QUANDO I BAMBINI DISABILI CHIEDONO AIUTO
Data: Mercoledì, 28 novembre 2007 ore 10:49:53 CET
Argomento: Opinioni


Unità: Quando i bambini chiedono aiuto

 Luigi Cancrini
Libera Gabriele

 Caro prof. Cancrini,
sono un insegnante della scuola dell’infanzia che ha sempre accudito i bambini nella fascia pomeridiana, fino alle 17.30, e negli ultimi tempi ho constatato che vi è un aumento di bambini che necessitano di attenzioni maggiori, con dei bisogni più specifici che noi a volte non riusciamo a soddisfare non per mancanza di volontà ma per mancanza di mezzi e strumenti adeguati. Situazioni con un disagio psichico, disarmonie tra lo sviluppo cognitivo, quello emotivo e soprattutto quello motorio che è per noi su tanti aspetti il punto più importante, visto che parliamo di bambini tra i tre e i sei anni. Di fronte a tutto ciò, perché vi è una reticenza a non vedere in questa tenera età delle situazioni bisognose di un’attenzione più specifica?

 Questa sua lettera mi è tornata in mente, cara Libera, mentre si discuteva alla Camera la legge finanziaria per il 2008. Una finanziaria positiva, di progresso se la si considera nel suo insieme. Una finanziaria che presenta, tuttavia, molti passaggi discutibili uno dei quali riguarda proprio il problema che lei qui propone
 L’idea sottesa all’inserimento dei bambini handicappati nella scuola normale era quella per cui il bambino in qualche modo diverso dagli altri può trovare, nella possibilità di crescere insieme con tutti gli altri, un aiuto importante per la sua crescita e per il suo avvicinamento progressivo ad una condizione di normalità. Battaglia fra le più importanti di quelle combattute negli anni 60 e 70 (il diritto alla salute per tutti ed il servizio sanitario nazionale, lo statuto dei lavoratori, il superamento degli ospedali psichiatrici e il diritto alle cure dei tossicodipendenti) questa fu considerata allora una grande battaglia di civiltà ed entrò rapidamente nella coscienza di una gran parte degli italiani. Con due conseguenze estremamente importanti.
 La prima, la più semplice e la più ovvia, era quella legata alla necessità di tener conto delle esigenze proposte dai bambini diversi nella organizzazione delle attività didattiche. Nasce da qui, dalla necessità di aiutare l’insegnante a far fronte a queste esigenze, l’idea degli insegnanti di sostegno e quella dei servizi di psicologia scolastica. Dando luogo ad una serie di esperienze straordinarie che hanno reso la nostra scuola dell’obbligo famosa e ammirata in tutto il mondo ma che hanno offerto, soprattutto, occasioni di crescita e di benessere straordinarie ad un numero enorme di bambini e di famiglie colpite dalla sfortuna dell’handicap.
 La seconda, culturalmente forse ancora più importante, è quella che riguarda la possibilità e la necessità di considerare le somiglianze fra i bambini con handicap evidente e dichiarato e quelli che presentano “solo” difficoltà più o meno importanti di inserimento e di rendimento scolastico. È una vera e propria rivoluzione culturale quella che ha trasformato sempre più chiaramente, nel corso degli anni, i Franti di De Amicis e i bambini meno dotati della didattica più tradizionale in problemi di cui gli insegnanti debbono farsi carico. In problemi, cioè, cui la scuola deve e può dare delle risposte. Con l’aiuto, ancora una volta, degli insegnanti di sostegno e dei servizi di psicologia scolastica. Occupandosi di dislessie e di disturbi dell’attenzione (intesi un tempo come ritardi dello sviluppo cognitivo), di disturbi del comportamento (i Franti di un tempo) o dell’umore (i bambini “depressi” di oggi o quelli “svogliati” di ieri) dall’interno di un convincimento per cui la scuola non deve più, come un tempo, selezionare facendo andare avanti quelli che non hanno nessuno di questi problemi ma dedicare una attenzione speciale a quelli che ce l’hanno.
 Se tutto questo è vero e se difficoltà come quella che lei esprime nella sua lettera sono reali, quello che è davvero difficile capire è perché ormai da alcuni anni una delle scelte più gettonate dei ministri della Pubblica Istruzione, Moratti prima e Fioroni oggi, siano quelle basate sul tentativo di contenere la spesa tagliando sugli insegnanti di sostegno e continuando a trascurare lo sviluppo dei servizi di psicologia scolastica. Riproponendo oggi, nella finanziaria del 2008, la necessità di una riduzione («La dotazione organica di diritto relativa ai docenti di sostegno è progressivamente rideterminata, nel triennio 2008-2010, fino al raggiungimento, nell’anno scolastico 2010/2011, di una consistenza organica pari al 70 per cento del numero dei posti di sostegno complessivamente attivati nell'anno scolastico 2006/2007») ed escludendo la possibilità di assumere laddove ce n’è necessità. Per evitare la formazione di un “nuovo precariato” come dice un po’ ipocritamente la proposta ma senza accettare di fatto l’idea per cui l’handicap e le difficoltà si manifestano, purtroppo, anche al di fuori dei piani delle speranze e della volontà del ministero.
 Vale la pena, credo, di insistere oggi sull’importanza di queste questioni. Stiamo discutendo il modo in cui lo Stato spenderà i suoi soldi nei prossimi tre anni e l’opinione pubblica perennemente concentrata sugli scandali e sulle grandi manovre dei partiti ha il diritto di essere informata su quelli che possono sembrare ma non sono problemi e decisioni minori di cui una legge come quella che si sta discutendo è, in realtà, ricchissima.
 La vera riforma della politica, quella di cui abbiamo bisogno, non è in realtà, a mio avviso, quella che si basa sul numero e sul nome dei partiti e su quello dei senatori o dei deputati. Quella che dovremmo cambiare, per cambiare davvero le cose, è la procedura che dà luogo alla scrittura delle leggi più importanti.
Di finanziaria, a mio avviso, si dovrebbe cominciare a parlare a marzo o ad aprile, aprendo un processo largo di discussione, di consultazioni e di approfondimenti dei problemi reali. Con deputati e senatori riportati alla loro funzione naturale di tramite fra pensiero degli elettori (con cui debbono avere tempo e modo di dialogare) e scelte dei governanti (che devono dare loro il tempo di riflettere e di consultare). Superando, nel sogno di chi ci crede ancora e nelle aspettative dei più deboli, il teatrino di tanta politica di oggi.







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