Il giro italiano degli emissari delle Corti islamiche somale per raccogliere fondi e arruolare terroristi per la guerra santa
Data: Venerd́, 26 gennaio 2007 ore 20:22:47 CET
Argomento: Rassegna stampa


dal sito de " L'espresso "

di Olga Piscitelli
Le mille anime della Somalia I signori del terrore
Hassam Turki amico personale di Al Zarqawi, è di etnia ogaden, molto forte a Chisimayo e nel Nord della Somalia. È considerato la mente di numerosi attentati e omicidi politici. I suoi uomini avrebbero, tra l'altro ammazzato a sangue freddo l'uomo d'affari David Morris, una cooperante americana a Ras Chiamboni, due professori che insegnavano nella scuola di Sos Village Children, a Shek in Somaliland, di Annalena Tonelli, nel 2003 a Boroma, in Somaliland ...
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Gli ambasciatori delle Corti islamiche fanno tappa a Milano: sono in tre. Un ufficio in via Menabrea, nella zona della Stazione Centrale, è il salone di rappresentanza; un nutrito gruppo di somali che vivono e lavorano in città, il pubblico per una serata ad alta tensione. Milano periferia di Al Ittihad, la filiale somala di Al Qaeda.

Alì, il capo, un ingegnere con passaporto statunitense, racconta la sua personale scelta di vita: ha lasciato il posto di responsabilità che aveva in America per tornare a casa sua, in Africa. A Mogadiscio, dove ora abita, lo conoscono tutti: lavora alla dogana dell'aeroporto. Soprattutto si allena, si prepara alla guerra. Il Paese aveva bisogno di aiuto, Alì non ha esitato a lasciare le comodità dell'Occidente. Il pubblico ascolta in silenzio. Nessun invito diretto, pura capacità di persuasione. Il compito di Alì è più vicino a quello di un sacerdote: non dice "imbracciate il fucile", ma "io l'ho fatto e sono per questo migliore".

Alì e gli altri due ambasciatori che hanno passaporto olandese, chiederanno poi sostegno a Torino, Brescia e Roma prima di volare per Londra, raggiungere Svezia e Norvegia, dove la concentrazione di somali e in generale di africani è cresciuta moltissimo in questi ultimi anni, e infine approdare a Dubai in vista del rientro a Mogadiscio. E chissà ora, a qualche settimana da quell'incontro, molti giorni di guerra dopo, dove si nascondono.

Il tour di indottrinamento è mirato, diretto a quanti per fare fortuna hanno lasciato il niente che avevano e si sono piegati ai sacrifici di una vita da straniero. Immigrati di recente arrivo o di lunga data. Per questo Alì e gli altri sono prodighi di spiegazioni. Dicono come funzionano le Corti, si addentrano anche nel complesso mondo dei rapporti tra le Corti, le 'cabile', i clan somali e i warlords, i signori della guerra. Si terranno in contatto, il rischio è che la situazione cambi più in fretta di quanto non sappiano raccontare. Poi, non si sa con quanti soldi e quante adesioni, partono.


La guerra darà ragione ai più forti: intanto, mentre gli americani bombardano le posizioni dei miliziani islamici ai confini con il Kenya, a Milano un cd passa di mano in mano, come fosse un videogioco. Se lo scambiano i giovani di colore cresciuti nelle scuole italiane, gira nella comunità africana dopo quella sera e quell'incontro. Nessuno sa più dire chi lo abbia portato fin qui e come sia accaduto che di computer in computer quel video venga clonato come un qualsiasi cd pirata. Il filmato underground che 'L'espresso' ha esaminato, realizzato con pochi mezzi e molte ambizioni, è un video di propaganda del terrorismo islamico. Girato a Mogadiscio, intessuto di titoli arabi e canzoni del repertorio classico della jihad, ricorda le videocassette che si trovavano in Cecenia nel '97 prima della seconda guerra separatista. O, più recentemente, in Afghanistan e Iraq. Questa volta però l'ambientazione è africana. Del resto era stato proprio il braccio destro di Osama Bin Laden, Ayman Al Zawahiri, a incitare i musulmani a soccorrere le Corti islamiche somale. Nel suo primo messaggio audio del 2007 l'agit-prop capo esorta i mujaheddin locali a adottare tecniche e tattiche simili a quelle impiegate in Afghanistan e Iraq: agguati, attentati, imboscate. Ed ecco il video che gli esperti definiscono 'attendibile'. La prima parte è dedicata ai nemici, poi viene il capitolo sulla preparazione alla jihad, le immagini dai campi di addestramento militare in Somalia, la gloria dei combattenti e infine i maestri e gli esempi di virtù musulmana. Ovunque inviti al sacrificio, alla jihad, a difendere la religione a prezzo della vita.

