L’utopia del Futuro per una società più giusta. Carmen Valentino incontra Zygmunt Bauman
Data: Sabato, 06 febbraio 2016 ore 00:10:00 CET
Argomento: Redazione


L'utopia può sviluppare il senso critico nei confronti di "ciò che è" e generare una tensione "verso ciò che potrebbe essere": un'ottica di liberazione dell'uomo moderno. Presso la Sala Cooperazione a Trento si è svolta iI 31 gennaio 2016, l'intervista a Zygmunt Bauman, curata da Riccardo Mazzeo.
In una sala gremita, con 532 posti a sedere, aperta alla cittadinanza già un'ora prima per via del grande afflusso di persone, alle ore 11 si è presentato Zygmunt Bauman, uno dei più importanti sociologi e filosofi mondiali. Nato a Poznan, in Polonia, ha affrontato per Utopia500, il tema "L'utopia del futuro dell'utopia". Riccardo Mazzeo, introduce il discorso, incoraggia le menti, elogia il suo maestro di vita conosciuto da più di un decennio, scuote attraverso un semplice discorso e si indirizza verso un percorso di rintracciamento della parola "utopia".

Non viviamo in una monosfera ma la tematica utopica ci riconduce all'idea di mondo universale in cui oggi ci sono tante interpretazioni. La distopia, come ricaduta dell'utopia, risale alla tradizione greco-romana, con Ovidio; in età cristiana, poi, l'utopia è accolta verso il futuro, come una realtà proiettata al di là.
Nel cinquecentenario della pubblicazione di Utopia di Thomas More (1516-2016), si ricorda il filosofo che diede i natali al termine "utopia" e sognò un'immaginaria isola dotata di una società ideale, di cui descrisse il sistema politico nella sua opera più famosa. Secondo More, la proprietà privata è vietata per legge e la terra deve invece essere coltivata, a turni di due anni, da ciascun cittadino, nessuno escluso: tutti hanno un lavoro, di 6 ore al giorno; nel tempo libero, tutti i cittadini possono altresì dedicarsi alle proprie passioni e professioni abituali, ma un posto fondamentale è occupato dallo studio delle scienze e della filosofia.
La famiglia rappresenta un nucleo fondamentale per l'Utopia: un tipo di famiglia allargata e monogamica. L'uomo si può sposare all'età di 22 anni e la donna a 18 anni. Il divorzio è consentito, l'adulterio è severamente punito: l'individuo che ne è reo viene incarcerato e incatenato con catene e biglie d'oro (l'oro in Utopia non vale nulla, ad esso si ricorre solo per sostenere economicamente eventuali guerre).
Anche Campanella nel La città del Sole, come del resto nella Repubblicadi Platone , sull'isola non vi è la proprietà privata. Infatti, i cittadini sono dovuti a condividere la stessa mensa ed a indossare i medesimi vestiti. Inoltre, la stessa educazione viene sottoposta ad ogni cittadino ed ognuno di loro ha pari opportunità: i beni privati sono inesistenti perché indurrebbero alla violenza e anche all'egoismo.

Nell'Ottocento il termine ritorna con Marx ( chi non ricorda che la differenza fra l'utopia e la scienza, nell'ambito del socialismo europeo, stava, ai tempi di Marx, più sul piano teorico che pratico: semplicemente Marx non riteneva che il capitalismo potesse essere riformato).
Infine, continua Riccardo Mazzeo, l'impianto di Bauman è di tipo freudiano in quanto ci sono delle insidie rispetto alle cose che ci aspettiamo.
A questo punto, ci procuriamo il traduttore dalla lingua inglese: è importante sottolineare questo passaggio per via della traduzione fedele. Le nostre strutture linguistiche ci permettono di condividere dei significati solo se ci sono vicini, compresi, inseriti nel nostro "capitale culturale" di riferimento.
Bauman inizia ringraziando la platea, un insieme di persone eterogenee di età differenti, di flussi di pensieri, di esperienze comunitarie e anche cooperative, un insieme di persone con un obiettivo comune, nella tradizione orale, ascoltare e fruire dei pensieri e delle strategie linguistiche di uomini di cultura. Le nostre aspettative non sono state deluse.

Il grande studioso, di origini ebraiche, ci avvisa dei pericoli e dei vantaggi dell'utopia. Gli esseri umani pensano la realtà in modo diverso. Tutto inizia con Eva, la cacciata dal Paradiso per aver mangiato il frutto proibito, la mela, dall'albero della conoscenza. Ma il Paradiso era la migliore cosa possibile perché non si doveva decidere, tutto era in ordine e regnava la perfezione. Dopo questo verdetto non vennero date istruzioni. Nella mia mente, tento una rappresentazione iconica, cerco le immagini e chiudo gli occhi pensando ai nuovi restauri del Masaccio nella Cappella Brancaccinellachiesa di Santa Maria del CarmineaFirenze, penso alla nudità dei corpi, all'umiliazione, alla tristezza del volto coperto di Adamo e allo sguardo perso di Eva, che non trova che le sue sole mani per coprire la sua pudicizia.
Dove andare? Che fare? Da allora la vita dell'uomo è sempre alla ricerca di qualcosa che ha perduto per sempre: l'Eden. Siamo obbligati alla verità ma non sappiamo. Il nostro sé morale ci porta ora alle emozioni in movimento ora a tendere qualcosa di migliore. In questa ricerca abbiamo preso coscienza fra Bene e Male. E se il Paradiso non ci obbligava a decidere, ora non ci sono alternative.

