LIBERTA' , RICERCA E MUSICALITA' NELLA POESIA DI AMELIA ROSSELLI
Data: Domenica, 04 gennaio 2009 ore 15:54:20 CET
Argomento: Rassegna stampa


La santa sede infatti biascicava canzoni puerili anche lei e tutte le automobili dei più ricchi artisti erano accolte tra le sue mura;
o disdegno, nemmeno la cauta indagine fa si che
noi possiamo nascondere i nostri più terrei difetti, come per esempio il farneticare in malandati
versi, o lagrimare sulle mura storte delle nostre ambizioni: colori odorosi, di cera, staglíati
nella odorante stalla dei buongustai. Ma nessun
odio ho in preparazione nella mia cucina.solo la stancata bestia nascosta. E se il mare che
fu quella lontana bestia nascosta mi dicesse
cos’è che fa quel gran ansare, gli risponderei
ma lasciami tranquilla, non ne posso più della tua lungaggine. Ma lui sa meglio di me quali
sono le virtù dell’uomo. Io gli dico che è più felice la tarantola nel suo privato giardino,
lui risponde ma tu non sai prendere. Le redini
si staccano se non mi attengo al potere della razionalità lo so tu lo sai lo sanno alcuni ma ugualmente la cara tenda degli scontenti a volte perfora anche i miei sogni. E tu lo sai. E io
lo so ma l’avanguardia è ancora cavalcioni su
de le mie spalle e ride e sputa come una vecchia fattucchiera, e nemmeno io so dove è che debbo prendere il tram per arricchire i tuoi sogni,
e le mie stelle. Ma tu vedi allora che ho perso anche io le leggiadre risplendenti capacità di chi sa fregarsene. Debbo mangiare. Tu devi correre.
Io debbo alzar.Tu devi correre con la coda penzoloni. Io mi alzo, tu ti stiri le braccia in un lungo penibile addio, col sorriso stretto e duro sulla
tua bocca non troppo ammirabile. E cos’è quel
lume della verità se tu ironizzi? Null’altro
che la povera pegna tu avesti dal mio cuore lacerato. Io non saprò mai guardarti in faccia; quel che desideravo dire se n’è andato per la finestra,
quel che tu eri era un altro battaglione che io non so più guerrare; dunque quale nuova libertà
cerchi fra stancate parole? Non la soave tenerezza di chi sta a casa ben ragguagliato dalle alte
mura e pensa a sé. Non la stancata oblivione
del gigante che sa di non poter rimare che entro
il cerchio chiuso dei suoi desolati conoscenti;
la luce è un premio di Dio,ed egli preferì vendersela che vedersela sporcata dalle tue oblivíonate mani. Non so cosa dico, tu non sai cosa cerchi, io
non so cercarti. Nel mezzo di una luce che è
chiara e di un’altra che è la cattiveria in persona cerco il ritornello. Nel mezzo d’un gracile cammino fatto di piccole erbe trastullate e perse nella sporca terra, io cerco, e tu ti muori presso un albero infruttuoso, sterile come la tua mano.
0 vita breve tu ti sei sdraiata presso di me che
ero ragazzina e ti sei posta ad ascoltare su
la mia spalla, e non chiami per le rime. Io
allungo le gambe e vendo i parafanghi con un
color prezioso, tu ti stilli contento in un luccichio di cattive abitudini. Io mordo la mela per sostenere queste mie deboli vene al collo che scoppia di
pena, e la macchina urla più forte della mia sensata voce. Io non so cosa voglio tu non sai
ch i sei, e siamo quasi pari…  Da La Libellula

Ma chi è   Amelia  Rosselli?

(Parigi 1930 - Roma 1996), poetessa italiana. Figlia di Carlo Rosselli, di cui curò l’edizione dell’Epistolario familiare (1979), lasciò la Francia per trasferirsi prima in Inghilterra, poi negli Stati Uniti e infine in Italia. Collaborò a riviste quali ‘Botteghe oscure’, ‘Il Verri‘, ‘Il Menabò‘, affiancando alle attività di poetessa, traduttrice e consulente editoriale quella di musicista e compositrice. Morì suicida.

