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Riforma: Su La buona scuola - I docenti dell'IISS 'Carlo Gemmellaro' di Catania

Comunicati
Come forma di collaborazione nell'ambito del confronto aperto dal Governo sulle principali modifiche da apportare all'ordinamento della scuola italiana, si fanno di seguito pervenire osservazioni, riflessioni e proposte in relazione ad alcuni profili di particolare criticità individuati fra i complessivi dodici punti dell'ipotesi di riforma.

La stabilizzazione di tutti i precari e il programma delle assunzioni nel settore scolastico, in sé fatti encomiabili, non sembrano, allo stato attuale, godere ancora della necessaria copertura economica. Pertanto, sorge spontaneo chiedersi se il denaro di cui si abbisogna non sia da rinvenire anche in un rinvio ulteriore o rinvio sine die del rinnovo del contratto del pubblico impiego, dal momento che già la 'Buona Scuola' ha eliminato le risorse destinate a pagare gli scatti di anzianità previsti per tutti i docenti in base all'art. 77 CCNL 2006/2009. D'altro canto, l'erosione del potere di acquisto degli stipendi del personale docente, così come di quello di tutto il personale del pubblico impiego, in assenza di meccanismi perequativi automatici, non può tollerare ulteriori ritardi nell'adeguamento degli stessi all'accresciuto costo della vita (per fenomeni inflattivi che hanno segnato un significativo rallentamento soltanto nell'ultimo anno, in una con l'aggravarsi degli effetti di una crisi economica generalizzata). Di conseguenza, nei dubbi circa la fonte da cui potranno venir tratte le risorse economiche per un massiccio piano di assunzioni nell'ambito delle istituzioni scolastiche, deve radicalmente escludersi che ciò possa avvenire congelando la parte economica della futura contrattazione collettiva, in uno scambio perverso fra elevazione del tasso di impiego nel settore della scuola e condanna all'ulteriore impoverimento progressivo di quanti in quel settore siano già titolari di un incarico. Ci si augurerebbe, pertanto, che anziché creare le condizioni per una disonorevole gara tra poveri della cultura, si procedesse a reperire altrove i fondi per un massiccio finanziamento della scuola pubblica, per esempio cominciando col ritirare le sovvenzioni alle scuole che statali non sono.

La disciplina dei "nuovi" stipendi, così come legata agli scatti di competenza appare di dubbia costituzionalità. Poiché essa dovrebbe operare con riguardo ad una percentuale fissa - il 66% - rispetto ad ogni istituto scolastico o rete di scuole, ne verrebbe conculcato il diritto del personale docente, garantito dal primo comma dell'art. 36 della Costituzione, "ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro". Proviamo a chiarire con un esempio. L'istituto Alfa e Beta hanno ciascuno un personale di cento docenti, di cui il primo 80 "bravi" e 20 "meno bravi", ed il secondo di 30 "bravi" e di 70 "meno bravi". Orbene: in base alla percentuale fissa del 66% vi saranno, nel primo istituto, 14 docenti "virtualmente bravi": ovvero di apprezzate capacità professionali, ma retribuiti esattamente come se non le possedessero! E simmetricamente, nel secondo istituto, vi sarebbero 36 docenti "virtualmente meno bravi": ovvero di capacità professionali non eccelse, ma esattamente retribuiti come i loro colleghi professionalmente più validi. E' evidente, e non necessita dunque di altro commento, il vulnus ai principi costituzionali, e segnatamente al primo comma dell'art. 36 Cost., che comporterebbe l'approvazione di un tale progetto di riforma. Il vero è che anche in questo caso il presente non differisce dal passato: la scuola italiana falcidiata dai tagli lineari di Tremonti, viene oggi piegata ad esigenze di esatta previsione della spesa, di per sé certo commendevoli alla stregua dell'art. 81 Cost., ma che non possono spingersi sino ad intaccare altri principi cardine della nostra Carta Fondamentale, quali quelli relativi alla tutela della dignità del lavoro in ogni sua forma.


L'informatizzazione e la digitalizzazione della scuola non possono avvenire a discapito delle esigenze di sicurezza e di tutela della privacy dei docenti, degli studenti e delle loro famiglie. Il registro informatico per esempio, a una più attenta analisi, implica un passaggio assai insidioso, facendo evolvere il sistema informatico del MIUR da un sistema Intranet a un sistema Internet (ovvero: ad accessi esterni), senza che lo stesso sia mai stato in alcun modo modificato per essere in grado di fronteggiare il rischio di accessi non autorizzati. La digitalizzazione della documentazione scolastica, e dei registri più in particolare, esige un aggiornamento del grado di protezione dei sistemi informatici utilizzati per la loro tenuta, e quindi investimenti specifici che non possono essere omessi ove non si voglia accollare al personale docente il rischio di rendersi responsabile, senza volontà alcuna, di comportamenti sanzionabili a norma del D.Lgs. n. 196/2003. Senza contare l'ulteriore aggravio di lavoro per il personale docente che l'avvio della informatizzazione, in assenza di una testata efficacia e sicurezza delle piattaforme utilizzate, potrà determinare, ove si continui a fare uso a latere della documentazione cartacea, questa sì di sicurezza ed efficacia comprovate.


