La crisi dei sindacati generalisti e il ruolo dei sindacati autonomi nella nuova prospettiva della P.A.
Data: Lunedì, 20 febbraio 2012 ore 14:37:45 CET
Argomento: Ufficio Scolastico Regionale


LA NORMATIVA DELLA P.A.
Eviteremo qui di declinare in modo dettagliato le principali norme che hanno regolato e regolano l’attività sindacale nella P.A., dal 1970 ad oggi.
In sintesi, si tratta de:
1) la Legge 300/1970
2) Il contratto Unico 1972-1974 (stipulato in data 23/06/1974)
3) la Legge 93/1983 ( legge quadro sul Pubblico Impiego; unico comparto sanitario)
4) Intesa Craxi-OOSSMM del 7/02/1986
5) DPR 68/1986 (Art.6-7, apposita area negoziale medica, riservata ai medici)
6) Il DPR 312/1995 (concetti base sulle RSA, come sezioni aziendali)
7) Il D.Lgs. 396/1997 sulle RSU
8) il D.Lgs. 165/01 (Art.41,c.5-45-70,c.49) sugli indici di rappresentatività (5%, come dato medio tra dato associativo e dato elettorale delle RSU; concetto di % degli iscritti/votanti vs totale iscritti del comparto);  comparti/aree…
9) Il D.Lgs. 150/2009 (Art.66,c.3 sulla ricollocazione dei comparti ed aree; Art.56 sui Comitati di Settore)
10) il D.Lgs 165/2001 (come modificato da 9)
11) L’intesa del 30/04/2009 sui 4 comparti/4 aree separate di contrattazione
12) L’ipotesi ARAN sui 4 comparti/aree: Ministeri-Enti pubblici non economici- Agenzie Fiscali; Regioni + Sanità; Enti Locali; Scuola-Universita’-Ricerca.

I SINDACATI GENERALISTI
Fin dall’inizio della Repubblica, i 2 principali partiti politici (DC e PCI) avevano privilegiato
il colloquio e l’incontro con i grossi sindacati generalisti. L’accordo con i rappresentanti delle masse, soprattutto con i sindacati “vicini”, era garanzia di mantenimento sia del potere politico che della pace sociale, in un’Italia che usciva dalla recessione.
Questa scelta si è rivelata deleteria per l’Italia del boom e del post-boom economico, perché gli effetti della partitocrazia e della sindacatocrazia hanno appesantito il sistema-Paese ed il suo costo, con la stratificazione di strutture ed apparati, poco utili, ma certamente dispendiosi.
Il compromesso storico (fine anni settanta) ha aggravato le cose, consentendo l’entrata nell’apparato statale e parastatale del sindacato antagonista (la CGIL), che ha immediatamente occupato i posti critici: ministeri, scuola, ricerca, sanità.
Non solo nelle regioni “rosse” ma anche nella vandea bianca che, sovraccaricata di posizioni
organizzative inutili e ridondanti, perdeva così la sua centenaria efficienza austroungarica.
Esempio illuminante, il tentativo della Triplice di arrivare al “contratto unico in sanità”, uniformando ed umiliando le competenze professionali mediche, infermieristiche, amministrative, che si volevano costringere in un unico, asfittico contenitore, generalista ed appiattente le singole specificità.
Questo tentativo rischiò di essere realizzato anche per colpa di sindacati medici “venduti” e conniventi.
Ci sarebbero voluti 24 anni di guerre e di battaglie della CIMO e di pochi suoi amici, per
arrivare alla craxiana “area autonoma medica” ed alla successiva “area sanitaria”.
Già, un piccolo sindacato autonomo, la CIMO, aveva trasformato la sua Vandea (l’isolamento sindacale) in una vittoria storica, per tutta la sanità italiana.
E, per fortuna, quella volta si è vinto; per fortuna, perché -altrimenti- la storia dei professionisti
medici e del sindacalismo medico autonomo sarebbe stata ben più deleteria, dal 1992 al 2014.
Le vicende politico-sindacali di fine 2011- inizio 2012 sono l’ennesima dimostrazione di
quanto le confederazioni generaliste (oggi imbottite di pensionati) possano essere dipendenti dal potere politico/tecnico di turno: facce ufficiali apparentemente rigide e comportamenti sostanziali disponibili, invece, al compromesso. Compromesso unitario o compromesso isolato, con l’ennesimo coacervo di trattative ufficiali e di trattative ufficiose.
Risultato? Un ennesimo cedimento sui diritti essenziali dei lavoratori, come la garanzia di un posto di lavoro o di un serio sistema di tutele sociali, in caso di malaugurata soppressione del posto stesso.
