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Scientifiche

Un’analisi sismologica del maremoto di Sumatra

Il terremoto nell’Oceano Indiano del 26 dicembre 2004, oltre ad aver provocato lo tsunami che ha ucciso circa 300.000 persone, è stato così potente da perturbare l’intero pianeta e da causare oscillazioni libere che hanno fornito importanti informazioni sulla composizione della Terra e sulle dimensioni e la durata del maremoto stesso. Una serie di studi sull’argomento è stata pubblicata sul numero del 20 maggio della rivista “Science“.
Secondo il sismologo Roger Bilham dell’Università del Colorado, “su una scala di centimetri, nessun punto della Terra è rimasto indisturbato. Il terremoto ha ridotto la capacità della Baia del Bengala e del Mar Andaman, sollevando il livello delle acque di tutto il mondo di circa 0,1 millimetri”.
Un gruppo internazionale di scienziati guidato dal geologo Jeffrey J. Park dell’Università di Yale ha analizzato le oscillazioni rilevate dai sismografi per ricavare nuove informazioni sulla composizione e la temperatura dell’interno della Terra. “Il terremoto – spiega Park – potrebbe aiutarci a risolvere alcuni controversie, come la presenza o meno di una massa di scorie di vecchie placche tettoniche presso il confine fra nucleo e mantello al di sotto dell’Africa, o l’allineamento di microscopici cristalli di ferro puro nel nucleo interno della Terra con il suo asse di rotazione”.
Gli scienziati dell’Università della California di Berkeley, del Wadia Institute of Himalayan Geology e del Geological Survey degli Stati Uniti hanno invece usato dati delle stazioni GPS attorno all’Oceano Pacifico e all’Oceano Indiano per realizzare un modello dei movimenti di faglia che hanno prodotto i movimenti statici osservati. I risultati suggeriscono che il terremoto sia stato due volte più forte (magnitudo 9,5 anziché 9,0) ma molto più lento di quanto si riteneva finora: gran parte dello scivolamento lungo la faglia sarebbe cominciato probabilmente più di mezz’ora dopo la scossa iniziale, e sarebbe continuato per altre tre ore.
 

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