Qualora la merit pay, nell'ottica dell'aziendalizzazione delle istituzioni scolastiche, dovesse prevalere e il sistema di valutazione dei docenti risultasse imperniato sul ruolo centrale del Dirigente scolastico/manager, potrebbero presentarsi i seguenti fattori di criticità:

1) assenza di competenze specifiche in capo al valutatore. Il Dirigente scolastico, in quanto a suo tempo docente nell'ambito di una precisa classe di concorso, non essendo onnisciente, non possiede giocoforza le competenze anche metodologiche e i saperi specifici necessari ai fini della valutazione della qualità didattica di tutti gli insegnanti (è infatti seriamente pensabile che un Dirigente scolastico ex insegnate di lettere possa valutare la professionalità di un insegnante di matematica, o un Dirigente scolastico ex insegnante di diritto quella di un insegnante di inglese?). Vi è poi da chiedersi quanto i crediti didattici (che coi crediti professionali 'arricchiranno' il portfolio dell'insegnante da vagliare) di cui tanto si parla corrisponderanno alla vera capacità di un docente di migliorare il livello di apprendimento dei propri studenti.

2) problematico esercizio di una valutazione imparziale nei confronti dei più stretti collaboratori nominati dallo stesso Dirigente scolastico, con pregiudizio della par condicio fra tutti i soggetti valutati (è infatti seriamente pensabile che il Dirigente scolastico, dopo aver scelto il vicepreside od altre figure assimilate, possa mai esprimere un giudizio negativo nei confronti di quegli stessi soggetti; o non essere quantomeno seriamente precondizionato nella valutazione delle loro performances, con il consequenziale pericolo di pregiudizio della par condicio fra tutti i soggetti valutati?).

3) mancanza della necessaria distanza fra valutatore e valutati, con il rischio di pericoli di cattura del Dirigente scolastico quale controllore del livello delle performances del personale docente, alla stregua delle problematiche relative alla figura del controllo evidenziate dagli studiosi della scuola di Chicago.
Se a tutto ciò si aggiunge che il Portfolio dei docenti potrebbe essere utilizzato dal dirigente/manager per scegliere direttamente le professionalità con cui potenziare l'offerta formativa del proprio istituto, si evince che alla gestione collegiale e partecipata della scuola potrebbe essere inferto un colpo durissimo.


La rimodulazione della vita lavorativa dei docenti che consegue da siffatta 'rivoluzione' basata sulla flessibilità territoriale per tutti, sul dover prendere le distanze dal tradizionale impartire saperi codificati considerati (sic!) più facili da trasmettere e valutare, sul cambiamento di status giuridico che la differenziazione nell'ambito del merito comporta per gli operatori dell'istruzione, sull'impatto e sui condizionamenti che l'ingresso dei privati nella scuola pubblica eserciterà sull'insegnamento, sulla corsa alla formazione a proprie spese, sul profondere titanicamente l'impegno quotidiano in aule traboccanti, sugli sforzi per rientrare nella categoria '66 per cento', sugli spazi condivisi con gli 'innovatori naturali' e il 'docente mentor', tale profonda alterazione, si diceva, costituisce un necessario elemento di riflessione, alla stregua di fatti forse non troppo noti all'opinione pubblica.
Il carattere helping profession dell'attività didattica crea una intensità di rapporto con l'utenza che non ha eguali in altri settori dell'impiego pubblico, e che determina nei docenti l'insorgere di fattori di rischio di malattie professionali specifiche intorno alle quali sussiste già una certa letteratura (si vedano, in particolare, i contributi di Vittorio Lodolo D'Oria, il quale, individuati molteplici job stressor all'interno della professione docente, delinea un quadro assai fosco di burn-out, patologie psichiatriche e tumori). Il prevedibile accrescersi delle responsabilità, degli oneri, del carico di lavoro, la progressiva erosione della libertà di insegnamento e lo stress derivante dalla naturale competizione/confronto per rientrare tra gli 'idonei', potrebbe connotarsi di ulteriore negatività, che purtroppo, ad oggi non è ancora stata sufficientemente indagata. Prima di muovere quindi qualsiasi altro ulteriore passo verso il cambiamento, non si può prescindere dall'effettuare un serio e minuzioso esame a livello epidemiologico, in quanto qualsiasi decisione presa prescindendo da essa rischierebbe di comportare:

1) oneri economici per lo stato, che dovrà corrispondere egualmente prestazioni retributive nei confronti del personale legittimamente assente dal servizio per causa di malattia;
2) costi sociali per le famiglie, tenuto conto del pregiudizio al valore della continuità didattica che potrebbe essere arrecato da una indotta maggior morbilità del personale docente;
3) disagi personali non necessari per i singoli docenti.

Infine, l'aumento stimato del tempo di permanenza degli insegnanti presso gli istituti scolastici di appartenenza non potrà non esigere interventi specifici che garantiscano condizioni conformi ai requisiti di salubrità previsti per gli ambienti di lavoro dalla legislazione vigente (D.Lgs. n. 81/2008). Per non aggiungere disagio al disagio di una professione per sua natura altamente usurante, dovrà essere evitato il pregiudizio arrecato da impianti inefficienti di termoregolazione, da spazi insufficienti per il concentrarsi dell'attività di moltissimi docenti, dal persistere di problematiche inerenti all'efficienza in campo di edilizia scolastica, la qual cosa significa impegno assai oneroso per gli enti competenti.

I docenti dell'IISS 'Carlo Gemmellaro' di Catania








Postato il Venerdì, 07 novembre 2014 ore 08:00:00 CET di Michelangelo Nicotra
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