“L’italiano non è in declino” Il controappello dei linguisti alla lettera dei 600 accademici
Data: Domenica, 12 febbraio 2017 ore 08:00:00 CET
Argomento: Rassegna stampa


I due fronti rischiano di apparire ciò che non sono, due eserciti contrapposti di una battaglia tra conservatori e progressisti, reazionari e riformisti. Alla parola “declino” si oppone quella di “progresso”, a un’idea della lingua normativa, che richiede la conoscenza base delle regole grammaticali, un’idea della lingua dinamica e in evoluzione.
Non si placa la polemica dopo la denuncia dei professori “I nostri scolari sono tra i più bravi al mondo” Ed è scontro anche sull’eredità intellettuale di De Mauro
Non è quasi mai una questione solo di regole. La lettera firmata da 600 accademici per denunciare le carenze linguistiche degli studenti sta avendo un’eco inaspettata e si sta rivelando molto più complessa. Tanto che è sbucata una contro- lettera, redatta da Maria G. Lo Duca, con nuova coda di firme di altri professori, tutti linguisti che difendono le scuole primarie, le prove Invalsi, la competenza degli insegnanti elementari. Tra i firmatari, quasi tutti appartenenti alla Società linguistica italiana, (per ora 85, da Michele Cortelazzo a Gaetano Berruto, da Nicoletta Maraschio a Francesco Sabatini, da Anna M. Thornton a Massimo Vedovelli) c’è il filologo romanzo Lorenzo Renzi che dice: «Sono imbarazzato, credo che invece di parlare di declino bisognerebbe ammettere che negli anni siamo progrediti. Come non valutare il fatto che sempre più persone vanno all’università?». Renzi, autore per il Mulino di un saggio su Come cambia la lingua in cui studia i cambiamenti dell’italiano, ha una visione meno catastrofista.
I due fronti rischiano di apparire ciò che non sono, due eserciti contrapposti di una battaglia tra conservatori e progressisti, reazionari e riformisti. Alla parola “declino” si oppone quella di “progresso”, a un’idea della lingua normativa, che richiede la conoscenza base delle regole grammaticali, un’idea della lingua dinamica e in evoluzione. Da una parte chi difende le scuole elementari e dall’altra chi le colpevolizza. Miriam Voghera, docente di linguistica generale all’università di Salerno, reagisce al j’accuse dei 600: «Un’accusa falsa, le prove internazionali Ocse o Iea testimoniano che i bambini italiani sono tra i più bravi al mondo. Le università farebbero bene a non tirarsi fuori e ad interessarsi a loro volta di formazione della scrittura». In un articolo su Repubblica Marco Rossi-Doria ricordava l’importanza delle competenze dei docenti. Ma prevedendo forse che la questione sarebbe deragliata, molti linguisti si sono sfilati. La Crusca non ha ancora espresso una posizione ufficiale. Il presidente Claudio Marazzini non ha firmato alcuna lettera: «Ne stiamo discutendo ». Né ha aderito Luca Serianni, tra i maggiori linguisti italiani, accademico della Crusca e dei Lincei: «C’è il rischio di una forzatura polemica. È stato lo stesso De Mauro a difendere una scuola legata alla realtà. Grazie ai suoi studi ci siamo liberati da tanti stereotipi». De Mauro, appunto. Attorno al linguista recentemente scomparso si sta aprendo l’altro capitolo di questa storia. In un articolo sul Corriere della Sera Ernesto Galli Della Loggia (tra i 600 firmatari) ha imputato a De Mauro le cause della rovina della nostra lingua, trasformandolo in un pedagogo lassista post-sessantottino. Secondo Lorenzo Renzi è doveroso reagire: «De Mauro non era interessato alla semplice correttezza ortografica ma all’idea di lingua come argomentazione. È stato il primo che, quando l’analfabetismo, nel secondo dopoguerra, è apparso definitivamente debellato, ha additato i pericoli dell’analfabetismo di ritorno». Gramsci, studente di filologia, diceva che quando si agitano questioni di linguaggio c’è qualche sommovimento sociale in atto. Non può essere una semplice questione di vocabolario, chi parla male in genere vive male.

Raffaella De Santis
La Repubblica





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