Le Sallustie - Riflessioni di Caio Sallustio Crispo, tratte da 'La congiura di Catilina'
Data: Domenica, 02 settembre 2012 ore 10:00:00 CEST
Argomento: Redazione


Ho voluto citare alcuni passi salienti delle riflessioni che Caio Sallustio Crispo ha scritto nella sua opera più famosa, “La congiura di Catilina”, redatta intorno all’anno 42 a. C., dove lo storico romano commenta l’inevitabile declino di una “res publica” retta ormai da una “rilassata oligarchia senatoria” e da uomini ambiziosi, come Catilina, che colsero il momento propizio per “tentare il colpo”, approfittando del vuoto politico creatosi e della confusione degli animi.
La riflessione riguarda la “prima parte” dell’opera, il preambolo, dove vi sono cenni autobiografici e l’esposizione del suo pensiero di ispirazione platonica.
Ho voluto chiamarle le “Sallustie”, perché credo che le riflessioni, sincere e puntuali, diventano efficaci solamente quando “colpiscono” chi le scrive… e chi li legge, con attenzione…

Caio Sallustio Crispo nacque ad Amiternum, in Abruzzo, presso l’Aquila, nell’anno 86 a. C., da una facoltosa famiglia plebea che gli consentì di studiare a Roma.
Questo storico latino del primo secolo a. C., si dedicò intensamente, fin da giovane, alla vita politica, ricoprendo diversi incarichi pubblici, militante “cesariano”, fu governatore in Africa, dove accumulò sospette ricchezze. Nel 44 a. C., alla morte di Cesare, si ritirò in un “meditativo ripensamento” dei fatti storici accaduti e di cui era stato protagonista. Sallustio morì nel 35 a. C., mentre a Roma vi erano ancora le lotte civili.
Ed ecco il “meditativo ripensamento”, le riflessioni e le introspezioni di Caio Sallustio Crispo, ossia “le Sallustie”.

«Egli si rivolge a tutti coloro che mirano ad emergere su altri esseri viventi mentre sarebbe conveniente applicarsi, con fortissimo impegno, al fine di non trascorrere la vita senza lasciare memoria di sé, per non essere come le bestie che sono dedite unicamente alla preoccupazione del cibo.
Per contro, il valore dell’uomo “risiede nell’anima e nel corpo” e nell’agire. L’anima comanda e il corpo ubbidisce.
La parte spirituale la condividiamo con le divinità, quella corporale con gli animali. E, quindi, mi pare più retto cercare la gloria più con l’intelligenza che con la forza. La vita è breve, ma viene resa più lunga dal ricordo che di noi lasciamo.
Infatti il prestigio, che ci viene dal danaro e da una prestanza fisica scorre come un fiume ed è fragile come un fuscello. La rettitudine, invece, risplende eternamente, “virtus  clara aeternaque habetur”.
E gli uomini hanno sempre disputato se la potenza militare derivi dalla forza fisica oppure dall’intelletto. E’ chiaro che prima di operare si progetta. Una volta progettato, subito si pone in atto la cosa. Pertanto progetto ed azione, per sé insufficienti, necessitano ciascuno dell’ausilio dell’altro. Agli albori ci  furono i re, “igitur initio regis” e i potenti sulla terra si sono caratterizzati a secondo delle loro inclinazioni, per saggezza o per forza fisica; ciascuno si contentava del suo.
In seguito, però, Ciro in Asia, gli Ateniesi e gli Spartani in Grecia, si misero a soggiogare città e popoli ed a ritenere motivo di guerra la brama di dominio, massima gloria il potere più esteso, ma prestigio maggiore si può ottenere con  l’intelligente strategia.
Ma quando l’indolenza subentrò all’operosità, la dissolutezza alla continenza e all’equità l’arroganza, allora i destini si mutano insieme ai costumi; così che il comando si trasferisce da persone meno capaci a quelle più capaci.
Tutti i successi che gli uomini ottengono dall’agricoltura, dal commercio e dall’arte del costruire, obbediscono al valore.
Ma molti uomini, “sed multi mortales”, occupati unicamente dal mangiare e dal dormire, rozzi e incolti, sono soliti condurre la propria vita come fossero di passaggio, questi certamente, contravvenendo all’ordine naturale, si  servono del corpo come fonte di piacere, mentre l’anima risulta loro di peso, “anima oneri fuit”.  La loro vita e la loro morte ha per me lo stesso valore: di entrambe si tace, “eorum ego vitam mortemque iuxta aestumo, quondam de utraque siletur”. Mentre invece considero uomo degno di tale nome colui che vive secondo i dettami dell’anima, “atque frui anima videtur”, e ne segue i consigli e, dedicandosi a qualche occupazione, cerca onore da un’attività decorosa e degna.
“Nella molteplicità delle attività umane, la natura offre sempre a ciascuno la propria strada. “Sed in magna copia rerum aliud alii natura iter ostendit”».
Poi Sallustio esprime la sua idea di Stato, «analizzando che ognuno dovrebbe essere utilizzato dove è più conveniente: saper parlare, saper descrivere sull’operato altrui. In primo luogo vi è la necessità avere azioni appropriate in merito, anche se la maggior parte delle persone potrebbe ritenere indifferente tutto ciò che viene esposto e poi ognuno vede le cose secondo la propria portata, poi quando le cose esposte sono al di sopra delle comuni possibilità, vengono ritenute frutto di fantasia».
Sallustio “entra dentro” la meditazione, ricordando che anche lui, da ragazzo, “sed ego adulescentulus initio”, come la maggior parte dei suoi coetanei, fu spinto alla vita pubblica dalla passione, ma andò incontro a molte avversità. Al posto della modestia, della moderazione, della virtù, subentrarono la temerarietà, la prodigalità, l’avidità. Nonostante egli fosse scosso nella sua coscienza per questo stile di vita, tuttavia, egli, ingenuo per l’età, fu trasportato dall’ambizione, si condusse fra tanti vizi, e pur rendendosi conto di quella cattiva condotta, egli si fece trascinare con gli altri nella “cattiva fama”.
“Allora, quando il suo animo trovò sollievo dopo sventure e pericoli”, “igitur, ubi animus ex multis miserii atque pericoli”, decise che il resto della vita l’avrebbe trascorso lontano dalla politica, non si lasciò consumare nella pigrizia e nella inoperosità e nemmeno alla coltivazione dei campi, della caccia o altri lavori; ma ritornò alla primitiva occupazione, ossia allo studio, dal quale la nefasta ambizione politica lo aveva allontanato, decise, così, di scrivere i fatti storici di Roma, “tanto più che il suo animo era stato ormai liberato da inutili speranze, da paure, da legami politici”, “eo magis quod mihi a spe, metu, partibus rei publicae animus liber erat”.
E Sallustio, dopo essersi “ripiegato nel suo intimo”, ed aver riflettuto a lungo, dopo aver considerato il “suo percorso”… scrisse di Catilina e della sua congiura.

Giuseppe Scaravilli
giuseppescaravilli@tiscali.it





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