Don Lorenzo Milani e i ragazzi di Barbiana. Un’intervista…possibile!
Data: Domenica, 10 giugno 2012 ore 08:00:00 CEST
Argomento: Redazione


Don MilaniSon salito sin lassù, a Barbiana, uno sperduto e minuscolo paesino del Mugello, sulle montagne toscane, per incontrare, nella piccola canonica del paese, il famoso prete “cattocomunista”, don Lorenzo Milani. Di lui si dice un gran bene, ma anche…un gran male. Avversato dalla giustizia italiana e dalla gerarchia ecclesiastica, dalla mentalità perbenista e dai luoghi comuni, don Milani è, senza dubbio, uno dei più grandi educatori e riformatori del pensiero e della pastorale cattolica degli anni ‘50 e ‘60, nella chiesa, retriva e restrittiva, di papa Pacelli. Il Concilio Vaticano II e Giovanni XXIII erano ancora molto di là da venire! E da quel luogo, ai confini del mondo, quel prete di frontiera, studia da profeta. Lo dice a volte con l’ironia ed il sarcasmo che gli sono consueti. E lo dice con un linguaggio che, per forza e immediatezza, non può non ricordare i profeti della Bibbia.
Don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana, prete ortodosso fino allo spasimo, fino alle lacrime, ha una ben precisa “strategia di vita”: andare, passo passo, sulle orme di Cristo e di Socrate.
Inviato speciale: Don Lorenzo, ma com’è finito quassù, in questo luogo sperduto e dimenticato dal mondo?
Don Milani: «In effetti, non lo so neanche io come sono arrivato qui, a Barbiana, ma credimi, contrariamente a quanto puoi immaginare, per me, è stata una vera fortuna, un dono della Provvidenza! Certo, all’inizio è stata dura, ma poi mi ci sono abituato, mi sono sentito come fossi a casa mia! Ripeto, è stata proprio la Provvidenza a portarmi sin quassù!».
Inviato Speciale: Mi sta, quasi, volendo dire che per lei è stato…un premo venire a Barbiana?
Don Milani: «Beh,…proprio un premio non direi, certo. Arrivai a Barbiana, nel dicembre del 1954, un minuscolo e sperduto paesino di montagna, nel Comune di Vicchio, in Mugello. Ricordo ancora la “grande” accoglienza che mi hanno riservato: il freddo, la neve, il sagrestano e il cane che viveva nella vecchia canonica! Il motivo del mio trasferimento?! Beh, diciamo che la vera causa “scatenante” fu data dai continui e ripetuti “dissidi”, che già, sin d’allora, “intrattenevo”… con i miei superiori!».
Inviato Speciale: Don Lorenzo, ci dica qualcosa della sua infanzia e della famiglia d’origine?
Don Milani: «Ricordo l’infanzia e la mia famiglia con tanto piacere! Ah, che bei tempi…! Mio padre proveniva da una ricca famiglia di intellettuali fiorentini, mia mamma, Alice Weiss, era la pronipote del famoso filologo Domenico Comparetti e di sua moglie Elena Raffalovich, sostenitrice e creatrice di giardini d’infanzia froebeliani. Dalla mia famiglia ho avuto tutto ciò che un ragazzo può desiderare: pane, soldi, cultura, prestigio, indipendenza di pensiero, rispetto per le mie scelte. Ma volevo di più… molto di più!».
Inviato Speciale: Ma come è avvenuta la sua conversione. Ci racconti la chiamata alla vocazione sacerdotale.
Don Milani: «E’ una storia lunga e… sorprendente! Come tutte le vocazioni anche la mia è avvolta… nel mistero! All’inizio della mia conversione c’è stato… un colloquio, avvenuto in maniera casuale, nel giugno del 1943, con don Raffaele Bensi, che, in seguito, diventerà il mio direttore spirituale! Ero già, da lungo tempo, in un continuo stato… di travaglio interiore, di “ricerca spirituale”, quando, all’improvviso, tutto… mi sembrò più semplice, più facile. Il Signore mi aveva vinto e convinto! Addirittura, nel novembre dello stesso anno, entrai nel seminario di Cestello in Oltrarno. Volevo abbracciare, totalmente, Gesù!».
Inviato Speciale: Come furono i primi passi in seminario?
Don Milani: «Il primo periodo trascorso in seminario fu, per me, piuttosto duro! Non ero abituato a rispettare le rigide regole “imposte” dall’alto ed iniziai, da subito, a scontrarmi con la mentalità della Chiesa e della curia! Non riuscivo a comprendere le ragioni di certe norme, prudenze, manierismi, che, ai miei occhi, erano lontani anni luce dalla freschezza e dalla sincerità del messaggio evangelico. Ma ricordo, ancora, perfettamente, l’immensa emozione provata il 13 luglio 1947, quando, nel duomo di Firenze, venni ordinato sacerdote».
Inviato Speciale: E i primi passi da prete?
Don Milani: «Beh,… da dove iniziare!? Già durante le mie prime messe mi accorgevo di avere sempre le stesse facce, poche ed annoiate; i giovani, poi, se ne stavano sempre negli ultimi posti, apatici, a guardare sempre l’orologio! Una domenica lasciai il vespro al mio parroco e scesi in paese… a giocare con i ragazzi nella piazza. Se la montagna non va… in chiesa, sono io che… salgo in montagna! Ma non mi bastava solo… “giocare” al pallone con i miei ragazzi! Come sempre, volevo di più, molto di più! Capii che, per il loro bene, dovevo “aprire lo scrigno sigillato delle loro menti”. Come? Con lo studio, con la scuola! Ma la mia scuola sarebbe stata… “di classe”! Perché si prefiggeva di colmare l’abisso di differenza culturale che allora esisteva (e ahimè, esiste anche oggi), tra i figli delle classi privilegiate e i ceti poveri: si accettano i ricchi alla distribuzione della minestra?».
