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Scuola pubblica e o privata: SCUOLA PUBBLICA QUALE IDENTITA'? DIBATTITO TRA INTELLETTUALI

Redazione

La scuola pubblica europea è nata intorno al compito di testimoniare un' idea del proprio Paese, i caratteri e le vicende della collettività che lo abita, sentendosi chiamata a custodire l' immagine di sé e gli scopi di una tale collettività.

Non può esistere una scuola pubblica mondial-onusiana, una scuola italiana che parli in inglese o esperanto.

Un sistema d' istruzione pubblico appartiene sempre a un contesto culturale nazionale. Questo è il punto, dunque qui sta il cuore del problema: alla fine, nella sua sostanza più vera, la crisi della scuola italiana non è altro che la crisi dell' idea d' Italia.

E' lo specchio della profonda incertezza di coloro che a vario titolo la guidano o le danno voce - i governanti, gli apparati dello Stato, gli imprenditori, gli intellettuali, l' opinione pubblica - circa il senso e il rilievo del suo passato, circa i suoi veri bisogni attuali e quello che dovrebbe essere il suo domani.

Il profondo marasma della nostra scuola, il grande spazio preso in essa dal burocratismo, dalle riunioni, dalle questioni di metodo, dalle futilità docimologiche, a scapito dei contenuti, è lo specchio di un Paese che non riesce più a pensarsi come nazione da quando la sua storia ha attraversato negli anni ' 60-' 80 la grande tempesta della modernizzazione.

 

E' da allora che l' idea del nostro passato si sta dileguando insieme alla consapevolezza dei suoi grandi tratti distintivi.

E non a caso è da allora che è diventato sempre più difficile anche organizzare il presente e immaginare il futuro. Da qui, per esempio, ha tratto origine la crisi che ha colpito a suo tempo le tradizionali culture politiche della democrazia repubblicana, e sempre qui sta oggi la difficoltà di vederne sorgere di nuove.

Da qui, anche, la generale sensazione d' immobilismo che abbiamo da anni, quasi che dopo il trauma della modernizzazione non sapessimo più ritrovarci, non riuscissimo più a riprendere il bandolo della nostra storia e dunque non riuscissimo più a muoverci.

 

Negli anni ' 90 la cesura che era andata producendosi nei tre decenni precedenti è venuta finalmente alla luce: ha definitivamente preso forma un' Italia nuova, ma questa Italia nuova non riesce più a pensare se stessa, non riesce più a pensarsi come un intero, come nazione, a progettare il suo futuro, perché non riesce più a incontrare il suo passato.

Riappropriarsi di questo passato e della propria tradizione per ritrovarsi: questo è il compito urgente che sta davanti al Paese che sa e che pensa. Ed è alla luce di questo compito che esso deve ripensare anche l' intera istituzione scolastica, la quale solo così potrà riavere un senso e una funzione, e sperare di tornare alla vita. Ridare profondità storico-nazionale alla scuola, ma naturalmente in vista delle esigenze che si pongono all' Italia nuova di oggi e tenendo conto dell' ambito e dei contenuti propri degli studi.

E cioè, non volendo sottrarmi all' onere di qualche indicazione, mirare innanzi tutto a ricostituire culturalmente (e per ciò che riguarda l' istituzione anche organizzativamente) il rapporto centro-periferia e Nord-Sud, riaffermando il carattere multiforme ma unico e specifico dell' esperienza italiana; in secondo luogo porre al centro, ed esplorare, il nostro tormentato rapporto con la modernità e i suoi linguaggi, mettendone a fuoco debolezze e punti di forza e cercando anche in questa maniera di costruirci un modo nostro di stare nei tempi nuovi, di averne l' appropriata consapevolezza senza snaturamenti e scimmiottamenti; e infine ribadire la funzione della scuola nella costruzione della personalità individuale, principalmente attraverso l' apprendimento dei saperi, delle nozioni, e la disciplina che esso comporta.

Tutto ciò facendo piazza pulita delle troppe materie e degli orari troppo lunghi che affliggono la nostra scuola, e ricentrando con forza i nostri ordinamenti scolastici intorno a due capisaldi: da un lato la lingua italiana e la storia della sua letteratura, cioè intorno alla voce del nostro passato, e dall' altro le matematiche, cioè il linguaggio generale del presente e del futuro universali.

A questo punto ci si può solo chiedere: esiste un governo, esistono dei ministri in Italia? Personalmente mi ostino a pensare di sì. E a credere che ogni tanto gli capiti perfino di ascoltare i gridi di dolore, come questo, che si levano dai giornali.

