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Riforma: La logica delle competenze e il mondo del lavoro. Un’ipotesi di scenario

Redazione
La competenza è uno dei concetti simbolo del nostro tempo e uno degli idoli più venerati in tutti i luoghi della nostra nostra società. E' una delle conseguenze dei cambiamenti profondi degli assetti economici e dell'organizzazione del lavoro verificatisi a partire dagli anni '80. Queste trasformazioni hanno subito un'accelerazione per le nuove dimensioni del mercato dei prodotti, dei servizi, del lavoro e degli investimenti non più ristretto, per i grandi rivolgimenti politici che hanno segnato la storia degli ultimi decenni, agli ambiti nazionali, ma dispiegato su tutta la comunità internazionale.

Per il Libro Bianco del '95 l'universalizzazione dell'economia di mercato è uno dei tre shock che hanno trasformato profondamente e durevolmente il contesto dell'attività economica e il funzionamento delle società: gli altri sarebbero la nascita della società dell'informazione e lo sviluppo della civiltà scientifica e tecnica. Si è venuto a creare un contesto sociale ricco di contraddizioni e di polarizzazioni (tradizionale/innovativo;globale/locale;cognitivo /emotivo;materiale/spirituale;memoria/futuro) in cui si possono cogliere come tendenze principali:il passaggio da un'economia di scala ad una della flessibilità;la terziarizzazione dei processi economici; l'avvento delle nuove tecnologie; l'emergere del concetto di qualità totale, la transizione da un modello meccanico di organizzazione ad un modello organico e interattivo (G. Malizia).

Sono trasformazioni che hanno aumentato per tutti la possibilità d'accesso all'informazione e al sapere e hanno richiesto una modificazione delle competenze acquisite dai lavoratori e dei sistemi di lavoro. Per tutti questa trasformazione ha fatto aumentare l'incertezza, mentre per alcuni ha creato situazioni intollerabili di esclusione. L'adattamento alle nuove condizioni di accesso all'occupazione e all'evoluzione dell'organizzazione del lavoro è un problema che riguarda tutti i gruppi sociali, tutte le professioni, tutti i mestieri ed è il problema principale da risolvere ai fini della mobilità e della coesione sociale.

L'organizzazione del lavoro, oggi, richiede a tutti intelligenza, creatività, autonomia, partecipazione. Ogni persona deve essere capace di acquisire, mantenere e sviluppare continuamente saperi e competenze e di trasferire quanto possiede e gli è familiare in situazioni più o meno nuove, qualora questo sia richiesto dalle innovazioni dell'organizzazione del lavoro. "La modernità riflessiva riscopre il ruolo decisivo dei soggetti per fare funzionare in modo riflessivo i grandi sistemi della modernità, ma vuole che questi soggetti non siano tecnici o esecutori, ma capaci di intelligenza creativa, autonomia decisionale assunzione dei rischi relativi alle decisioni prese"(E. Rullani). Nella società della conoscenza il patrimonio complessivo di saperi e competenze, il capitale intellettuale diventa centrale nell'organizzazione aziendale e determina il grado di competitività complessiva di un paese.

DALLE QUALIFICHE ALLE COMPETENZE
La competenza sta diventando l'oggetto reale di scambio nel mercato del lavoro e tende a sostituire le qualifiche, perchè si dice che oggi rappresenterebbe meglio la realtà del lavoro, non descrivibile solo come mestiere, mansione, ruolo. La competenza sarebbe per molti diventata la chiave di lettura delle tendenze del mercato del lavoro. "La nozione di competenza sta al sistema di produzione flessibile, come la nozione di posto al sistema tailoristico-fordiano. (. . . )Le aziende funzionavano con una logica di lavoro prescritto con caratteristiche individuali su posto stabile, associato ad una organizzazione collettiva gerarchizzata. Oggi c'è un'organizzazione di lavoro individuale automatizzato con un'organizzazione regolata da gruppi individuali integrati"(A. Grimand).

Nell'attuale fase di ristrutturazione e riorganizzazione del sistema industriale, determinata dal processo di innovazione tecnologica e di globalizzazione dei mercati, si cerca di fare a meno della nozione di qualifica. Non avrebbe la forza analitica che aveva nel passato;la sua inadeguatezza per Dario Nicoli "si manifesta a tre livelli:

a)inadeguatezza di tale categoria ad interpretare la mutevolezza del contesto organizzativo;

b)superamento delle modalità di reclutamento e di gestione delle carriere basate su rigide corrispondenze tra qualifiche e titoli di studio e su mansionari predefiniti;

c)modifica delle relazioni istituzionali tra mondo del lavoro e sistema formativo, oltreche dell'organizzazione e del contenuto delle attività formative, crescita di pratiche volte alla validazione e del riconoscimento dei saperi e delle competenze professionali".

