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INVALSI: Education at a Glance: OECD Indicators - 2005 Edition

Recensioni

Le linee guida del nuovo rapporto sull'Educazione nei Paesi membri. Nei test di raffronto debolezze degli studenti italiani soprattutto nelle materie scientifiche

Pochi diplomati e laureati
allarme Ocse per l'Italia

Il costo per alunno è tra i più alti, ma negli investimenti restiamo indietro
di SALVO INTRAVAIA


L'Ocse boccia il sistema educativo italiano. Inefficiente, con poche risorse ma al tempo stesso costoso e che produce scarsi risultati. È questa, in sintesi, la descrizione del sistema scolastico e universitario italiano delineata dall'annuale rapporto dell'Osce (l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che raccoglie 30 paesi membri e altri col ruolo di partner) intitolato "Uno sguardo all'Educazione". Uno studio che ormai è diventato uno degli appuntamenti più importanti per tutti coloro (politici, sindacati e addetti ai lavori) che gravitano attorno al mondo dell'istruzione e della formazione.

Fatti i dovuti raffronti fra sistemi educativi anche molto diversi, quello del nostro Paese funziona abbastanza male. Insomma, non sembra proprio il sistema educativo della settima nazione più industrializzata del pianeta. A dirlo sono le decine di tabelle e le centinaia di dati forniti dal corposo volume, che - pur riferendosi per la maggior parte al 2003 - danno un'idea abbastanza precisa sulle differenze esistenti fra paese e paese. La scuola e l'università italiana sfornano pochi diplomati e laureati e i ragazzi delle scuole superiori, messi a confronto con i coetanei degli altri paesi attraverso test standardizzati (sulla Matematica, sul Problem solving - la capacità di Risoluzione dei problemi - e sulle Scienze) ne escono mortificati.

Gli investimenti da parte del governo sono scarsi, ma seguendo i numeri ci si accorge di una serie di vere contraddizioni. Inoltre, i più istruiti trovano lavoro più facilmente e con retribuzioni maggiori rispetto a coloro che studiano meno.


Senza la pretesa di una analisi approfondita, è fin troppo chiaro che l'elefantiaco sistema educativo italiano - secondo al mondo per complessità solo al Pentagono degli Stati uniti d'America - segna il passo e va riformato. La fuga dei cervelli all'estero, la difficoltà sempre maggiore dei nostri giovani a trovare lavoro e la scarsa competitività del sistema Italia, soprattutto rispetto alle economie emergenti del globo, sono soltanto alcune delle cause di un sistema scolastico che arranca.

I risultati. In Italia, nella fascia d'età compresa fra i 25 e i 64 anni, troviamo 44 diplomati su 100. La media dei paesi Ocse è di 66, con Stati Uniti e Regno Unito, rispettivamente all'88 e al 65 per cento, che ci superano di parecchi punti. Nelle fasce più "giovani" la distanza si accorcia ma resta enorme. L'Italia per numero di diplomati, si colloca al venticinquesimo posto superata dalla Polonia, dalla repubblica Slovacca e da quella Ceca. Ma siamo sorpassati anche dalla Corea, dal Cile e dal Perù, questi ultimi partner dell'Ocse.

Stessa cosa per numero di laureati: 10 su 100 abitanti di età compresa fra 25 e 64 anni, in Italia, contro i 24 della media Ocse. E fra i "giovani" (25-34 anni) il nostro Paese è ultimo, sopravanzato anche da Grecia, Ungheria e Portogallo, fra i paesi membri. Superati perfino da Argentina, Malesia e Filippine. Terzultimi nei risultati dei test Pisa (Programme for International Student Assessment, programma per la valutazione internazionale dell'allievo) in matematica, rincorriamo anche la Nuova Zelanda, la Corea e l'Islanda. E, attenzone, i risultati dei quindicenni delle scuole pubbliche sono di gran lunga migliori dei coetanei delle scuole private.


