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Vi racconto ...: Mi ricordo di Piero Gobetti, studente modello e rivoluzionario liberale

Redazione
L’altro giorno, all’improvviso, è entrato in classe il nostro professore d’Italiano con il volto trafelato e le mani tremanti, s’è seduto in cattedra, lentamente, e dopo aver fatto scivolare le lenti, si è nascosto per lungo tempo il viso con le mani, poi, quasi di scatto, si è alzato in piedi e, con voce calma, ha sussurrato: “Oggi a Parigi è morto il miglior alunno della mia vita d’insegnante: Piero Gobetti. Aveva solo 25 anni”.
E tutti noi, confusi e disorientati, ci siamo guardati sconvolti, senza comprendere appieno lo stato di sofferenza, il profondo dolore e l’afflizione del nostro professore. Piero Gobetti? Chi era? Cosa aveva fatto? Qual era stato il suo pensiero? Com’era morto?
E il nostro professore, dopo un poco, recuperando le forze, ci ha raccontato la vita e il pensiero di Piero Gobetti. Una storia di lotta, di coraggio e di speranza per la giustizia e la libertà.

«Piero Gobetti è nato a Torino il 19 giugno del 1901. Dopo la maturità classica si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza; nel novembre del 1918, a soli diciassette anni, pubblica la sua prima rivista, “Energie Nove”, ricca di riferimenti a Prezzolini, Gentile, Croce, con la quale diffuse le idee liberali di Einaudi. Si appassiona ai bolscevichi, studia il russo e scrive, persino, in cirillico alla fidanzata. Definisce subito il fascismo “movimento plebeo e liberticida”, l’antifascismo “nobiltà dello spirito”, e l’Italia “un Paese senza un vero Risorgimento, una Riforma protestante, una Rivoluzione liberale”. Interpreta la rivoluzione di Lenin e Trotzky come rivoluzione liberale, perché è azione e movimento. Apprezza i bolscevichi in quanto élite, detesta lo statalismo e il protezionismo della vecchia Italia giolittiana. Estimatore di Antonio Gramsci ed esponente della sinistra liberale progressista, Gobetti si avvicina al proletariato torinese, divenendo attivo antifascista. Nel maggio del 1919 viene bollato da Togliatti sulle pagine di “Ordine Nuovo” come “parassita della cultura”. Ma nell’autunno del 1920 il sostegno di Gobetti all’occupazione delle fabbriche e i suoi frequenti incontri con gli operai e comunisti torinesi fanno migliorare il rapporto con Gramsci, tanto che gli affida la rubrica di teatro della sua rivista. Togliatti non lo ama, Gramsci lo apprezza, i liberali Salvemini e Croce sono incuriositi dall’intelligenza del ragazzo. A vent’anni, il 12 febbraio del 1922, Gobetti fa uscire il primo numero della sua rivista “La Rivoluzione Liberale”, che diventa centro nevralgico di impegno antifascista, vi collaborano intellettuali di diversa estrazione, tra cui Amendola, Salvatorelli, Fortunato, Gramsci, Antonicelli e Sturzo. Negli anni ’23-24 viene più volte arrestato, dalla polizia fascista, e la sua rivista ripetutamente sequestrata. Finché lo stesso Mussolini si interessa di lui e telegrafa al prefetto di Torino: “Prego informarsi e vigilare per rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore”. Nel 1924 fonda la rivista letteraria “Il Baretti”, alla quale collaborano Benedetto Croce, Eugenio Montale, Natalino Sapegno, Umberto Saba ed Emilio Cecchi.
L’11 gennaio 1923 sposa Ada Prospero e vanno ad abitare nella sua casa natale di Torino, in via XX Settembre 60, che diviene anche la sede della casa editrice che egli fonda, col suo nome, in aprile, la «Piero Gobetti Editore»: pubblicherà, nei due anni della sua esistenza, ben 84 titoli.
Il 5 settembre del ‘24, mentre sta uscendo di casa, viene aggredito sulle scale da un gruppo di squadristi che lo colpiscono al torace e al volto, rompendogli gli occhiali e procurandogli gravi ferite. È costretto, pertanto, ad espatriare in Francia, a Parigi, non riuscendo a riprendersi dalle brutte ferite riportate. Finché non c’è la fa più… (segue un lungo singhiozzo). Non aveva compiuto nemmeno venticinque anni…
(Piero Gobetti morì, esule a Parigi, nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926).

Professore, ha scritto dei libri questo giovane antifascista?
«Gobetti, nonostante la sua giovane età, ha scritto molte cose importanti! È stato saggista e autore di numerosi scritti culturali e politici pubblicati in Italia e all’estero, dove ha espresso le idee del liberalismo progressista sensibile al riscatto delle classi lavoratrici. Credo che tali opere debbano essere raccolte e pubblicate per trasmettere alle future generazioni il suo impegno civile e politico al servizio della libertà e della giustizia».

Professore, ma qual è stato il pensiero di Gobetti, in cosa ha creduto?
«Piero Gobetti riconosceva il valore del lavoro che “educa al senso della relazione e della coordinazione sociale, e non spegne le forze di ribellione, anzi le cementa in una volontà organica di libertà”; riconosceva, inoltre, il valore positivo della città moderna, organismo sorto per lo sforzo autonomo di migliaia d’individui. Mi piace ricordare un suo concetto, valida più che mai oggi: “Il contrasto vero dei tempi nuovi come delle vecchie tradizioni non è tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità».

