LATINO O CINESE? L'INSEGNAMENTO DELLA LINGUA DI CICERONE NELLA SCUOLA DI OGGI
Data: Sabato, 24 novembre 2007 ore 16:00:24 CET
Argomento: Rassegna stampa


Latino o cinese? L'insegnamento della lingua di Cicerone nella scuola di oggi
Oreste Tappi*

 

Un approccio contemporaneo allo studio del latino a scuola dovrebbe privilegiare la conoscenza della civiltà più che quella della grammatica normativa. Importante il confronto del latino con le lingue moderne, anche grazie al ricorso a traduzioni d'autore.

Ha fatto un po' notizia la letterina scritta da uno studente quindicenne di un liceo romano, niente meno che al "Financial Times", per chiederne il parere sulla sua idea che il tempo dedicato al latino sarebbe più proficuamente impiegato a studiare il cinese. E l'autorevole giornale gli ha autorevolmente risposto che ha ragione. Ha anche aggiunto che in Italia permane l'insegnamento del latino perché c'è una lobby di professori che ci campa.
 Scontati e immediati gli alti lai dei 'difensori del latino': fra i quali del resto c'è chi afferma in tutta serietà che il vero problema è mettere i giovani in grado di leggere i testi in latino del '500-'700. E tralascio le amenità sul latino parlato (con tanto di imperdibili notiziari radio dalla remota e fredda Finlandia), propugnate da chi ritiene che iuvenis voluctuarius sia meglio di'playboy' e amplissimus vir più elegante di 'vip', e che ognuno capisca al volo che fabula Americae occidentalis vuol dire 'film western'!
 Fatta dunque la tara su un po' di scontata supponenza so British, pare anche a me che non solo e non tanto nella permanenza del latino, ma delle sue modalità di insegnamento, abbia un po' di parte anche il pigro potere di baronetterie e connesse ricadute sul popolo della scuola e dintorni.

Un problema di se stesso
Di fatto, esiste una tradizione didattica finalizzata all'apprendimento del "latino" (d'obbligo le virgolette), con una discreta fetta di insegnanti convinti che l'analisi logica sia veramente logica e soprattutto indispensabile per capire Orazio e Cicerone, e che credono che il liceo sia una piccola facoltà di Lettere in corpore vili.
 Così che si ha ormai l'impressione precisa che il problema non sia che cosa fare del latino, ma di questa tradizione: che peraltro, al di là delle leggende, non ha mai dato gran prova di sé, se Giovanni Pascoli a fine '800 scriveva al sig. Ministro: "Il giovane esce, come può, dal Liceo e getta i libri: Virgilio, Orazio, Livio, Tacito!"; e G. Calogero nel 1955: "Dopo anni di latino la generalità della popolazione italiana con maturità classica o scientifica, … messa davanti alla scritta latina sul frontone di una chiesa, … balbetta e non sa cavarne i piedi". E non c'era tv, non c'era Internet e i giovani non crescevano nella società ipermediatica della fretta di massa e appartenevano alla ristrettissima élite di figli di papà che ogni tre parole infilavano (i papà) una citazione in latino, se e quanto a proposito non è dato sapere.

Il latino che non c'è
In sintesi, il problema è che non si può imparare il latino. Soprattutto perché non c'è.
 Noi non possediamo il latino. Possediamo invece un bene culturale, uno fra gli altri, un corpus di opere letterarie antiche composte in una lingua non morta, ma viva, del passato.
 Questi testi hanno certamente una forte efficacia formativa potenziale.
 Ma in che senso? e come?
 1) In gran parte tale efficacia è attingibile per via di buone traduzioni, come facciamo (dovremmo fare, tentiamo di fare) con i romanzi di Mann o di Tolstoj. Ma in nome dell'alto scopo di far leggere Orazio e Cicerone (solo) in originale, si ottiene il bel risultato che schiere di giovani escono dal liceo avendone letto poco, frammentario e male: e soprattutto non ne vogliono più sapere.
 2) Tuttavia la lingua, peraltro varia e variegata, dei testi latini (poco a vedere col "latino", come notava già il grande Pasquali):
 - rappresenta uno stato più antico (sia pure, generalmente, di registro molto alto) delle lingue e dialetti che si parlano e scrivono oggi dalla Romania all'America latina, e anche – per quanto riguarda buona parte del lessico – dall'Inghilterra all'America del Nord (e perciò nel mondo intero);
 - una sua variante di registro più quotidiano è la lingua in cui in Occidente è stata tradotta e letta la Bibbia e si è diffuso il Cristianesimo, influenzando così in modo spesso determinante le lingue e le letterature moderne; in primis l'inglese, come ha mostrato N. Frye.