Il passaggio dalla qualifica alle competenze, che viene preconizzato e celebrato, non è affatto indolore, come si vuole fare credere, perchè incide sui rapporti sociali di lavoro e sulle modalità d'esercizio della tutela del lavoratore in azienda, sulle sue condizioni di vita. Il concetto di qualifica beneficia di una storia di parecchi decenni, che gli ha consentito di stabilizzarsi, mentre il concetto di competenze è ancora in movimento e questo ha la sua importanza nelle dinamiche contrattuali. Al fine di confrontare e gerarchizzare le funzioni secondo criteri riconosciuti collettivamente i partner sociali nei rapporti di lavoro nel passato hanno usato delle griglie di corrispondenza tra compiti da svolgere e possesso delle qualifiche. Il postulato sul quale riposava questa logica supponeva che ci fosse un rapporto diretto tra qualifiche individuali e contributo alla produttività;istituiva un'equazione tra il possesso di un titolo, di una certa anzianità e l'assegnazione di un posto col relativo salario.

Col passaggio alle competenze "si apre, quindi, la possibilità di slegare il rapporto salariale dagli ancoraggi a posti o saperi prestabiliti. E ciò comporta conseguenze di notevole rilievo dal punto di vista delle modalità di gestione delle risorse umane"( C. Catania - D. Nicoli). Se questo è vero, è ragionevole pensare che l'opposizione alle qualifiche risponda ad una strategia del loro indebolimento, più che ad una strategia di sostituzione per inefficacia. (M. Stroobants). Di fatto fino a quando la qualifica avrà un valore nei posti di lavoro, potrà resistere il primato della contrattazione collettiva sulla relazione interpersonale tra proprietà dell'azienda e lavoratore.

Ed è questo, forse, l'obiettivo che si vuole raggiungere, quando si parla di competenze, più che l'adeguamento alle continue trasformazioni del mondo del lavoro.
La qualifica è stato uno strumento di classificazione dei lavori, ma anche un'istituzione sociale, che rappresentava anche il punto d'appoggio per la formazione di competenze professionali, il cui contenuto veniva fissato pubblicamente. La logica della competenza nel mondo del lavoro mette in discussione il peso accordato alle qualifiche e alla formazione del sistema di istruzione. La valorizzazione della qualifica è stato il risultato della contrattazione collettiva e si è verificata in un quadro di crescita economica e di stabilità dei suoi assetti organizzativi;la valorizzazione delle competenze, invece, la si vorrebbe necessaria in un contesto di disoccupazione strutturale e di continue e profonde trasformazioni tecnologiche. In queste condizioni il potere contrattuale del lavoratore dipenderebbe dal patrimonio personale di competenze che progressivamente è riuscito ad acquisire e sviluppare, ma sempre che venga riconosciuto e questo non è detto.

Il passaggio dalla qualifica alle competenze è un cambiamento che viene descritto come il passaggio dal sapere fare legato al posto di lavoro al sapere agire professionalmente in tutta la sua complessità , comprensivo di una classe molta ampia di funzioni e di ruoli. Nel passaggio dall'avere competenze a quello di essere competenti il lavoratore è chiamato a mettersi in giuoco in modo integrale e il giudizio di competenza rischia a differenza di quello di qualificazione di essere un giudizio sulla persona in quanto persona e non in quanto lavoratore. "Il concetto di competenza permette di fare dell'uomo un oggetto di gestione: se Taylor scomponeva il lavoro in gesti elementari per impiantare la misura dei rempi e dei movimenti e ottimizzare il rendimento, la nozione di competenza identifica e scompone le capacità e le attitudini di un individuo per mobilitarle e ottimizzarle in un contesto dove la reattività organizzativa diventa essenziale. Ciascuna di queste capacità puo' essere misurata, sviluppata con l'apprendimento, accresciuta con la formazione, trasferita con la mobilità o il tutorato"(D. Cazal - A. Dietrich).

L'attrazione del mondo economico per le competenze si spiega solo con l'intenzione di favorire la deregulation, la precarietà e la flessibilità degli impieghi? Di sicuro c'è, ad ogni buon conto, che questo cambio di passo nelle relazioni del mondo del lavoro incide sulla vita delle persone che vi sono coinvolte e non è una marcia triofale delle magnifiche sorti progressive, che non bisogna nè correggere, nè guidare. Possono essere moltissime le vittime che restano ai margini di questa trasformazione;gente senza tutela, senza lavoro, senza alternative.

LE COMPETENZE PROFESSIONALI
Il problema che si pone in questo passaggio dalle qualifiche alle competenze non è di poco conto. Le competenze sono in grado di potere offrire le stesse garanzie di sistema che offrivano le qualifiche(classificazione professionale, normazione contrattuale, programmazione formativa)? E' evidente a questo punto che bisogna chiedersi che cosa siano le competenze professionali e se il loro certificato possesso consenta di favorire relazioni sociali funzionali non solo allo sviluppo aziendale, ma anche alla dignità del lavoro e del lavoratore.

