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Domenica 12 Luglio 2026 |
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Dialogus de rebus scholasticis

 Simplicio – Parmi, clarissimi amici, che codesta nova legge statuita dal Ministro Moratti sia         gravissima jattura per i docenti tutti. –


Sagredo: –  E donde, caro Simplicio, avete tratto questa vostra opinione? –


Simplicio: – dal fatto che molti e valenti uomini di scuola ciò vanno dicendo, e non soltanto in privati cenacoli, sibbene in pubbliche et affollate occasioni. –


Sagredo: – Ma avete voi letto diligentemente codesta legge onde ci parlate? –


Simplicio: – In verità, Sagredo, non l’ho letta affatto, poiché non havvi bisogno di ciò fare. –


Salviati: – E come affermate, allora, essere cotale legge  perniciosa, se non l’avete nemmanco


letta? –


Simplicio: – Ma come dicevo, preclaro amico, non v’era motivo ch’io la leggessi, atteso che altri l’hanno letta per me. –


Salviati: – E coloro i quali l’hanno letta per voi sono per avventura i molti e valenti uomini de’ quali dianzi parlavate? –


Simplicio: – Appunto, sì. –


Salviati: – Invero ciò immaginavo. E ora illustratemi, di grazia, quali sieno le jatture che questa legge seco porta. –


Simplicio: – Ad esempio essa tolle i fanciulli dalle scuole già all’ora del meriggio. Onde essi debbono soli e raminghi vagare per le città e i paesi, orbati dei diletti maestri loro. –


Sagredo: – E cotesto ove è scritto? –


Simplicio: – Come dissi, su la legge. –


Salviati: – Invero in essa legge, la quale tegno tra mani et ora vengo a mostrarvi, cotesto non c’è. Leggesi invece che  i fanciulli potranno restare a scuola secondo il iudicio delle famiglie loro. –


Simplicio: – Sia pure, non è d’uopo ch’io legga quanto mi andate mostrando. –


Salviati: – E perché mai? –


Simplicio: – Perocché i molti e valenti uomini de’ quali dicevo hanno già bastevolmente adempiuto codesto ufficio. Onde   bisogna che al loro pensiero fidatamente io mi tenga. –


Sagredo:  Transeat, e veniamo tosto alla seconda jattura di questa legge. –


Simplicio: –  Essa tolle ai maestri il lavoro, e li danna all’accidia e alla dura e vergognosa inedia. –


Salviati: – Invero, egregio amico, neppur questo io scorgo nella bolla che ho in mano. –


Simplicio: – Et io dico, Salviati, che i molti e valenti uomini che mi sono di scorta, fra i quali tre sono in particolar modo valentissimi et eminentissimi, e tali che  la sapienza loro ho per legge fermissima e quasi divina, ciò pure hanno coonestato. –


Sagredo: – Ditemi chi sono questi sapienti, affinché anch’io mi abbeveri alla loro scienza come da viva fonte. –


Simplicio: – Magister  Pezzottus, Magister Angelettus et in particular modo Magister Epiphanius.. –


Sagredo: – E donde arguite che costoro abbiano tal copia d’ingegno, e di sapere possanza? –


Simplicio: – Perocché molti sono gli uomini che li seguono e li estimano, tanto che, quando elli ciò dispongono,  le vaste piazze dell’Urbe ne sono piene, e tutti plaudono festosi a ciò ch’elli declarano, e non solo d’uomini e donne adulti io parlo, ma etiam de’ loro pusilli, i quali non appena li veggono prendono a cantare e ballare come da spirito posseduti. E tosto codesti pusilli principiano ad affermare ch’e’ se ne rimarrebbero contenti a scuola da mane a sera, e la notte ancora, cosa che non solo è fra tutte ammirabile, ma da tenersi onninamente come miraculosa. –


Sagredo: – E da ciò, Simplicio, arguite in loro scienza e saviezza? –


Simplicio: – Da ciò. –


Salviati: – Ma concesso pure che questa sapienza essi abbiano, caro Simplicio, non vi par meglior cosa  legger co’propri occhi i testi onde poi si discute, e trarne cogitazioni proprie et argumenti non solo ex auctorictate, ma su ragione fondati? –


Simplicio: – Ma di grazia, amici, quando noi codesta perigliosa navigazione nel gran mar delle leggi intraprendessimo e tutti soli attendessimo a quella verità onde tendiamo, chi mai ci sarebbe di scorta in cotale operazione? E quali guarentigie avremmo che il cogitare nostro non fosse spericulato e fallace? –


Salviati: – Invero, caro Simplicio, tengo per certo che pecore, bovi et altri animali usi a procedere in armento bisogno hanno di scorta, uomini d’esto nome degni tale bisogno non hanno. –