Musica che non cambia se si prendono in considerazione i test sul Problem-solving. Ultimi fra i 13 paesi più industrializzati del mondo nei test (IEA-TIMSS - Associazione internazionale per la valutazione del successo educativo: Terzo studio Internazionale di Scienza e di Matematica) riguardanti le Scienze.

Gli investimenti. Ma quanto si investe, nel nostro Paese, in Educazione? Poco, stando alle statistiche Ocse. Con il 4,9 per cento del Pil (il famoso Prodotto interno lordo: la ricchezza prodotta dal Paese) veniamo distaccati di quasi un punto dalla media (5,8 per cento) degli altri 30 paesi. Addirittura in calo, rispetto al 1995, gli investimenti pubblici, per cui veniamo superati anche da paesi come la Jamaica, lo Zimbawe, il Messico e la Tunisia, che investe il 6,4 del Pil. In Italia, il grosso degli investimenti viene assorbito dalla scuola.

Ma ecco la prima contraddizione: il costo di un alunno (7.474 dollari equivalenti) supera quanto si spende in media negli altri paesi (6.081 dollari). In Italia, il costo maggiore è per gli alunni della scuola media inferiore che assorbono 8.063 dollari l'uno. Segno di un sistema decisamente inefficiente. Discorso inverso per gli studenti universitari: 8.363 dollari a testa contro i 10.655 dei paesi Ocse.

Numeri e indici. Eppure, stando agli indicatori Ocse, le cose in Italia dovrebbero andare bene. Nella scuola media abbiamo poco più di dieci alunni per docente, contro i 14,6 della media Ocse. Stesso discorso (per quanto riguarda il rapporto alunni/docenti) al superiore. Ma poi i risultati sono deludenti perché i ripetenti delle scuole superiori sono il quadruplo della media Ocse: l'8,8 per cento, contro una media del 2 per cento. Anche il numero di alunni per classe è inferiore, in tutti gli ordini di scuola, rispetto agli altri paesi. E di personale (docente e non docente) in Italia ce n'è in abbondanza: 139 persone ogni 1000 studenti, contro i 107 della media Ocse. E orario annuale (come numero di ore di lezione) più consistente, o simile, in quasi tutte le fasce d'età.

Gli insegnanti. Ma la nota dolente riguarda l'età degli insegnanti, di gran lunga più vecchi rispetto ai colleghi dei membri Ocse. Solo a titolo di esempio nella scuola superiore italiana il 90 per cento dei docenti ha più di 40 anni. La media Ocse è del 64 per cento: il 36 per cento di docenti è giovane con meno 39 anni. Dalle nostre parti le cose migliorano solo alla scuola elementare, ma le distanze con i 30 paesi di riferimento restano grandi. Anche la cosiddetta presenza femminile fra gli insegnanti italiani rappresenta una anomalia. In Italia, la quasi totalità alla materna e all'elementare, tre quarti alla media e il 60 per cento al superiore. Le cose vanno diversamente all'elementare dove nei paesi Ocse maestri maschi se ne contano 20 su 100. Ma è sugli insegnanti "giovanissimi" (con meno di 30 anni) che si vede la differenza.

In Italia, per la struttura dei percorsi formativi dei docenti, i giovanissimi sono praticamente inesistenti al superiore. Nei paesi Ocse se ne contano il 13 per cento. Stessa cosa all'elementare: 1,8 contro 16 per cento. Differenze che riguardano anche gli stipendi, mediamente più bassi rispetto a quelli percepiti dagli altri colleghi. I più fortunati sono gli insegnanti del Lussemburgo che a fine carriera percepiscono uno stipendio doppio rispetto ai colleghi italiani. Ma anche in Portogallo, Spagna e Corea si guadagna più che in Italia. Allineati alle medie Osce anche i carichi di lavoro (in ore per i docenti).
(5 gennaio 2006)