I sindacati generalisti, oggi, hanno caterve di problemi legati a molteplici fattori, che stanno cambiando il mondo del lavoro, pubblico e privato.
La contrazione delle risorse e l’enorme debito pubblico italiano hanno messo in movimento forze ambigue e tendenze comportamentali (da parte dei datori di lavoro, pubblici e privati) volte a
ridurre il peso della contrattazione nazionale e di aumentare quello della trattativa locale (più in sede aziendale che a livello territoriale), con esplosione delle criticità locali.
Nel privato, la salvaguardia del posto di lavoro ha destrutturato le relazioni sindacali (esempio FIAT); nel pubblico, la riduzione del numero dei comparti/aree, l’applicazione del D.Lgs.150/2009, ed infine gli effetti delle varie manovre finanziarie 2010-2012, hanno provocato una perdita secca di posti di lavoro, una corsa al pensionamento, una riduzione delle assunzioni, un aumento dello
spoil system rispetto alle assunzioni su base concorsuale. Paura e precarietà inducono incertezza, debolezza comportamentale, spinta anti-associazionismo, meccanismi difensivi, declino dei diritti lavorativi.
Colti dalla crisi, i sindacati generalisti hanno – ancora una volta- cercato di salvaguardare la
massa, rinunciando (più di quanto fatto in passato) alla tutela delle specificità.
L’aumento del precariato e della cassa integrazione ha portato la Triplice a subire lo strapotere di Confindustria e di Monti, barattando la certezza di “quel posto di lavoro” con una pseudo-garanzia di continuità del lavoro, qualunque esso fosse.
La crisi economica, insomma, ha destrutturato l’organizzazione del lavoro e l’intero percorso lavorativo e post-lavorativo. E’ cronaca di questi giorni.
Crisi del sindacalismo?
Lo dicono i numeri: dal 1996 al 2006, nel mondo delle imprese italiane, i lavoratori sindacalizzati sono scesi da 4,33 a 3,44 milioni. Nella pubblica amministrazione (P.A.) si è invece registrato un lieve aumento delle iscrizioni: da 1,39 a 1,44 milioni di adesioni, con un tasso di sindacalizzazione (2008) del 40,66% (54,96% nella sanità e 48,07% nella scuola).
Le basse % di adesione rivelano la sostanziale incapacità, dei sindacati generalisti, di interpretare correttamente gli effetti della crisi mondiale,europea,italiana.

I SINDACATI AUTONOMI
Nell’ambito della P.A. i sindacati autonomi non hanno mai avuto vita facile, neppure in
quei settori in cui essi erano largamente rappresentativi.
Ci piacerebbe che Qualcuno scrivesse la piccola-grande storia di questo sindacalismo
minore, ma fondamentale per la democrazia.
Ci limitiamo qui ad elencare la cronologia di comparsa dei principali sindacati autonomi
sanitari:
1) SOI (Soc. osped. Italiana) 1901, Roma
2) AMOI (Ass. Med. Osped. Ital) 1906, Milano
3) ANMDO (direzioni ospedaliere) 1912, Roma
4) SIND. MEDICO FASCISTA , 1922,Roma
5) LASM (Libera Assoc. Sind. Medici) 1945, Milano
6) FIMOAI (Fed. Interr. Med. Osped. Alta Italia), 1945, Milano
7) AMOICM (Ass. Med.Osped. Centro Meridion.) 1945, Roma
8) FIMMG (Fed. Med. Medicina Generale), 1945, Roma
9) CIMO (da 5 + 6), 17/11/1946, Montecatini
10) AAROI, 22/10/1952, Torino
11) ANAAO, 1960, Vicenza-Treviso
12) FIAMCO (Rx-Laboratoristi), 1964
12) SUMAI (Med. Spec. Ambul.Interni),
22/12/1976, Roma
Nel frattempo, nascevano e crescevano – nella Pubblica Amministrazione- altri
sindacati autonomi, tra cui:
13) DIRSTAT (Dirigenti statali), 22/10/1948, Roma
14) DIREL, 1977?
15) DIRP, 1977?
16) DIRER,1977 con le relative CONFEDERAZIONI AUTONOME della DIRIGENZA, pubblica e privata: CIDA (16/10/1946, Roma) e CONFEDIR (15/05/1980,Roma).
E’ stato ed è un sindacalismo che deve (o dovrebbe) combattere su 2 fronti: la Triplice
confederale, da un lato, e la controparte datoriale dall’altro, a tutela della
professionalità e del ruolo dei dirigenti, delle alte professionalità e dei quadri.
Nell’ultimo decennio, per la verità, CGIL-CISLUIL hanno ridotto l’atavica battaglia contro
gli autonomi, presi com’erano dalla necessità primaria di difendere gli spazi esistenti.