I nemici sono i capi delle tribù somale e i signori della guerra. Ripresi mentre dichiarano la loro presa di distanza dalle Corti islamiche, sono indicati come 'dambille', in somalo 'colpevoli'. Tra questi figurano anche Mohamed Kanyare Afrah ex ministro della Sicurezza e ispiratore della coalizione dei sette signori della guerra contro le Corti islamiche e Bashire Rage, uomo d'affari entrato fin da subito nella 'warlord alliance'. Kanyare Afrah e Bashire Rage sono stati chiamati a far parte del Governo federale di transizione somalo (Gft)."Dobbiamo prepararci per la jihad", dice in arabo una voce fuori campo. E prima che compaia il principe del terrore Osama Bin Laden, quasi un marchio di garanzia per l'attribuzione del video alle Corti, lo sceicco Abdullah Azaam, leader degli arabi afgani negli anni '80, spiega che sarà "restituita a Gerusalemme la sua purezza dopo l'umiliazione e l'oppressione" e, ancora, "sollevare l'ingiustizia dalle spalle degli oppressi: questo è quello che gli americani intendono per terrorismo. Ecco perché noi siamo terroristi".

Gran parte del video mostra i campi di addestramento militari. Miliziani che marciano, miliziani che sparano. Le riprese sono fatte a Fiat street, nella zona a nord di Mogadiscio, dove sorgevano gli stabilimenti della casa automobilistica italiana. Quella via, oltre il Quarto chilometro, era stata riaperta proprio dalle Corti islamiche a giugno, quando erano riuscite a sconfiggere i warlords. I capi militari impartiscono ordini nella lingua del Somaliland, indossano improbabili tute mimetiche, hanno il volto coperto e armi che potrebbero venire dalla Russia, si spostano a bordo di jeep verso la zona delle saline, a Karaan Galgalato, nel quartiere del cimitero della capitale somala. "Noi siamo i soldati di Allah", urlano i militari durante l'addestramento. Un uomo dal volto coperto ha in mano una pistola e un razzo Rpg: "Invito chiunque si senta oppresso, in qualsiasi parte del mondo, a venire qui, a Mogadiscio, a riprendersi la libertà combattendo in nome di Allah". Un altro guerrigliero con il volto coperto ha un Kalashnikov sulle ginocchia: "Il nemico che abbiamo combattuto aveva armi migliori di queste; se lo abbiamo sconfitto è solo perché dio era dalla nostra parte. Ai musulmani dico: siate pronti a difendere la religione anche a sacrificio della vita".

Una voce fuori campo fa il punto: "Perché ci arrabbiamo quando la nostra proprietà viene attaccata e invece non reagiamo quando gli attacchi sono rivolti alla nostra religione?"; ripercorre le tappe della storia somala più recente ("Dove eravamo quando il regime di Siad Barre sbeffeggiava i nostri leader religiosi?"), attacca la stampa che "ci dipinge come fanatici" e le organizzazioni umanitarie "che vogliono solo convertirci alle altre religioni".

Si riconoscono capi militari come il potente Abu Khutayba, responsabile del clan Murursade, uno dei più influenti della regione. Indossa occhiali da sole e turbante rosso: "La nostra è una guerra di religione, che si combatte tra due fazioni, i musulmani e gli infedeli. Non c'è spazio per un terzo partito. A tutti i fratelli musulmani voglio mandare un messaggio: devono difendere la religione, ovunque essi siano". Davanti alla casa di Abdi Waal, odiatissimo signore della guerra, espropriata dalle Corti, Abu Khutayba brandisce una bottiglia di gin: "Ecco il segno della corruzione. Questi infedeli ci disonorano e dobbiamo mostrare ai fratelli musulmani chi davvero siano. Per questo voglio dire ai somali di prendere le armi e di purificare se stessi con la jihad che è l'unico modo di guadagnarsi una vita migliore". Virtù, esempi e pratiche del buon vivere secondo i dettami del Corano sono elencati come in una lunga predica.

Ma è la parola del poeta somalo Abshir Ba'adleh che chiude il video. Dinanzi al suo pubblico, l'autore di versi molto noti tra i fedeli musulmani prega le donne di indossare la hijab, il velo, e gli uomini di ribellarsi ai signori della guerra. Un testimonial islamico per la leva della jihad.







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