Vai al contenuto
Domenica 12 Luglio 2026 |
La scuola siciliana in rete · News, normativa, didattica
11.169 utenti registrati · 704 mln di pagine viste
Satira

lettera aperta alla gelmini: Dante e Verga? Basta. Mi son de Trieste

lettera aperta alla gelmini: Dante e Verga?
Basta. Mi son de Trieste

Ministro,
cambiamo i programmi: «El moroso della Nona» al posto della
Divina Commedia

Signor
ministro, mi permetto di scriverLe per suggerirLe l’opportunità
di ispirare pure la politica del Ministero da Lei diretto, ovvero
l’Istruzione — a ogni livello, dalla scuola elementare
all’università — e la cultura del nostro Paese, ai criteri che
ispirano la proposta della Lega di rivedere l’art. 12 della
Costituzione, ridimensionando il Tricolore quale simbolo
dell’unità del Paese, affiancandogli bandiere e inni regionali.
Programma peraltro moderato, visto che già l’unità
regionale assomiglia troppo a quella dell’Italia che si vuole
disgregare.

Ci sono le
province, i comuni, le città, con i loro gonfaloni e le loro
incontaminate identità
; ci sono anche i rioni, con le
loro osterie e le loro canzonacce, scurrili ma espressione di
un’identità ancor più compatta e pura. Penso ad esempio
che a Trieste l’Inno di Mameli dovrebbe venir sostituito, anche e
soprattutto in occasione di visite ufficiali (ad esempio del presidente
del Consiglio o del ministro per la Semplificazione) dall’Inno
«No go le ciave del portòn», triestino doc.

Ma bandiere e
inni sono soltanto simbo­li, sia pur importanti, validi
solo
se esprimo­no un’autentica realtà culturale del Paese.
È dunque opportuno che il Ministero da Lei diretto si adoperi
per promuovere un’istru­zione e una cultura capaci di creare una
ve­ra, compatta, pura, identità locale.

La letteratura
dovrebbe ad esempio esse­re insegnata soltanto su base regionale
:
nel Veneto, Dante, Leopardi, Manzoni, Svevo, Verga devono essere
assolutamente sostitui­ti dalla conoscenza approfondita del
Moro­so de la nona di Giacinto Gallina e questo vale per ogni
regione, provincia, comune, frazione e rione. Anche la scienza deve
esse­re insegnata secondo questo criterio; l’ope­ra di Galileo,
doverosamente obbligatoria nei programmi in vigore in Toscana, deve
essere esclusa da quelli vigenti in Lombar­dia e in Sicilia.
Tutt’al più la sua fisica po­trebbe costituire materia di
studio anche in altre regioni, ma debitamente tradotta; ad esempio, a
Udine, nel friulano dei miei avi. Le ronde, costituite notoriamente da
pro­fondi studiosi di storia locale, potrebbero essere adibite al
controllo e alla requisizio­ne dei libri indebitamente presenti in
una provincia, ad esempio eventuali esemplari del Cantico delle
creature di San Francesco illecitamente infiltrati in una biblioteca
sco­lastica di Alessandria o di Caserta.

Per quel che
riguarda la Storia dell’Arte, che Michelangelo e Leonardo se lo tengano
i maledetti toscani
, noi di Trieste cosa c’en­triamo con il
Giudizio Universale? E per la musica, massimo rispetto per Verdi,
Mozart o Wagner, che come gli immigrati vanno be­ne a casa loro, ma
noi ci riconosciamo di più nella Mula de Parenzo, che «ga
messo su botega / de tuto la vendeva / fora che bacalà».

Come ho
già detto, non solo l’Italia, ma già la regione, la
provincia e il comune rap­presentano una unità coatta e
prevaricatri­ce
, un brutto retaggio dei giacobini e di quei
mazziniani, garibaldini e liberali che hanno fatto l’Italia. Bisogna
rivalutare il rio­ne, cellula dell’identità. Io, per
esempio, so­no cresciuto nel rione triestino di Via del Ronco e nel
quartiere che lo comprende; perché dovrei leggere Saba, che
andava inve­ce sempre in Viale XX Settembre o in Via San
Nicolò e oltretutto scriveva in italiano? Neanche Giotti e Marin
vanno bene, perché è vero che scrivono in dialetto, ma
pretendo­no di parlare a tutti; cantano l’amore, la
fra­ternità, la luce della sera, l’ombra della mor­te e
non «quel buso in mia contrada»; si ri­volgono a tutti
— non solo agli italiani, che sarebbe già troppo, ma a tutti.
Insomma, so­no rinnegati.

Ma non occorre
che indichi a Lei, Signor Ministro, esempi concreti di come meglio
distruggere quello che resta dell’unità d’Ita­lia
.
Finora abbiamo creduto che il senso pro­fondo di quell’unità
non fosse in alcuna con­traddizione con l’amore altrettanto
profon­do che ognuno di noi porta alla propria cit­tà,
al proprio dialetto, parlato ogni giorno ma spontaneamente e senza
alcuna posa ideologica che lo falsifica. Proprio chi è
pro­fondamente legato alla propria terra natale, alla propria casa,
a quel paesaggio in cui da bambino ha scoperto il mondo, si sente
pro­fondamente offeso da queste falsificazioni ideologiche che
mutilano non solo e non tanto l’Italia, quanto soprattutto i suoi
innu­merevoli, diversi e incantevoli volti che con­corrono a
formare la sua realtà. Ci riconosce­vamo in quella frase di
Dante in cui egli dice che, a furia di bere l’acqua dell’Arno, aveva
imparato ad amare fortemente Firenze, ag­giungendo però che
la nostra patria è il mondo come per i pesci il mare. Sbagliava?
Oggi certo sembrano più attuali altri suoi versi: «Ahi
serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran
tempesta, / non donna di province, ma bordello!».

Con
osservanza


Claudio Magris

Fonte: Corriere
della Sera