Quando Thomas More scrive Utopia, propone un'impresa verso la società ideale. Una subordinazione a questa azione. Per Popper ciò porterà alla violenza dei contemporanei, di studiosi che non hanno lo Stato ideale. Come un mezzo per sacrificare qualcuno in cui l'obiettivo si giustifica. Via via si pensa solo a perfezionare i mezzi per l'obiettivo e non si pensano alle sofferenze.
I crimini peggiori sono stati compiuti quando erano in essere le grandi idee. Già ci avevano ammonito i nostri intellettuali. Ci avevano avvisato.

La felicità non era per Freud solo un momento di piacevolezza, in una giornata normale o noiosa tutto è sofferenza. Goethe ci offre in un'allegoria di tutto questo, quando alla domanda se avesse una vita felice rispose di si ma, poi aggiunse, non si ricordava una sola settimana felice.
L'assenza di momenti felici non ci rende felici. Il nostro paradiso personale ci ricorda una vita felice, cercandolo in retrospettiva. La gente normale non sogna grandi virtù: ma vuole solo mettere fine ai guai.
Mi sento vittima di un'ingiustizia? Io guardo gli altri e faccio paragoni.
L'avvento di Internet ci ha portato a guardare nel mondo. Tutto il mondo è uno scenario. Ma attualmente noi soffriamo di una mancanza: non abbiamo punti di riferimento.

Molte persone, allora, parlano della fine dell'utopia. Mentre, l'utopia è una caratteristica fondamentale. Se noi dovessimo immaginare la nostra utopia la considereremmo come un topos, un luogo.
Utopia, nell'accezione del termine, è un topos che non esiste ( u-topos). In realtà, l'ambiguità nasce, volutamente da More, esso, infatti, può essere inteso come la latinizzazione dalgrecosia di ????????, frase composta dalprefissogreco??- che significa bene e?ó???(tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -??? (quindiottimo luogo), sia di????????, considerando laUiniziale come la contrazione del greco??(non), e che cioè la parola utopia equivalga anon-luogo, a luogo inesistente o immaginario.
Ma noi, con la perdita iniziale, abbiamo perso la strada perché è stata eliminata. Oggi tutto è autoreferenziale, esso è il prodotto composito di diversi processi.
Si fa risalire abbastanza recentemente, trenta o quaranta anni fa, il movimento in cui c'è stata la privatizzazione dell'utopia. Oggi tutte le strutture politiche sono ormai attendibili. Noi non ci fidiamo dei poteri della politica: non ci fidiamo dei leaders.

Nel processo di individualizzazione, le varie funzioni che i poteri promettono sono state trasferite verso il singolo.
Howard Saul Becker (18 aprile 1928) sociologo statunitense, ha sostenuto che il singolo deve risolvere i problemi che sono sociali. La privatizzazione dell'utopia non pensiamo che sia qualcosa che ci allontani dell'esplosione nucleare. Infatti, gli americani fecero i bunker per ripararsi. Così noi usiamo la nicchia per noi stessi. Nel mondo abbiamo solo la speranza di curare noi stessi senza curare gli altri.
Zygmunt Bauman, a tal proposito, sostiene un'idea, individuata nella filosofia statunitense, in cui ad una politica del movimento segue una politica del processo.

La politica del movimento significa che non si è interessati alla contemporaneità. Per misurare "l'oggi" abbiamo bisogno di sacrifici e quando si parla di sacrifici sono incluse anche idee e persone. Bisogna, allora, combattere il male quando si presenta come ad esempio il problema dei guatemaltechi e il loro sconfinare alla ricerca di condizioni di sopravvivenza migliori. Altro esempio, è il problema dei diritti degli omosessuali.
Ci sono mali che si possono risolvere, ma non per tutti. Noi agiamo per risolvere dei problemi ma, nel frattempo, se ne presentano altri. Noi pensiamo che risolvendo un problema dopo l'altro si arriverà alla felicità. In realtà, l'utopia ha una doppia valenza: da un lato ci stimola all'interazione; dall'altro ci porterà ad avere successo.
Siamo consapevoli dell'impossibilità, però, nella realizzazione di una vita migliore nel mondo perché siamo coscienti di aver perso il Paradiso.

