ci
propina queste frasi per strappa­re l’applauso. Gli inse­gnanti che per
decenni hanno visto applicare nella scuola le ricette di Bersani &
C. non è che si­ano­così contenti della si­nistra, visto che un
do­cente di scuola seconda­ria superiore guadagna, con 15 anni
d’anzianità, meno di 30.000 euro lordi l’anno,tredicesima compresa,
contro i 50.000 di un collega tede­sco e i 40.000 abbondanti di un
finlandese. Che poi non si comprende quale sia la ricetta del Partito
democratico. Non solo per la scuo­­la: anche per l’economia,la
sicurezza,l’immi­grazione. Bersani non ha ricette per niente. È la
tragedia dell’Italia: manca un’opposizio­ne».
Ma lei ha aumentato gli stipendi?
«Una parte dei 2 miliardi di euro risparmiati grazie ai tagli della
finanziaria 2009 servirà per recuperare gli scatti di anzianità dei
lavo­ratori della scuola, che altrimenti resterebbe­ro bl­occati per
tre anni come stabilito dall’ulti­ma manovra».
Fra i suoi interventi,c’è stata la reintrodu­zione del voto in decimi
nella scuola pri­maria. È davvero convinta che un nume­ro in pagella
aiuti un alunno a crescere?
«Sono convinta che la chiarezza aiuti sempre. Ero arrivata a leggere
giudizi astrusi, compila­ti con lo stampino. Almeno un 5 è un 5 e un 8
è un 8, senza giri di parole».
Com’è che la Puglia è in testa alla classifi­ca nazionale dei diplomati
con lode? Per non parlare del resto del Sud: ben 26 al liceo
scientifico Leonardo Da Vinci di Reggio Calabria, con­tro i 3 del
classico Ti­to Livio di Padova.
«Quando due anni fa ri­levai che questi dati ri­mandavano a una
mag­gior disinvoltura degli insegnanti meridionali nell’assegnare i
voti, fui sepolta dalle critiche. Prima di me il governa­tore della
Banca d’Italia, Mario Draghi, aveva det­to la stessa cosa – “un
quindicenne su cinque nel Mezzogiorno versa in una condizione di
po­­vertà di conoscenze, an­ticamera della povertà economica”- e
nessuno aveva osato fiatare. Non è un’accusa, ma un dato di realtà su
cui riflettere, un divario da colmare. La dispersione scolasti­ca al
Sud è di 10 punti su­periore alla media euro­pea».
Qual è stata la percen­tual­e dei bocciati que­st’anno?
«È salita dal 10,9% al­l’ 11,4%, perché è rima­s­ta la severità nelle
valu­tazioni. Ci sono stati 10.000 bocciati col 5 in condotta».
Dobbiamo conside­rarlo un successo o un disastro?
«Ripetere l’anno è sem­pre molto brutto. Ma promuovere tutti d’uffi­cio
è peggio».
A luglio ha varato il Piano nazionale per la qualità e il merito,
affidandolo a Roger Abravanel, manager di formazione McKinsey. L’altro
suo consulente di fidu­cia è il professor Giorgio Israel. Come mai la
sua scelta è caduta su due intellettuali ebrei? Badi bene, le avrei
chiesto la stessa cosa se si fosse scelta due esperti di religio­ne
musulmana o protestante.
«Pura coincidenza. Sono arrivata ad Abrava­nel dopo aver letto il suo
libro Meritocrazia . È un civil servant che non vuole nemmeno essere
pagato.Lo fa solo per restituire alla so­cietà un po’ del tanto che la
vita gli ha regala­to».
Un altro suo consulente è il mio amico Re­­nato Farina, oggi
parlamentare Pdl, o sba­glio?
«È una persona meravigliosa. All’ora di cena mi manda un Sms che è una
specie di preghie­ra».
Ascolta, si fa sera.
«Renato Farina lo adoro. Confesso questa mia passione».
Suo consigliere politico è il deputato Gior­gio Stracquadanio, un
dinamitardo, l’esatto contrario di lei.
«Coincidentia oppositorum . Lui è un incen­diario, molto più bravo di
me nelle arringhe contro la sinistra. Del resto, 40 anni di
sessantottismo nella scuola non si cancellano dalla sera alla mattina,
un po’ di grinta ci vuole».
Lei che avvocato era prima di diventare ministro?
«Facevo la praticante nello studio dell’avvoca­to Alberto Scapaticci, a
Brescia. Mi occupavo di cause civili. Liti fra coniugi. Al momento
della separazione, ricordo d’aver visto una coppia contendersi persino
le tazzine del caf­fè. Quando l’amore si trasforma in odio,qual­siasi
pretesto diventa buono per scannarsi. Fu un’esperienza molto triste».
È ancora una fan di Vasco Rossi?
«Sì. Alcune sue canzoni sono bellissime».
Per esempio?
« Albachiara».
Un inno all’autoerotismo femminile.
«Macché, macché, ma cosa dice?».
Nella strofa finale: «Qualche volta fai pen­sieri strani / con una
mano, una mano, ti sfiori, / tu sola dentro la stanza / e tutto il
mondo fuori».
«Non l’avevo mai colta,non entriamo in que­sti dettagli, non mi rovini
Albachiara».
Il sindaco di Verona, il leghista Flavio To­si, voleva negare il Teatro
Romano al can­tautore Morgan, quello che ha confessato di utilizzare la
cocaina come antidepressi­vo: «Un esempio negativo per i giovani».
Vasco Rossi vuole una vita spericolata, ha usato le amfetamine, dice
che la marijua­na non è più pericolosa dell’alcol. Come ministro
dell’Istruzione dovrebbe cam­biare idolo, non crede?
«Non mi faccia il bigotto. Amo anche Mina, Tiziano Ferro, Francesco
Renga. E pure Adria­no Celentano, ma solo quando canta, non quando
parla».
È favorevole alla caccia, ho letto. Perché nel Bresciano c’è la
Be­retta oppure perché le piacciono gli uccelli­ni allo spiedo?
«Mai mangiati. Rispetto una tradizione che affon­da le sue radici
n­ella not­te dei tempi e che è stret­tamente connessa alla cultura
contadina. Non nego che nel mio territo­rio l’industria delle armi
abbia anche un conside­revole risvolto economi­co».
Se il suo collegio elet­torale fosse a Sanre­mo, sarebbe favorevo­le
alle rose.
«Questo lo dice lei. Non demonizziamo la cac­cia».
Quando ha un dubbio serio, con chi si confi­da?
«Con mio marito. Essen­do estraneo alla politica, è molto lucido,
equilibra­to».
Le è capitato di con­frontarsi col suo pre­decessore Giuseppe Fioroni?
«Sì, ma poi ci siamo persi di vista. Spero di poter ri­prendere il
dialogo».
A sua sorella maestra, sindacalista della Cgil, ha mai chiesto
consiglio?
«Come no. È una donna g pragmatica, non ideolo­gizzata, che si occupa
dell’integrazione dei bambini immigrati. Era molto d’accordo sul tetto
del 30% di alunni stranieri nelle classi».
Non si chiede mai: ma perché ho accetta­to l’incarico di ministro?
«Qualche volta. Specie quando mi rendo con­to che la gente non crede
che i ministri lavori­no 15 ore al giorno».
Nel tempo libero che cosa le piace fare?
«Non dare interviste. Abbiamo finito?»