Inviato Speciale: E allora, torniamo alla prima domanda, come finì a Barbiana?
Don Milani: «Caro ragazzo, ma allora davvero vuoi farmi… litigare con il mio vescovo! Ma mi sei simpatico con quel tuo colorito, quasi bronzeo, mi ricordi qualcuno, un caro giovane siciliano, che, anche lui, per motivi “politici”, ha litigato di brutto con il suo parroco! Comunque, ti basta sapere che quando la Curia di Firenze, mi “mandò” qui, a Barbiana, iniziai, da subito, il “sogno della mia vita”: la scuola a tempo pieno, espressamente rivolto alle classi popolari, e la sperimentazione del metodo della “scrittura collettiva”».
Inviato Speciale: Ma mi racconti un po’ di questa famosa “scuola di Barbiana”.
Don Milani: «Quando arrivai a Barbiana, c’era una sola scuola elementare, cinque classi in un’unica aula; i ragazzi uscivano dalla quinta, semianalfabeti, e subito andavano a lavorare nei campi: timidi e disprezzati! La “mia scuola” era alloggiata in un paio di stanze della canonica annessa alla piccola chiesa di Barbiana, il paese aveva un nucleo di poche case intorno alla chiesa e molti casolari sparsi sulle pendici del monte Giovi. Addirittura, con il bel tempo si faceva scuola all’aperto sotto il pergolato! La scuola di Barbiana era un vero e proprio “collettivo” dove si lavorava tutti insieme, la regola principale era che chi sapeva di più aiutava e sosteneva chi sapeva di meno, 365 giorni all’anno. E il mio motto era: “Stare sui coglioni a tutti, come lo sono stati i profeti innanzi e dopo Cristo. Rendersi antipatici, noiosi, odiosi, insopportabili a tutti quelli che non vogliono aprire gli occhi sulla luce”».
Inviato Speciale: Parliamo, adesso, di… un’altra scuola. Mi dica, cosa ne pensa della scuola pubblica italiana?
Don Milani: «Per carità, non mi parli della scuola italiana, di classe di concorso e di classi pollaio, di esami di Stato e di prove Invalsi, di premi di produttività e di tagli indiscriminati, di ministri che pensano solo ai bilanci e di insegnanti che guardano solo il cedolino e… l’orologio, di contratti e di ferie non godute, e di precari, sempre e solo… precari, mentre i ragazzi e, soprattutto, i portatori di handicap rimangono abbandonati a se stessi! Che pena!
Ma il mio motto è “I care”, “mi interessa, mi sta a cuore”, ed è per questo che ho fondato “la mia scuola” a Barbiana! Faccio scuola ai contadini e agli operai, e da noi si impara, soprattutto, la lingua italiana, per essere uguali agli altri, per farsi comprendere e comprendere il mondo. Ogni sera mi fermo sulle parole, gliele seziono, gliele faccio vivere come persone che hanno una nascita, uno sviluppo, una trasformazione, un deformarsi. La parola è la chiave fatata che apre ogni porta! Questo insegno ai miei ragazzi, e da noi non ci sono voti, né pagelle, né rischio di essere bocciati. Anche perché, l’insegnante che boccia, boccia se stesso! Da noi nessuno è pregato per studiare. Anzi, tutti diventano maestri e insegnano a quelli che sono più piccoli di loro. Io insegno solo ai più grandi. Proprio una bella scuola, vero?! Però, sapessi quanti dispiacere e sofferenze,… ma anche quante soddisfazioni!».
Inviato Speciale: Don Lorenzo, nella sua vita, lei ha avuto degli accesi “diverbi” con molti prelati e con i suoi superiori. Cosa ne pensa della Chiesa attuale?
Don Milani: «Per carità, non mi parli di vescovi e di processioni, di regole ecclesiastiche e di celebrazioni liturgiche, di feste sacre e di…messe cantate. I preti pensano solo a queste cose! Io al mio popolo gli ho tolto la pace! Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero! Con la dolcezza raggiungerei soltanto quelli che non hanno bisogno delle mie osservazioni. Con la durezza invece ho la speranza di sconquassare quelli, in buona fede, che non potrei raggiungere. Chi riceve uno schiaffo, se è in mala fede, reagisce male, si ribella, se, invece, è in buona fede, viene scosso, e poi è portato a riflettere. Con la dolcezza lo lascerei nell’illusione…».
Inviato Speciale: Ma, allora, secondo lei, come deve essere la scuola d’oggi?
Don Milani: «La scuola è diversa dall’aula del tribunale. Per i magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola, invece, siede tra passato e il futuro e deve averli entrambi presenti. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla funzione dei giudici), dall’altro lato la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione). Per questo, io credo, che la scuola “fa” politica, e gli insegnanti,… quelli veri, sono dei “veri” politici. Perché la politica è progettare il futuro delle prossime generazioni. Ricordatelo, ragazzi».
Questo è il comandamento di Don Lorenzo Milani (1923-1967): turbare le coscienze, condurre i giovani alla riflessione critica e formare cittadini responsabili, capaci di ragionare e di scegliere, e in grado di saper cambiare il mondo e la storia con gli strumenti dell’istruzione e della cultura.

Angelo Battiato (inviato speciale a Brescia)
angelo.battiato@istruzione.it





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