Le competenze professionali sono costituite dai saperi e dalle tecniche connessi all'esercizio delle attività richieste da funzioni e processi di lavoro. Al singolare la competenza professionale indica la capacità generale posseduta dalla persona, legata a una data area di lavoro e che riguarda l'interpretazione del contesto, la conoscenza di regole di produzione delle azioni e di implementazione di soluzioni efficaci (B. G. Bara)
Le comptenze professionali nel sistema d'istruzione e formazione costituiscono il profilo in uscita dei giovani che hanno frequentato un particolare indirizzo tecnico-professionale. In questo caso le competenze si associano in compiti definibili indipendentemente dal soggetto che intende possederle. Le situazioni e le classi di situazioni a cui devono fare riferimento le competenze si definiscono prima e fuori delle attività curriculari secondo i tempi e le innovazioni correnti nel mondo del lavoro. . .
Le competenze professionali, sulle quali lavorano le scuole, sono ricavate dall'analisi delle concrete attività operative connesse a specifici processi lavorativi. Non se le inventano a scuola e non restano sempre identiche a se stesse. . "Per definire la competenza corrispondente ad un posto di lavoro, si descrivono i compiti che esso esige"(B. Rey). E' naturale che ogni competenza largamente riconosciuta evochi una pratica professionale istituita, emergente o virtuale(Ph. Perrenoud).

La questione vera è il ruolo da assegnare alla formazione del sistema di istruzione nel rapporto col mondo del lavoro e non la disputa effimera della scelta tra qualifica e competenze. Che cosa impedisce di accompagnare il titolo di qualifica o di diploma con un serio e valido certificato delle competenze?E in questo caso verrebbe preso in considerazione?
Se con ogni evidenza la formazione ricevuta a scuola non basta per un'intera vita, è anche vero che senza queste solide basi non è possibile accrescere e modificare il patrimonio di saperi in qualsiasi contesto(formale, non formale, informale) una persona venga a trovarsi ;nè dentro, nè fuor il posto del lavoro. Non è solo la qualifica in quanto tale a non essere in grado di seguire e di intercettare le innovazioni dell'organizzazione del lavoro, ma qualsiasi formazione priva di solide fondamenta e che si ritenga auto sufficiente. Non ha senso nemmeno affermare che tra formazione ricevuta e lavoro ci sia quella distanza che impedisce di doverla prendere in considerazione, perchè questo avverrà sempre, come sempre avverrà che basta un modesto periodo di tirocinio per orientarsi a chi ha solida preparazione e cultura professionale.
Se c'è una logica nel ridimensionamento della qualifica e quindi della formazione professionale formale e del sistema scolastico, questa non è da trovare nella sua inadeguatezza, ma nell'intenzione di avere un controllo completo sul lavoro e sui lavoratori, di liberarsi di qualsiasi mediazione sociale e di non dare all'istruzione il valore che ha, per non pagarne il prezzo. Per altro anche un curricolo per competenze non elimina la separazione e la distanza fra l'apprendimento e la pratica effettiva e se le competenze si mostrano nella pratica, è anche vero che non si acquisiscono solo con la pratica. L'esperienza in quanto tale e da sola non è generatrice di competenze di grande livello e lo sapevano gli antichi greci che distinguevano tra empeiria e technè.

La scelta di dare uno spazio sempre maggiore all'apprendimento informale e non formale va nella direzione di un ridimensionamento del sistema di istruzione nella società. L'esaltazione dell'apprendimento lungo tutta la vita, che ovviamente avviene in ogni posto in cui si fa esperienza e non solo a scuola. . , nasconde il veleno nella sua coda, perchè di fatto si celebra il trasferimento di responsabilità dalla società alla singola persona in un ambito di problemi ritenuti di grande impatto sociale e in un momento in cui su questo piano le istituzioni non danno molte garanzie. Senza dubbio c'è una domanda di apprendimento permanente, mentre non si puo' dire che ci siano offerte pubbliche credibili e costanti. Si fa carico solo alla responsabilità individuale di apprendere e sviluppare le competenze. "Questo profondo cambiamento del fare formazione si accompagna (. . . ) alle difficoltà della società e dell'economia a garantire stabilità nei percorsi lavorativi professionali e di conseguenza l'individuo è rinviato a se stesso, ai suoi percorsi autoriflessivi e ricostruttivi per definire i propri punti di riferimento e costruire la propria storia" (G. Di Francesco).

A MO' DI CONCLUSIONE
Il riconoscimento attraverso la certificazione (Dove? Come? Quando?) di quanto una persona è riuscita ad apprendere è un modesto palliativo rispetto al diritto alla formazione permanente e non risolve alcun problema di equità e di merito come si continua ad affermare, mentre è sicuramente uno dei modi per deprezzare l'apprendimento formale rispetto a quello non formale e informale. Dietro l'angolo di questa ripetuta esaltazione delle competenze nel mondo del lavoro non c'è e non si vede in questo momento l'armonizzazione tra coesione sociale e sviluppo individuale. Anzi.
La pubblicistica FSE e quella ISFOL trattano questi problemi con autorevolezza e non conoscono dubbi e perplessità;prospettano una visione se non idilliaca, sicuramente ottimistica, come si conviene al loro rango istituzionale. Ecco bisogna stare attenti e vedere nel retro di queste lucide medaglie i problemi sociali che sottovalutano. E' facile il rischio di fare ideologia, invece che ricerca sociale.

prof. Raimondo Giunta








Postato il Martedì, 03 maggio 2016 ore 06:30:00 CEST di Nuccio Palumbo
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