 

E' lo specchio della profonda incertezza di coloro che a vario titolo la guidano o le danno voce - i governanti, gli apparati dello Stato, gli imprenditori, gli intellettuali, l' opinione pubblica - circa il senso e il rilievo del suo passato, circa i suoi veri bisogni attuali e quello che dovrebbe essere il suo domani. Il profondo marasma della nostra scuola, il grande spazio preso in essa dal burocratismo, dalle riunioni, dalle questioni di metodo, dalle futilità docimologiche, a scapito dei contenuti, è lo specchio di un Paese che non riesce più a pensarsi come nazione da quando la sua storia ha attraversato negli anni ' 60-' 80 la grande tempesta della modernizzazione. E' da allora che l' idea del nostro passato si sta dileguando insieme alla consapevolezza dei suoi grandi tratti distintivi. E non a caso è da allora che è diventato sempre più difficile anche organizzare il presente e immaginare il futuro. Da qui, per esempio, ha tratto origine la crisi che ha colpito a suo tempo le tradizionali culture politiche della democrazia repubblicana, e sempre qui sta oggi la difficoltà di vederne sorgere di nuove. Da qui, anche, la generale sensazione d' immobilismo che abbiamo da anni, quasi che dopo il trauma della modernizzazione non sapessimo più ritrovarci, non riuscissimo più a riprendere il bandolo della nostra storia e dunque non riuscissimo più a muoverci. Negli anni ' 90 la cesura che era andata producendosi nei tre decenni precedenti è venuta finalmente alla luce: ha definitivamente preso forma un' Italia nuova, ma questa Italia nuova non riesce più a pensare se stessa, non riesce più a pensarsi come un intero, come nazione, a progettare il suo futuro, perché non riesce più a incontrare il suo passato. Riappropriarsi di questo passato e della propria tradizione per ritrovarsi: questo è il compito urgente che sta davanti al Paese che sa e che pensa. Ed è alla luce di questo compito che esso deve ripensare anche l' intera istituzione scolastica, la quale solo così potrà riavere un senso e una funzione, e sperare di tornare alla vita. Ridare profondità storico-nazionale alla scuola, ma naturalmente in vista delle esigenze che si pongono all' Italia nuova di oggi e tenendo conto dell' ambito e dei contenuti propri degli studi. E cioè, non volendo sottrarmi all' onere di qualche indicazione, mirare innanzi tutto a ricostituire culturalmente (e per ciò che riguarda l' istituzione anche organizzativamente) il rapporto centro-periferia e Nord-Sud, riaffermando il carattere multiforme ma unico e specifico dell' esperienza italiana; in secondo luogo porre al centro, ed esplorare, il nostro tormentato rapporto con la modernità e i suoi linguaggi, mettendone a fuoco debolezze e punti di forza e cercando anche in questa maniera di costruirci un modo nostro di stare nei tempi nuovi, di averne l' appropriata consapevolezza senza snaturamenti e scimmiottamenti; e infine ribadire la funzione della scuola nella costruzione della personalità individuale, principalmente attraverso l' apprendimento dei saperi, delle nozioni, e la disciplina che esso comporta. Tutto ciò facendo piazza pulita delle troppe materie e degli orari troppo lunghi che affliggono la nostra scuola, e ricentrando con forza i nostri ordinamenti scolastici intorno a due capisaldi: da un lato la lingua italiana e la storia della sua letteratura, cioè intorno alla voce del nostro passato, e dall' altro le matematiche, cioè il linguaggio generale del presente e del futuro universali. A questo punto ci si può solo chiedere: esiste un governo, esistono dei ministri in Italia? Personalmente mi ostino a pensare di sì. E a credere che ogni tanto gli capiti perfino di ascoltare i gridi di dolore, come questo, che si levano dai giornali.