In tempi recenti, si è realizzata un'età dell'oro, come in epoche antiche, che è quella del Sessantotto.
Libero Amore, libera socializzazione. Le conseguenze sono che ancor oggi indossiamo gli abiti della libertà per una coesistenza, in un mondo migliore. La rizomaticità è un'espressione in cui può esprimere liberamente ciò che si pensa. L'utopia capitalizzata è tesaurizzata dal liberismo. La libertà di scelta ha portato all'annientamento del Welfare State. Essere nel mondo è imperfetto. La vita si è prosciugata davanti allo schermo; eppure, il nostro mondo è utopico perché ha bisogno di relazioni di significati.

La diaforizzazione è nella nostra epoca, nell'epoca in cui viviamo gli altri come esseri umani.
Ma le prospettive dello stato di utopia sono problematiche, hanno una struttura complessa, più ampia. Nel ritorno all'Eden noi, cerchiamo la radice del problema. Dietro questo sogno c'è un corretto equilibrio fra due valori: la sicurezza e la libertà. Ma è estremamente difficile trovare sicurezza e libertà insieme.

Nell'antichità gli schiavi erano sicuri perché non dovevano scegliere ma solo obbedire. Oggi, invece, abbiamo la libertà di poterci spostare, andare ovunque, diversamente dagli schiavi, ma non con sicurezza. Siamo consapevoli che non si può avere sicurezza senza cedere parte della propria libertà.
Pensiamo, ad esempio, alla flessibilità del lavoro. In realtà questo concetto implica la fluidità perché non ci sono regole fisse.
Allora, chiudo gli occhi e penso che il processo è già avvenuto nel mondo occidentale. Il cambiamento della struttura sociale, quello più numeroso di tutti gli altri aggregati occupazionali, che supera ormai gli operai, gli impiegati e i contadini messi insieme, è dovuto agli scienziati manager, professional, technician ad alto livello di formazione scolastica. Dai miei studi, non posso non citare i lavoratori della conoscenza cioè persone che operano su processi immateriali e per i quali la conoscenza è il principale input e output di processi di lavori, e che impiegano diversi tipi di conoscenze per svolgere il lavoro e producono forme e gradi di conoscenze nuove. Sono i "lavoratori della conoscenza" citati da Butera e altri in Knowledge working.

Ma torniamo a Bauman e lo troviamo già in compagnia di Lord Beveridge. Con William Henry Beveridge, primo barone Beveridge economista e sociologo britannico, siamo nella seconda Guerra Mondiale. Era un liberale. Infatti, la libertà sta al centro delle idee liberali. Bisogna creare le condizioni affrontando dei rischi. Le attività sono rischiose: le persone che non hanno soldi non possono farlo. Perché non sperimentano ma sono guidate ed eseguono solo ordini e commissioni. Con il Welfare State si è tentati una tutela, un meccanismo di tutela.
Anche in Italia, si spera di ripristinare il caos: il senso di sicurezza non può andare perso.
Se Freud fosse qui e si chiedesse il rapporto fra sicurezza e libertà ci direbbe che la civiltà è un compromesso fra sicurezza e libertà.

La maggior parte dei problemi di oggi è che abbiamo sacrificato libertà per avere sicurezza.
Un'ultima domanda di Riccardo Mazzeo, ci offre l'opportunità di qualche riflessione nella soluzione collettiva. Nel rapporto fra amore e odio noi abbiamo la necessità di appartenenza. L'appartenenza ad una comunità, come essere consapevole che sono membro, ha dei vincoli: la fiducia affidatami come vincolo. Io pago su una sicurezza relativa. La comunità si pone come mancanza di scelta, come possibilità di essere insieme e non essere insieme. Ma attenzione, perché il mio Io appartiene non solo ad una comunità ma anche ad una rete grazie ad Internet. La rete mi appartiene grazie ai numerosi social network come Twitter e Facebook. Io trasformo la sfera dell'appartenenza a quella dell'autoinserimento.

Io perdo il controllo del gruppo sul gruppo. La rete non è una comunità. Ecco perché i movimenti fondamentalisti trovano tanti supporti nella rete e non nella comunità. Gli aspetti di vincolo della comunità sono insoddisfacenti. Nella rete, invece, l'espressione del tacito ed esplicito bisogno di appartenenza è soddisfatto. Dalla libertà alla sicurezza, il pendolo (di ricordo schopenhaueriano, aggiungo inevitabilmente) oggi è a favore della sicurezza e meno della libertà.
Infine, Mazzeo nel ringraziare uno dei più grandi filosofi e sociologi mondiali, ci fa partecipe delle sue collaborazioni con Bauman e ci comunica che sarà possibile comprarne delle copie. Anch'io, allora, vado verso il banchetto e scopro che è possibile incontrarlo. Uomo di appena 91 anni, trasuda cultura, affascinante e travolgente, chiaro ed esplicito, avere la possibilità di incontrarlo è stata una vera fortuna.

Carmen Valentino





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