Crisi, ridotti gli assegni delle pensioni da gennaio importi tagliati del 3%
Data: Sabato, 29 dicembre 2012 ore 05:00:00 CET
Argomento: Rassegna stampa


ROMA - Le notizie sono due ed entrambe non suonano molto bene. La prima, già nota, è che dal 2013 scattano i nuovi coefficienti di calcolo delle pensioni contributive, che riflettendo l’aumento della speranza di vita ridurranno gli importi di circa il 3 per cento.La seconda, che emerge dalle pieghe della contabilità nazionale, è probabilmente più inquietante: la pesante recessione di questi anni sta incidendo, negativamente, sui futuri assegni previdenziali. L’andamento del Pil tra il 2008 e quest’anno farà sì che nel 2013 e nel 2014 i contributi versati praticamente non si rivaluteranno ai fini della rendita pensionistica, che di conseguenza risulterà ridotta in maniera permanente. Per capire cosa accadrà bisogna guardare un po’ più da vicino il sistema di calcolo contributivo. Con una premessa: dal gennaio di quest’anno con la riforma previdenziale ricadono in questo meccanismo tutte le pensioni, ma in modo differenziato: per coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1996 in poi il contributivo è puro e dunque saranno totali anche gli effetti di coefficienti e mancata crescita economica sugli assegni. Per coloro che ricadono nel sistema misto (avevano meno di 18 anni di contributi a fine 1995) l’impatto sarà minore ma comunque consistente. Mentre i lavoratori più anziani si vedono applicare il contributivo solo sui versamenti effettuati dal 2012 in poi, con conseguenze molto più leggere anche se non proprio impercettibili.
IL MECCANISMO DI CALCOLO
Il calcolo è piuttosto complesso, ma in sintesi funziona così: i contributi versati vengono accumulati anno per anno e rivalutati ad un tasso dato dalla variazione media quinquennale del Pil nominale (che comprende quindi sia la crescita reale sia l’incremento dei prezzi). Questo capitale viene poi trasformato in una rendita pensionistica attraverso i coefficienti, rivisti ogni tre anni (e in futuro ogni due) in base agli andamenti demografici. Dunque la revisione dei coefficienti riduce la pensione ma sulla base del presupposto teorico che questa sarà percepita per più tempo. Nel 2013 il taglio sarà intorno al 3 per cento - sempre in riferimento alla quota contributiva - rispetto a quella che a parità di condizioni è toccata a chi è andato in pensione entro quest’anno. Ma c’è anche una novità positiva: dal prossimo anno verranno applicati specifici coefficienti per le età di uscita superiori a 65 anni. Vuol dire che chi lascia il lavoro più tardi ne ricaverà un vantaggio in termine di maggiore pensione. Nel caso di uscita a 70 anni (traguardo che in futuro sarà reso sempre più vicino dai nuovi e più stringenti requisiti di età e contribuzione) il beneficio economico arriverà a superare il 16 per cento, rispetto ai coefficienti attuali. L’altro elemento da tenere d’occhio nel calcolo, accanto alla demografia, è l’andamento dell’economia. Nel contributivo infatti è previsto che i contributi versati (per i lavoratori dipendenti, complessivamente il 33 per cento della retribuzione) vadano a formare un montante che poi viene rivalutato in base a un tasso di capitalizzazione dato dalla variazione media quinquennale del Pil nominale. A suo tempo fu scelto di misurare l’andamento dell’economia su un arco di cinque anni proprio per minimizzare l’effetto negativo degli anni di recessione. Ora però capita che alla durissima caduta del Pil del biennio 2008-2009 si vada a sommare quella di quest’anno, destinata con tutta probabilità a proseguire nel 2013. E anche i due anni con il segno positivo sono stati tutt’altro che esaltanti. Ecco quindi che se saranno confermate le previsioni del ministero dell’Economia sull’andamento del Pil nominale il tasso di capitalizzazione per il 2013, che si applicherà per chi andrà in pensione a partire dall’anno successivo, sarà pari ad uno striminzito 0,1 per cento destinato ad essere replicato nel 2014. Praticamente zero, ossia nessuna rivalutazione. Solo successivamente, sempre in base alle attuali stime, il tasso inizierà a ritrovare un valore un po’ al di sopra del’1 per cento. Poco, soprattutto se si fa il confronto con un passato recente di crescita comunque non sfolgorante: i tassi di capitalizzazione erano superiori al 5 per cento negli anni Novanta e poi si sono mantenuti fra il 3 e il 4 fino al 2008.
LE STIME DELLA RAGIONERIA
Dell’effetto della crisi sulle pensioni future ha preso atto anche la Ragioneria generale dello Stato nelle sue recenti previsioni aggiornate sulla spesa previdenziale, che tengono conto delle nuove stime sul Pil. Consideriamo il tasso di sostituzione lordo, ossia il rapporto percentuale tra prima pensione e ultimo stipendio. Nel caso standard di un lavoratore con 68 anni di età e 38 di contributi sarebbe del 70,7 per cento nel 2020: solo pochi mesi fa, con uno scenario un po’ meno negativo ma sempre sfavorevole, era indicato al 71,2. La Ragioneria ritiene che nei decenni successivi l’effetto dell’attuale crisi possa essere riassorbito e stima un tasso di crescita reale medio intorno all’1,5 per cento. Ma senza un ritorno alla crescita, anche per le pensioni saranno dolori.
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