LA MIA SCUOLA. CHI INSEGNA SI RACCONTA
Data: Giovedý, 24 novembre 2005 ore 19:36:41 CET
Argomento: Rassegna stampa


«Inizio una nuova giornata di insegnante, so che un gesto, un sorriso, una battuta felice possono aprirmi la possibilità di comunicare con i miei allievi, ma dopo qualche minuto l'attenzione si spegne e le parole si dissolvono nel nulla. Tutti i giorni ho bisogno di catturare le loro intelligenze offuscate. Ma come?» Molti parlano pubblicamente degli insegnanti. Politologi e psichiatri, sociologi e editorialisti, allievi di ieri e di oggi. Gli oggetti, o meglio i soggetti, di questo interesse collettivo - gli insegnanti, per l'appunto - raramente riescono a far udire la propria voce. Questo libro è un'occasione offerta loro per narrare frammenti della propria esperienza, è un esercizio di ascolto e allo stesso tempo un esercizio di scrittura collettiva. Che cosa ne risulta? Un mosaico in cui altri potranno forse riconoscersi: insegnanti appagati, delusi, per caso, nostalgici, ironici, dubbiosi, combattivi, tutti accomunati da un bisogno ineludibile di coerenza. Gli insegnanti conoscono il mondo? In che modo questo deve entrare nella scuola? Quale compito gli insegnanti possono vedersi affidato? Il tema è centrale, oggi piú di un tempo. Le antiche certezze sulla funzione della scuola sono svanite, essendosi esaurita l'idea di scuola come luogo a parte, cui la società delegava un compito definito e stabile, circoscritto nei livelli superiori alla formazione culturale dei ceti medio-alti. A quelle certezze si sono sostituiti soprattutto interrogativi. Indice - Sommario Introduzione I. Il mestiere di insegnare. I materiali II. Lettere dalla scuola. I racconti Per un assaggio del libro eccovi lo scritto di Silvana La Porta dal titolo:"NON SIAMO DON MILANI" Agli insegnanti, da quando la scuola italiana, con l’estensione dell’obbligo, è diventata un’istituzione veramente democratica, sono state fatte delle richieste assurde e ai limiti dell’impossibilità. Eccoci lì, dopo ore sulla strada, spesso in condizioni di tempo proibitive, davanti a venticinque alunni vocianti.Tra questi ce ne sono uno o due che, per motivi diversi, vuoi disagiate condizioni familiari o economiche, vuoi problemi psicologici e di adattamento, attirano la tua attenzione, meritano di essere seguiti con cura, hanno più bisogno degli altri del tuo aiuto. Siamo felici che ci siano, un tempo sarebbero rimasti per strada, senza guida ed esposti ad ogni sorta di pericolo; nel migliore dei casi avrebbero seguito il padre nel suo lavoro. Abbiamo letto Don Milani, abbiamo una grande stima di lui che apparteneva a una ricca famiglia altoborghese fiorentina, ma non esitava ad affermare che la scuola deve pensare agli alunni che perde, perché sono quelli i suoi veri figli. E adesso questi figli sfortunati sono qui, insieme a coloro che hanno interesse per lo studio, e tutti ti guardano…e aspettano che tu, povero docente, un essere per il momento ancora in possesso della sua identità e dignità, riesca a trovare la panacea. Ed ecco che provi a trasformarti in centomila, anzi in venticinque, tanti quanti sono i discenti. Lo ha detto il Ministero, la pedagogia, e chi più ne ha, ne metta: sei una brava insegnante solo quando riesci ad insegnare in tali situazioni e in modo individualizzato! E inizia la schizofrenia: l’alunno caratteriale grida e insulta tutti gli altri, buona parte della classe si diverte, il più fragile ti dice(quante volte mi è successo!): “Professoressa, io non faccio niente, perchè non so fare niente.” Così un’ora di lezione si tramuta in un tempo infinito, una sorta di incubo da cui vuoi scappare via.Ti rendi conto che non sei Don Milani, sei debole, non sai gestire l’ingestibile, vorresti aiutare tutti e non riesci ad aiutare nessuno. I più volenterosi si stancano e, se anche avevano voglia di imparare, seguono l’andazzo (e non è vero che i più bravi vanno avanti da soli, la guida dell’insegnante è sempre fondamentale!); per i ragazzi più svogliati la scuola è una tortura, non risponde ai loro reali interessi, vorrebbero fare attività alternative, ma non esistono né le strutture, né i mezzi. Ti senti fallito e, riflettendo, capisci tre cose: che la tua dignità è tramontata, che uno o due ragazzi difficili hanno, involontariamente certo, tolto il diritto allo studio ad altri venti, che la scuola per tutti si è tramutata nella scuola per nessuno. Poi, all’improvviso, il colpo di grazia.L’alunno scapestrato ti guarda ed esclama: “Ma tu chi sei ?” Ti giri, pensi che ci sia qualcuno dietro di te…e invece sei proprio tu, tu che da uno sei diventato prima vanamente centomila, poi nessuno, un essere senza identità e forma. Silvana La Porta





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