L’altro versante, quello datoriale, ha risentito di alcuni miti e di alcune criticità.
Tra i miti, quelli della dirigenza, della managerialità, della valutazione innovativa. Tra le criticità,
l’autonomia solo teorica dell’ARAN e della SISAC, soprattutto della prima, e l’araba
fenice, intoccabile come i comandamenti, del ruolo del territorio.
La politica ha affidato ad una pseudo agenzia (l’ARAN) lo pseudo compito di intermediare
tra il padrone pubblico ed i sindacati, nella trattativa riguardante gli 8 comparti pubblici.
Ma le direttive sui nuovi contratti sono affidate ad un mix (Conferenza Stato-Regioni)
ambiguo, perché – dopo aver scritto la direttiva stessa- le Regioni cessano di aver voce al tavolo contrattuale nazionale, essendone solo spettatrici silenziose, anche se alle Regioni stesse compete, invece, l’applicazione dei contratti in sede regionale, alla luce della modifica dell’Art. 5° della
Costituzione.
Infatti, quanto meno dal 1995-1996 in poi, il modello gestionale scelto e privilegiato dall’ARAN è stato acriticamente posto a fondamento dei vari CCNL: il “valore dirigenziale bocconiano” è stato imposto non solo nei ministeri e degli Enti Locali ma anche nei mondi della scuola e della sanità, con danni enormi.
Enormi, sia come costi ingiustificati sul piano funzionale che come compromissione della
produttività, causata da una elefantiasi burocratica, fine solo a se stessa e non funzionale al sistema.
In sanità, ad esempio, si è assistito all’esplosione degli uffici dedicati alla gestione del personale, all’arrivo ed allo sviluppo degli uffici tecnici (teoricamente onniscienti), alla magnificazione della
struttura amministrativa dedicata agli acquisti di ogni genere di materiale, all’aumento delle competenze del personale non medico, alla sottomissione del ragionamento clinico rispetto alle “necessità gestionali”.
Solo ora, 20 anni dopo, ci si accorge dei danni fatti dalla riforma De Lorenzo, teoricamente
basata sui concetti di efficienza e di managerialità e sul rapporto costo/qualità.
Solo ora, ma dal 1992 un sindacato autonomo, la CIMO, aveva intuito i pericoli insiti nella riforma DE Lorenzo, denunciandoli e combattendoli con una azione pervicace.
E restando sola, come una Sibilla di sventura.
Sola, ma coerente…. Ebbene, 20 anni dopo, i danni di quella scelta sono sotto gli occhi di tutti: una spesa sanitaria nazionale incontrollata (con un gap, tra FSN e costi, superiore a 10 miliardi di
euro); 7 Regioni con insolubile criticità finanziaria sanitaria; un aumento progressivo della spesa sanitaria individuale (“out of pocket”); l’ esplosione di tickets e di balzelli sanitari; una riduzione dei servizi sanitari e socio-sanitari; la riduzione acritica dei posti letto ospedalieri, in assenza di una reale copertura sanitaria territoriale; l’invasione della dirigenza sanitaria non medica; il caos
gestionale (dovuto anche alla scomparsa di una vera gerarchia medica).

SINDACALISMO AUTONOMO: sindacalismo d’elite?
Ci possiamo chiedere se oggi, nel mondo globalizzato, abbia ancora senso supportare un sindacalismo autonomo, composto di piccoli numeri e di innumerevoli piccoli recinti o steccati.
In un’Italia del 2012, meno democratica di ieri, vale ancora la pena di aggregarsi in piccoli sindacati autonomi?
Ha senso, nel 2012, essere sindacati autonomi, in un Paese in cui tutto il sindacalismo è stato penalizzato da una devastante prassi ultradecennale, nonché dalle regole imposte da personaggi quali Brunetta (2009) e da Marchionne (2011)?
L’antipatia verso i sindacati e verso il sindacalismo viene da lontano. Dal mondo di Confindustria che avrebbe preteso di guidare il Paese e di utilizzare in modo privilegiato i denari del Paese, senza contraddittorio alcuno.
Lo testimonia la storia della FIAT, si trattasse di quella di Valletta o di Marchionne. Lo testimonia la posizione del Sole-24 Ore e della Marcegaglia rispetto alle liberalizzazioni di Monti ed alla presunta intangibilità dei grossi patrimoni, nei confronti del fisco.
Mobilità, precarietà, contrattazione aziendale e non nazionale, deroghe lavorative.
Queste le pesanti richieste del mondo confindustriale, soprattutto di quello che è espressione della grossa industria e meno, molto meno, di quello legato alla piccola-media industria (PMI).