La sua ricerca poetica, fortemente innovativa nelle forme e dai toni profondamente dolorosi, dà vita ad alcuni dei momenti più alti della sperimentazione letteraria contemporanea. Tra le sue opere: Variazioni belliche (1964), Serie ospedaliera (1969), Documento 1966-1973 (1976), Primi scritti 1952-1963 (1980), Impromptu (1981), Appunti sparsi e persi (1983), il poemetto La libellula (1985, composto nel 1958), Sleep. Poesie in inglese (1992) e Diario ottuso (1996), ora raccolti in Le poesie (1997).

Indubbia è, tuttavia, la passione che autenticamente anima la pagina della Rosselli, a cominciare da quelle “poesie per Rocco Scotellaro” che, composte nel 1953 in una sorta di “Cantilena” (così il titolo), segnarono per tempo la tragica disposizione di questa poesia, ma che sono anche testimonianza della sua straniata leggerezza, della sua vena affettuosa e fantastica (”Rocco morto / terra straniera, l’avete avvolto male / i vostri lenzuoli sono senza ricami / Lo dovevate fare, il merletto della gentilezza!”).
La tragicità sembra iscritta perfino cromosomicamente nel destino di Amelia Rosselli, e non sarà qui il caso di insistervi, se non forse per segnalare che una nota ai testi meno avara avrebbe costituito un utile contributo, e consentito un aggancio alla realtà storica che molte cose avrebbe chiarito anche sul piano dell’interpretazione.

prosa tratta da www.cepollaro.it/SuppV.pdf, Ed ecco la poesia:]

dopo un anno

pungeva brezza marina allo svoltare
di una strada

andati

compatti paesaggi sfilacciati d’un colpo
dalla corsa
dell’auto

non dovrei tanta ferocia agli amici di un tempo: dopotutto ci si dava
da fare
anche quella è una strada se la via
è l’unica
via

per sette anni col cuore non consentì né affermazione né negazione: ecco

troppo ho affermato e negato troppo distinto e contrapposto e troppo
sono dentro ancora a quel viluppo

amelia rosselli mi disse due anni prima di gettarsi nel vuoto che mi spettava
isolamento
e grande lavoro
che tutto quel cianciare era portato
di gioventù e imperizia
che la faccenda era davvero più dura non ho mai capito
perché mi amasse
forse perché coprendola con plaid di fortuna sul gelido aereo avevo detto che perfino
nel nostro mestiere
c’è cuore

il fatto è che sono nuovo
di queste parti ancora solo per qualche minuto
scevro
d’ansia il resto del tempo è ancora tutto
imballato nello stesso
modo come appunto in un trasloco

e oggi mariano dice che a lui è capitato
di vivere nel tempo che una speranza durata
duecento
anni
finisce e inquadra
anche il resto delle perdute
battaglie
in questa cornice e giunge così lontano come se diderot
in persona avesse gettato
la bomba
per farla esplodere davanti ai nostri piedi di fine
millennio e corsa

ma poi di cosa è fatta una storica
speranza

diciamo ci fu grande scommessa nell’ottobre
del diciassette che c’era di tutto e il contrario
che poi ha prevalso
quello che a noi rimase non era quell’ottobre ché tutto
era già finito
prima dell’anno della nostra nascita
ciò che mi divide da lui è questo credere che la storia
sia compatta speranza o collettiva disperazione: non possiamo sapere
come è la cosa nell’insieme
di queste cose non bisognerebbe neanche parlare ma allora di cosa
ha senso parlare

per sette anni non consentire col cuore all’affermazione o alla negazione
ritrovarsi ad agire
più dentro
più addentro del mondo e dopo
aver molto dimenticato
allora soltanto
uscire

Quando Amelia Rosselli morì, l’ 11 febbraio 1996, gettandosi dalla finestra del suo appartamento romano di via del Corallo, si pensò che quel suicidio avesse posto termine a un lungo silenzio creativo, ulteriore dolorosa ferita in una vita segnata dalla malattia mentale. Una malattia che, come sottolinea il cugino, Aldo Rosselli, «fa parte della sua voce, della sua voce vera, della sua voce interna, ma anche esterna, quella delle sofferenze che ha affrontato nella vita». In realtà in quel periodo Amelia aveva appena ricominciato a scrivere, in inglese e in italiano, con il bilinguismo tipico della sua opera matura. Ora quei componimenti inediti (insieme ad altri comparsi su alcune riviste), rintracciati dalla ricercatrice Silvia Morgani fra le carte del Fondo Manoscritti dell’ università di Pavia, vengono pubblicati nel volume La furia dei venti contrari.







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