Traduzioni a fronte
 Un diverso approccio ai testi latini dovrebbe fondarsi su un uso ampio e intelligente di testi con una o più traduzioni a fronte.
 Su di essi si può imparare man mano a riconoscere le diversità/analogie fra i due sistemi lessicali e morfo-sintattici. Per questi ultimi ritengo ci si debba servire di modelli descrittivi (e non normativi) un po' più sensati dell''analisi logica'. Opterei senz'altro per quello verbo-centrico di Tesniére: col quale si cercano, in gerarchia, prima i segmenti nominali obbligati dal verbo (soggetto e oggetto diretto e indiretto) e poi le facoltative espansioni (i veri complementi), entrambi con gli eventuali rispettivi adnominali (specificazioni, attributi, apposizioni).
 In certo senso anche coerentemente con tale modello, la necessaria memorizzazione delle forme del nome dovrebbe svolgersi in orizzontale, per casi e non per declinazioni, nell'ordine: nominativo+accusativo, dativo+ablativo, genitivo (come saggiamente fanno oggi anche le grammatiche del tedesco); e anche i verbi: per tempi/modi, non per coniugazioni. 
 Fondamentale (con esercizi ad hoc) l'osservazione dell'evoluzione del lessico nell'italiano e nelle altre lingue romanze, uno spaccato di storia: dalla familia romana, che era il complesso dei servi, alla famiglia patriarcale, a quella nucleare, o monoparentale, o omosessuale, ecc.; da domus a duomo; da felicitas (fertilità, non a caso connesso con femina) a felicità; dall'elitaria gens romana alla massificata e qualunquistica gente.
 E anche dei suoi rapporti di parentela con il lessico delle altre lingue europee: parentes in inglese e in franceseconserva il significato latino, l'italiano lo sostituisce con genitori, lo spagnolo con padres; l'inglese usa il suo miscarriage per l'aborto spontaneo, mentre ha preso il latino abortion per quello procurato; hostis/hospes ha a che vedere non solocon ospedale, ostello, ospizio, ostile e ostaggio, ma anche con gli inglesi hostess, hotel e guest, col tedesco Gast e con lo sloveno gostilna (trattoria). E qual è la differenza tra i due diversi antenati latini dell'italiano 'fratello' e dello spagnolo hermano?

Testi latini e cultura moderna
 È indispensabile una costante attenzione al ruolo dei testi latini nella cultura e nel mondo di oggi. Ciò comporta anche che i testi non vengano proposti isolatamente ma correlati fra loro, e che il canone scolasticovenga esteso a testi che tradizionalmente vi sono sotto-rappresentati. A cominciare dalla Bibbia Vulgata,testo base della nostra cultura, praticamente sconosciuto nella scuola, il latino del quale è fra l'altro più facile e fa come da passaggio all'italiano, ma soprattutto rende ragione del perché noi oggi, per es., intendiamo per 'peccato' o per 'tentazione' quel che intendiamo, con discreta deviazione (nel senso della colpa) rispetto ad amártema e peirasmós degli originali greci.
 Esempi: analogie e differenze fra il testo di Igino sul sacrificio di Ifigenia e quello della Genesi sul sacrificio di Isacco; percorsi di lettura dalla Lucrezia di Livio a quella della Mandragola di Machiavelli passando dalla biblica Giuditta seduttrice e giustiziera; poi Caino e Abele, Romolo e Remo, Esaù e Giacobbe (fratelli coltelli!), senza perdersi Eteocle e Polinice e neppure le perfide sorelle maggiori di Psiche nella bella favola di Apuleio (né quelle di Cenerentola).
 E approcci ai testi latini anche a partire dal cinema, dalle arti figurative, da testi giuridico-istituzionali moderni. Per es. l'éros paidikós nel film Morte a Venezia di Visconti (con il libro di T. Mann) e nell'episodio eneadico di Eurialo e Niso; i diritti umani dalle Dodici Tavole (comunque l'inizio del diritto 'certo') alla Carta dell'Onu; il Giuditta e Oloferne caravaggesco e la sua fonte biblica nella Vulgata; ecc.

Traduzione farzabuciarda
 E la traduzione? È una produzione linguistica di alta specializzazione. Se e dove possa rimanere, necessita comunque di rigorosa e specifica preparazione (in primo luogo l'analisi attenta di una o più traduzioni date).
 Se no, fa danni: soprattutto rispetto all'educazione a una lingua italiana ricca e moderna, dove le subordinate (al contrario del latino) non superino tendenzialmente il primo grado, e le puellae non siano più ottocentesche fanciulle, ma moderne ragazze o giovani donne. O anche pischelle: perché la traduzione in un dialetto o gergo vaccina contro gli stereotipi obsoleti e miserandi del simil-italiano delle traduzioni cosiddette letterali.
 Una mia allieva ha tradotto così, titolandolo "Farzabuciarda", il catulliano carme 72 Dicebas quondam solum te nosse Catullum, / Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem: "Nannare', 'na vorta dicevi che pe' te ce stavo solo io, / e che a pett' a me, a te t'arimbarzava pure Iddio".
 Ho fondate speranze che quando farà il medico o l'impiegata delle poste, avrà ancora voglia di comprarsi un'edizione di Catullo con traduzione a fronte e saprà mettere gli occhi su entrambe le pagine. Rispetto alla situazione di oggi (e dei tempi di Pascoli), lo riterrei un risultato soddisfacente. E senza nocumento per il cinese, anzi.

 *Docente di latino nei licei. È autore di importanti testi di didattica del latino. Tra questi: Genetrix Europa. Per le Scuole superiori, Cappelli, 2006; L' insegnamento del latino, Paravia, 2000; La traduzione dal latino. Per le Scuole superiori (con Giovanni Sega), La Nuova Italia, 1993; Versioni latine. Avviamento alla traduzione (sempre con Giovanni Sega), La Nuova Italia, 1986.







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