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Voce alla Scuola

AH, LEI INSEGNA? IO INVECE LAVORO

AH, LEI INSEGNA? IO INVECE LAVORO

Ogni tanto mi torna in mente una frase ironica, letta chissà dove e chissà quando, pronunciata da un tale che, parlando con un povero insegnante, a un certo punto, un po’per celia, un po’ per sottolineare la sua superiorità rispetto a quella fortunata categoria cui apparteneva il suo interlocutore, esclamò: “ Ah, lei insegna? Io invece lavoro”
E che dire, infatti, del lavoro dell’insegnante visto dagli altri? E’ un lavoro part time. No, è un lavoro minimo, solo 18 ridicole ore settimanali. Anzi, sapete che vi dico? Non è neanche un lavoro. A scuola ci si riposa abbastanza, senza dubbio. Dicunt.
E così gli insegnanti vivono drammaticamente lo scarso riconoscimento sociale del loro ruolo professionale: non c’è essere più screditato e socialmente invisibile del povero professorino, quello così poco trendy e così tanto piccolo che tutti ne fanno ormai ciò che vogliono…
Ma davvero il lavoro di un individuo si misura dalla quantità effettiva delle ore lavorative? E la correzione dei compiti? La preparazione delle lezioni? Le numerose riunioni pomeridiane? Niente. La società non risponde a questo accorato tentativo di giustificarsi e far capire la fatica compiuta giorno per giorno dai miserrimi docenti. Eppure lavorare nella scuola e in classe non è equiparabile allo stare in ufficio: i genitori, i colleghi e soprattutto gli allievi non sono pratiche da smaltire o clienti in fila da esaurire, ma persone con cui instaurare un rapporto proficuo e costante, che deve essere perennemente alimentato.
Avete capito? Nessuno risponde? Parla solo un graffito che minaccioso dai muri di città recita più o meno così: “ Dio non ha creato niente di inutile, ma con le mosche e gli insegnanti ci è andato vicino.”

SILVANA LA PORTA