Perché l´Ocse sbaglia a bocciare la scuola

da Repubblica - 07-01-2006

Egregio direttore, ho letto con stupore su Repubblica di ieri l´articolo "Bocciata dall´Ocse la scuola della Moratti". Ancora una volta la scuola e l´università del nostro Paese vengono rappresentate come se nulla fosse stato fatto negli ultimi anni, come se non fossero state attuate importanti riforme indirizzate proprio a sanare le situazioni denunciate dall´Ocse.
Le riforme stanno dando da un paio d´anni positivi risultati dei quali l´Ocse non tiene conto, essendo i dati illustrati del 2003, se non addirittura degli anni precedenti. Quelle bocciate dall´Ocse, pertanto, sono la scuola e l´università che io ho trovato all´inizio del mio mandato nel 2001.
Ritengo opportuno fare una riflessione e fornire qualche dato.
La riflessione: il suo giornale ha riportato con enfasi un rapporto basato su dati superati, e non ha dato in passato lo stesso rilievo a relazioni annuali degli organismi di valutazione, l´Invalsi per la scuola, il Cnvsu per l´università e il Civr per la ricerca, che fotografano la situazione aggiornata all´anno di riferimento. Sottolineo che una rigorosa valutazione da parte di questi enti indipendenti costituisce l´asse portante della mia azione nella "filiera" della conoscenza scuola-università-ricerca.
Il Rapporto Invalsi presentato un mese fa, per esempio, rileva che le competenze degli alunni in grammatica e matematica stanno migliorando, dopo anni di declino testimoniato dall´indagine Ocse-Pisa.
Per quanto riguarda i diplomati, il dato Ocse si riferisce alla fascia d´età 24-64 anni, sulla quale ovviamente non si può intervenire. Invece, per la fascia d´età 18-24 anni siamo oggi ampiamente nella media europea, ossia all´80% rispetto al 70 del 2001.
Una puntualizzazione va fatta anche sugli stipendi degli insegnanti, ora vicini alla media europea, essendo aumentati mediamente negli ultimi 4 anni di 274 euro mensili attraverso la destinazione di apposite risorse per la valorizzazione della professionalità, e sui finanziamenti al comparto scuola, aumentati dal 2001 al 2005 di cinque miliardi di euro, con un incremento del 13%, tutto finalizzato alla scuola statale.
Altri tre dati sulla scuola che smentiscono l´Ocse: con le 130.000 immissioni in ruolo a partire dal 2001 abbiamo "svecchiato" notevolmente l´età media degli insegnanti, mentre il rapporto docente/alunni di 1 a 10, che si riferisce al 2001, tra i più bassi in Europa, sta migliorando per effetto di interventi di razionalizzazione. Infine, abbiamo recuperato al sistema scolastico-formativo oltre 120.000 ragazzi che lo avevano abbandonato, abbassando considerevolmente il livello di dispersione.
Un breve cenno sui dati riguardanti l´università. Il rapporto Cnvsu 2005 ha evidenziato un forte incremento dei laureati, 220.000 all´anno, con un aumento del 30% rispetto al 2001, mentre il tasso di abbandono degli studi è sceso dal 65 al 40%. Diminuisce inoltre il numero degli studenti che si laureano fuori corso. Anche l´iscrizione alle lauree scientifiche, che ci vedeva penalizzati rispetto ad altri Paesi, è in netta ripresa (+10%) grazie a iniziative mirate. Il finanziamento statale alle università, infine, è aumentato dal 2001 al 2005 del 13,5%.
Certamente la strada da percorrere è ancora lunga e i risultati si vedranno nella loro pienezza tra qualche anno, con la completa attuazione delle riforme. Ma rappresentare l´Italia come il fanalino di coda dei Paesi Ocse, con "investimenti da Terzo Mondo", non risponde al vero e certo non giova agli studenti, alle famiglie e agli insegnanti, che giustamente credono nella scuola come "motore" del rinnovamento del Paese.

L´autrice è ministro dell´Istruzione Letizia Moratti
 






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Postato il Domenica, 08 gennaio 2006 ore 15:40:23 CET di Salvatore Indelicato
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