Prof in trincea - Rizzo: scuola multietnica dove si insegna il dialogo
Data: Sabato, 31 marzo 2007 ore 20:39:59 CEST
Argomento: Rassegna stampa


Un edificio in cemento armato che spicca come una mosca bianca fra vecchi tuguri e malandati gioielli archiettonici della Palermo vecchia, nel cuore di quel quartiere di Ballarò che ha visto crescere Federico II, a pochi passi dai saloni dorati di Palazzo dei Normanni. Un mondo a parte, oggi come ottocento anni fa, fatto di miseria, violenza, ma anche di arte dell’arrangiarsi e di coraggio. Coraggio rappresentato in primo luogo da chi, come i 32 docenti della scuola media Verga, avamposto dello Stato dove lo Stato manca da troppo tempo, ha deciso di puntare sulla comprensione dell’essere umano e sul recupero della sua dignità. «Siamo l’unica agenzia formativa della zona», ribadisce la preside, Rosaria Rizzo, prof con quasi trenta anni di esperienza di insegnamento alla spalle, da Parigi, a Corleone, passando per Monreale. Rizzo è arrivata alla Verga un anno fa, quando il tasso dispersione scolastica era del 45 per cento. Adesso si viaggia attorno al 25 per cento. Una realtà multietnica, uno specchio del quartiere: su 200 studenti, 60 sono immigrati o figli di immigrati. Provengono dalla Tunisia, dal Bangladesh, dal Marocco. Quali problema comporta la convivenza fra ragazzi dalla cultura tanto diversa? «Uno degli aspetti che complica il processo di apprendimento è la lingua. Arrivano senza conoscere una parola di italiano. Come se non bastasse, sono costretti ad inserirsi in classe all’improvviso. Il loro arrivo è, infatti, legato ai flussi migratori che hanno per protagonisti i genitori. I ragazzi del quartiere sono abituati alla presenza di persone che hanno colore di pelle diverso, che mangiano cibo diverso, con una cultura differente dalla loro. Nonostante ciò nelle classi i rapporti non sempre sono semplici». Quali problemi vivono i suoi alunni? In particolare situazioni familiari disagiate: mancanza di lavoro in primo luogo. Abbiamo bambini che hanno 7 o 8 fratelli. Vivono in una stanza e in quella stanza si mangia, si dorme. Il ragazzo, quindi, arriva in classe dopo avere sperimentato a casa un continuo e costante attacco al riconoscimento della sua dignità umana. Più studia, più si rende conto di quello di cui manca la sua esistenza. Più gli forniamo modelli, più prende coscienza che lui non possiede granché. L’effetto è dirompente. Questi ragazzi hanno bisogno di continuo dialogo, di qualcuno che possa farsi carico di tutto quello che può agitarsi nella loro mente e nel loro animo». In che senso l’effetto è dirompente? «Pochi giorni fa, per esempio, un ragazzino del Bangladesh si è presentato in classe con un occhio tumefatto. C’è voluto un bel po’ prima che ammettesse di essere stato preso a testate fuori dalla scuola. Il ragazzo aveva reagito verbalmente a una provocazione di un altro alunno che, incitato dal suo gruppo, ha punito il gesto di ribellione colpendo il rivale». Un caso di bullismo, quindi? Come siete intervenuti? «Se il comportamento da bullo provenisse da una persona e fosse una sfida aperta sarebbe facile intervenire con le punizioni. Gli episodi, qui, però, sono tantissimi e coinvolgono molti nostri ragazzi. Dobbiamo svolgere il nostro ruolo fino in fondo, coadiuvati dalla rete che siamo riusciti a costruire nel tempo. Con colloqui individuali, con le famiglie, con il tribunale e i carabinieri se necessario. Se denunciassimo tutti al tribunale a scuola non avremmo più nessuno, né ragazzini né ragazzine. In quel caso abbiamo riunito i due ragazzi per fare in modo che si chiarissero». Come cercate di risolvere il problema del superamento della barriera linguistica? «Abbiamo firmato da poco una convenzione con la facoltà di Lettere. I tirocinanti vengono qui a scuola e lavorano con i docenti per la semplificazione dei testi. Un lavoro lungo e delicato». Cosa chiederebbe al ministero? «Di non essere accorpati a un altro istituto. Solo così potremo continuare su questa strada. Per essere autonomi, infatti, è necessario avere fra i 500 e gli 800 alunni. Le scuole multietniche 300. Noi ci fermiamo a 200. Nonostante ciò, abbiamo non pochi problemi».

ROBERTO VALGUARNERA (da www.lasicilia.it)







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