La Confindustria, come un molosso : boccia e combatte un governo (Berlusconi), perché non sposa intangibili idee confindustriali; ama ed adora un altro governo (Monti), perché – fin dal primo giorno- esso esalta il precariato “come valore” e guerreggia sull’Art.18, considerandolo essenziale per la crescita del PIL (!).
Il profitto, al posto del “valore persona”. La compressione dei diritti, come unico sistema per abbattere i costi di produzione e per favorire la competitività. E la persona?
Quale posto occupano, per i grossi soloni della finanza, il valore della persona e la qualità della vita?
Nel dopo guerra, il sindacalismo autonomo nasceva dall’esigenza di tutelare specifiche professionalità e diritti “peculiari” del mondo professionale.
Nell’Italia del benessere, i sindacati autonomi sono stati fondamentali per garantire le progressioni, di carriera ed economiche, dei professionisti, divenuti dirigenti (veri o presunti). Ma la dirigenza
rappresentava, e rappresenta, anche un nuovo carico di responsabilità, assenti nel “professionista puro”. Conseguenza?
L’esplosione di un contenzioso legato non solo agli aspetti professionali ma anche a quelli dirigenziali: responsabilità organizzative, gestionali, economiche.
Nell’Italia in recessione, i sindacati autonomi – tutti- si trovano ora a dover difendere i
“posti di lavoro” minacciati da riorganizzazioni selvagge , imposte (e non concordate), da una becera politica di contenimento dei costi (becera, perché orizzontale e non verticale), ed infine da una quotidiana disapplicazione di norme legislative e di norme contrattuali, nell’ottica
di manovre “salva Italia”.
La grave crisi, europea ed italica, sta rimettendo in discussione tutti i diritti acquisiti dal dopoguerra ad oggi. Se il precariato diventa un valore, tutto può essere distrutto: il valore legale del titolo di
studio, la tutela professionale, i meccanismi di selezione, la carriera, il tempo determinato, le molteplici tipologie dei rapporti di lavoro.
L’attuale ministro del lavoro, in più occasioni, ha esternato a favore di un “contratto unico”
o di “una netta riduzione delle tipologie contrattuali”. Si tratterebbe di un ritorno al passato, a regole simili a quelle del 23/06/1974 , regole morte con il DPR 68/1986, grazie a 14 anni di battaglie CIMO e (più tardi…) non solo CIMO.
Ha ancora un senso, appartenere oggi ad un sindacato autonomo e ad una Confederazione autonoma dei dirigenti e delle alte professionalità?
Si, lo ha.
Solo che si pensi a quanti temi, oggi, siano peculiari delle nostre categorie professionali:
la distonia tra dipendenti e “Co:Co.Pro”; la distonia tra dirigenza e basse qualifiche; la
dicotomia tra contrattazione centrale (2/3) e contrattazione territoriale (1/3); la crisi degli
ammortizzatori sociali; la scelta (obbligata?) tra alta protezione sociale e minor protezione
sociale (con aumento del denaro); l’antinomia tra vecchi e giovani; l’ampiezza della contrattualistica (tempo indeterminato; tempo determinato; part-time; apprendistato/tirocinio; pre-pensionamento detassato; pensioni di vecchiaia); la detassazione delle parti stipendiali variabili;
la flessibilità “concordata”; la sfida sindacallavorativa: un nuovo modello contrattuale in
tempo di crisi, un nuovo percorso di valorizzazione professionale, l’autonomia della carriera dalla politica, il nuovo ruolo sociale dei dirigenti e dei professionisti, il rischio professional-gestionale ed il rischio della struttura.
Una pesante revisione dei meccanismi contrattuali, articolati su un livello triplice (nazionale, regionale, aziendale) o duplice (nazionale e regionale).
Nel modello più esteso, l’articolazione dei temi potrebbe essere la seguente.
Contrattazione nazionale su: stato giuridico, accesso, incarichi, disciplina, struttura dello
“stipendio base”. Contrattazione regionale (sancita da una delibera di giunta) su: formazione, libera professione, risorse aggiuntive per prestazioni concordate.
Contrattazione aziendale su: organizzazione del lavoro e sicurezza.
Nel modello “ridotto” i temi aziendali sarebbero assorbiti a livello regionale.
Ha ancora un senso, appartenere oggi ad un sindacato autonomo e ad una Confederazione autonoma dei dirigenti e delle alte professionalità?
Si, lo ha. Per esserne convinti, è sufficiente conoscere la storia sindacale. Per esserne convinti, basta saper interpretare l’attualità italiana, soprattutto quella che è iniziata nel Marzo 2011.
IL SINDACATO CHE NON CONOSCE IL PROPRIO PASSATO, NON HA FUTURO
Stefano Biasioli Vicenza, 19/02/2012.







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