«Ha perfettamente ragione ­ribadisce Paolo Simoncelli,
ordinario di Storia moderna presso la facoltà di Scienze Politiche della Sapienza di Roma ­. Semmai è una critica tardiva, la scuola è ormai in crisi da decenni.
Non condivido però l’attribuzione delle responsabilità al processo di modernizzazione che ha investito l’Italia dagli anni ’60-’80. In realtà il decadimento è avvenuto al termine della Seconda Guerra Mondiale, quando gli organismi internazionali hanno finito per tagliare le radici nazionali a vantaggio di aspetti tecnico­economici.
È accaduto soprattutto in Italia e Germania, uscite sconfitte dal conflitto, a differenza per esempio della Francia. Da noi quell’evento ha segnato la fine della cultura come memoria collettiva». Ma secondo Simoncelli c’è un motivo ben più influente: « Già prima del ’68 la storiografia marxista ha cominciato a demonizzare l’unità d’Italia, ha svilito la scuola pensata da Giovanni Gentile che attribuiva un ruolo fondamentale all’insegnante visto come un vero missionario.
Oggi paghiamo una mancanza di vocazione e di formazione del corpo docente, specie di quegli insegnanti giovani arrivati in cattedra dopo nefaste riforme universitarie. C’è poco da meravigliarsi allora se oggi la scuola appare come una scatola vuota che non suscita più alcun interesse».
«Ma la colpa è soprattutto dei nostri governanti ­ribatte Luciano Corradini,
ordinario di Pedagogia generale nell’Università di Roma Tre - . Anche se la politica è il riflesso della sfiducia generale che si respira in tutta la società.
Galli della Loggia dice che le materie sono troppe e si dovrebbe puntare tutto su letteratura e matematica. Però secondo me si dovrebbe finalmente privilegiare l’educazione civica, materia che ha goduto sempre di scarsa considerazione, senza un voto distinto e accorpata all’insegnamento della storia. Già nel 1958, l’allora ministro della Pubblica istruzione, Aldo Moro, sosteneva l’importanza dello studio della Costituzione per educare ai fondamenti della convivenza civile. In questa Carta sono espressi in maniera concreta quei valori antitetici a tutti gli autoritarismi della storia, di destra e di sinistra. Non basta leggere Machiavelli per alimentare il senso civico, tocca ai professori appassionare i ragazzi. Che cos’è la libertà si può spiegare nella scuola materna come al liceo. Certo oggi si insegna educazione ambientale, stradale... Ma non basta».

Il problema è più vasto per Corradini: «Se oggi dilaga il disagio giovanile, non può farsene cura solo la scuola. I genitori molte volte si alleano con i figli, li difendono e mettono in discussione l’autorevolezza dei maestri. In famiglia poi non si dialoga più, c’è sempre più difficoltà a trasmettere certi valori». «Il senso di scoramento ­incalza il filosofo Dario Antiseri
dipende dalla mancanza di una visione generale della propria identità, concordo con Galli della Loggia. Nel tempo della globalizzazione è sempre più necessario riappropriarsi della propria storia.

Anche il dialogo con gli altri, come insegnava Gadamer, può avvenire solo dal riconoscimento della propria identità. Un’identità non chiusa, ma aperta alla discussione. La verità è che abbiamo smarrito le idee fondanti della nostra tradizione, come il concetto cristiano di persona umana. C’è un’emergenza educativa che investe tutta la comunità, come più volte ha sottolineato la Chiesa italiana». Ma la ferita aperta della scuola viene da lontano.
«Purtroppo - lamenta Antiseri ­manca ancora un’effettiva libertà di scelta dell’insegnamento. Chi vuole entrare in una scuola non statale deve pagare due volte.
Penso allora che la soluzione sia un buono scuola per i cittadini in modo da favorire una sana competizione tra gli istituti.

Così la competizione diventa la più alta forma di collaborazione. Questa è una battaglia per tutti non solo per i cattolici come già ammoniva Sturzo. Se poi vogliamo entrare nel merito dei contenuti, oggi c’è una scarsa conoscenza dell’italiano. È stato abolito il tema argomentativo, del 'riassunto' non c’è più traccia... Ma non si può dare addosso solo ai docenti.
Per esempio, non aveva forse ragione Popper che la tv è una cattiva maestra? È la società che non crede più in certi valori, manca il senso della vita... Siamo a corto di idee fondanti.

Pensiamo ai disastri compiuti dalle ideologie nazifascista e marxista. Il potere delle idee è fondamentale, come faceva notare Einstein, per questo lo scienziato diceva che il compito di un insegnante era paragonabile a quello di un vero artista».
Simoncelli: «Per anni la storiografia marxista ha svilito la nostra storia».
Corradini: «Manca il senso civico, occorre studiare la Costituzione»

Antiseri: «È vera emergenza educativa, bisogna tornare a parlare di buono scuola per garantire libertà d’insegnamento»










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Postato il Sabato, 23 agosto 2008 ore 10:26:18 CEST di Maria Allo
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