Quale è stato il pensiero politico di Gobetti?
«Innanzitutto, Piero Gobetti era un rivoluzionario liberale. E, sulla scia del pensiero di Salvemini, ha analizzato la società italiana, partendo dal “patto scellerato”, (come lo definì Gramsci), tra nuova borghesia industriale del nord, protetta dallo Stato, e le vecchie classi parassitarie del sud, acquiescenti ad un progetto di unificazione nazionale, che condannava il Mezzogiorno ad un mero e passivo mercato di manufatti e serbatoio di manodopera. Un “blocco sociale” ben rappresentato dai partiti notabiliari, incapaci di incarnare e di rappresentare i veri interessi del Paese. E Gobetti, con tale denuncia, si avvicinava alle analisi weberiane. Max Weber, infatti, nella Germania guglielmina, metteva sotto accusa il parlamentarismo degli junker, nonché l’assenza di un vero partito liberale di massa capace di allargare la cittadinanza oltre il privilegio censitario ed assicurare, al governo, una salda base parlamentare. Ma Gobetti, oltre a constatare i limiti storici del liberalismo italiano, pone  l’attenzione su di un altro protagonista della società: il movimento operaio. Da riscattare dai vincoli di una mentalità fatalista e messianica, e da inserire a pieno titolo nel processo di rinnovamento dell’Italia liberale. Su questo punto l’utopia gobettiana si fa più affascinante e ambigua da decifrare. Infatti, se da un lato il giovane rivoluzionario liberale sembra puntare ad un rinnovamento dei partiti, concependoli come partiti di massa, finalmente liberati dai “partiti personali”, costruiti sul maggioritario (Gobetti era proporzionalista), e in tal senso gioca un ruolo chiave il richiamo al “mito” soreliano dei blocchi sociali contrapposti, dall’altro però gli impulsi di una rivoluzione si muovono in un ambito ben delimitato e circoscritto della società civile, che va dal mondo della cultura e delle sue varie ramificazioni, all’industria e al mondo della fabbrica».

Professore, Gobetti pensava possibile una rivoluzione in Italia?
«Gobetti ha elogiato il biennio rosso del ’19-20 e i soviet della Fiat che considerava il corrispettivo italiano di quel moto di rivoluzione liberale che lui scorgeva nella rivoluzione bolscevica. Così come ammirava “L’Ordine Nuovo” di Gramsci. Ma a troncare ogni velleitario entusiasmo rivoluzionario intervenne il fascismo, che, sulle ceneri delle divisioni tra le forze democratiche - liberali, cattoliche e socialiste, ferite dalla scissione di Livorno, pose la pietra tombale ai sogni e alle speranze di Piero Gobetti. E la risposta è stata un moderno regime reazionario di massa che ha lasciato filtrare al vertice dello Stato i ceti medi emergenti, nel quadro di un compromesso storico con industria, monarchia e Chiesa, che ha spaccato e compresso in basso i ceti subalterni».

Quale è stata la sua “risposta” al fascismo?
«Giustizia e Libertà! Solo e sempre Giustizia e libertà! Eguaglianza come mito, come direttrice per una società migliore, e libertà nella pratica di ogni giorno, nelle istituzioni, nelle regole del vivere civile e politico; libertà significa anche eguaglianza di fronte alle leggi, negazione di ogni favore e privilegio, negazione del familismo in tutti i suoi aspetti, fino alla connivenza camorristica e mafiosa, e quindi educazione a un costume di convivenza civile e tollerante. Senza l’appoggio e la convinzione di un grande movimento politico popolare, l’educazione alla libertà non può divenire patrimonio comune. E il suo partito d’Azione ha rappresentato, appunto, la volontà riformatrice di una sinistra popolare, non socialdemocratica né limitatamente migliorista. Gobetti, intendeva ridisegnare la “geografia” politica e, soprattutto, etica della società. Egli sosteneva che i lavoratori a reddito fisso e gli imprenditori non speculatori e non protezionisti hanno comuni interessi: l’equità fiscale, innanzi tutto, che è un problema di eguaglianza e anche un aspetto del libero mercato, se si volesse tentare di farlo esistere almeno in parte; e la lotta alla corruzione e alle clientele politico-affaristiche, che è un problema di giustizia. Nessuno di questi grandi obiettivi potrà essere raggiunto se la libertà sarà “formale” o “borghese”, oppure come una condizione già raggiunta. La libertà va realizzata nelle coscienze, nell’educazione, nelle regole della vita civile e politica, essa è la condizione per ogni sforzo di eguaglianza. La rivoluzione liberale, mai realmente attuata in Italia, deve essere una rivoluzione di giustizia, che necessita sia di una profonda educazione etica, sia di un’azione politica di grandi orizzonti. Gobetti “profetizzava” la… “coscienza e l’orgoglio del contribuente”,… cosa che, a tutt’oggi, sconosciamo in Italia!».

Professore, cosa ricorda di più di Piero Gobetti?
«Di Piero ricordo, soprattutto, l’amore per studio, l’originalità e la forza delle sue idee, il suo coraggio e l’ottimismo verso il futuro, l’amore per la libertà e l’azione, l’innata avversione contro l’ingiustizia e l’arroganza del potere. Era un giovane alto e sottile, disdegnava l’eleganza della persona, portava occhiali a stanghetta, da modesto studioso, i lunghi capelli arruffati dai riflessi rossi gli ombreggiavano la fronte. Amava sempre ripetere, “Noi siamo come la dura scorza di una noce: proteggeremo i nostri ideali dalla sopraffazione con tutte le nostre forze e fin quando possibile. Spero tanto, cari ragazzi, che il suo pensiero sarà ricordato a lungo!».

Angelo Battiato (inviato speciale a Brescia)
angelo.battiato@istruzione.it





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Postato il Domenica, 23 marzo 2014 ore 08:15:00 CET di Angelo Battiato
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